NAPOLI MEDIEVALE: CITTA’ DI SCONTRI POLITICI E SOCIALI

Le lotte tra la Nobiltà e il Popolo dall’età ducale agli Angioini

Agli albori dell’età normanno-sveva Napoli si presentava in una vivace veste socio-politica fatta di tensioni e contrasti, che contribuiscono ad allinearlaalle contemporanee realtà urbane più dinamiche di Italia e d’Europa. In città si cominciava a registrare la crescita graduale della nobiltà a scapito non solo del popolo, ma anche delle famiglie appartenenti alla cosiddetta militianeapolitana.

Questi milites, a differenza dei nobili, costituivano esattamente il ceto dei proprietari in cui, secondo una consuetudine in uso sin dalla tarda antichità e conservata in genere nei territori di influenza bizantina, si trasmetteva il diritto-dovere di prestare servizio militare a cavallo e con un equipaggiamento bellico proporzionale al reddito individuale.

Le famiglie nobili, invece, non potevano vantare antiche origini in città né una lunga tradizione di esercizio delle cariche pubbliche o titoli di derivazione bizantina: si trattava, insomma, di una classe aperta, costituita per lo più da famiglie originarie della Costiera amalfitana e da coloro che potevano annoverare una nobile discendenza nei luoghi di nascita, ora sostanziata dalle fortune economiche. Questi ultimi sul finire dell’età ducale riuscirono a inserirsi concretamente nella vita politica, imponendo a Sergio VII, l’ultimo duca, la loro partecipazione alle importanti decisioni di governo.

La conquista normanna di Napoli comportò anche un mutamento degli assetti sociali. Con l’entrata in città di Ruggero II, avvenuta alla fine di settembre del 1140, e la celebre donazione ai milites di cinque moggia di terra e cinque villani, assistiamo ad una nuova divisione della popolazione napoletana: dalle tre preesistenti si passa a due classi soltanto, l’una rappresentata da nobili e militi assieme, l’altra dal popolo.

La situazione, tuttavia, non sembrò semplificarsi, anzi crebbero le tensioni anche all’interno del ceto dirigente divenuto altamente composito.

Le famiglie dell’antica nobiltà, infatti, declassavano i militi a ceto mediano e contemporaneamente cercavano di impedire l’ingresso in essa a coloro che, in forza di una rapida ascesa economica e del prestigio proveniente dagli incarichi nell’amministrazione regia, ne rivendicavano l’appartenenza.

Queste tensioni avevano modo di emergere in posti ben precisi all’interno della città: la curia e le platee. La prima aveva sede nella chiesa di S. Paolo, situata nel centro della polis greco-romana, ed era retta dal “compalazzo”, il rappresentante del re.  Quest’ultimo era affiancato da un consiglio di giudici, i “contestabili”, provenienti da quelle famiglie nobili che erano in grado di fornire al sovrano un servizio militare più consistente.

Le platee erano invece i quartieri, che con esse a volte si identificavano e ne prendevano il nome. Si trattava di strutture di inquadramento territoriale con proprie chiese, luoghi di riunione e proprie associazioni religiose rionali (staurite), abitate talora da soli nobili, talvolta da nobili e popolani, in molti casi unicamente dal popolo. Queste ripartizioni, però, non erano stabili, ma risentivano di un continuo rimodellamento territoriale in relazione all’incremento demografico, causato anche dal trasferimento in città di nuove famiglie, e al conseguente sviluppo urbanistico. Esse erano infatti alla base del sistema fiscale, pertanto dovevano realmente corrispondere al numero aggiornato degli abitanti e alla loro capacità contributiva.

La dialettica sociale degenerò in vero e proprio scontro già nella seconda metà del XII secolo, per poi attenuarsi in età sveva. Si riaccese più forte agli inizi del Trecento, all’indomani della guerra del Vespro, determinando un fenomeno di chiusura oligarchica. I primi artefici furono i nobili che risiedevano tra l’attuale Via S. Biagio dei Librai e Via dei Tribunali (i decumani inferiore e maggiore), i quali diedero vita a due grandi aggregazioni di clan, chiamate di Capuana e di Nido, e dotate ognuna di una sede (seggio o sedile), di una staurita e di una chiesa di riferimento, rispettivamente il Duomo e S. Domenico Maggiore. Essi, inoltre, rivendicarono la prerogativa esclusiva di ricoprire le cariche pubbliche ed amministrative sulla base del loro status elevato.

Lo stesso avvenne nei quartieri meridionali a vocazione mercantile e di più recente sviluppo: le famiglie più importanti fondarono altre due confederazioni, quelle di Porto e di Portanova, accampando un’origine sociale non diversa dai nobili di Nido e di Capuana.

Il quinto seggio fu costituito soltanto nel 1380 per iniziativa delle famiglie dell’area medio-alta della città, rimaste escluse dalle quattro aggregazioni. Il seggio di Montagna, all’inizio detto anche di S. Arcangelo a Segno, si collocò in mezzo tra i seggi di Capuana e di Nido, acquisendo il complesso francescano di S. Lorenzo come chiesa simbolo. Questo seggio, l’ultimo a costituirsi, accolse naturalmente le famiglie di più recente nobiltà, elevatesi soprattutto grazie all’esercizio delle libere professioni e degli incarichi regi, le quali mantenevano un dialogo più strettocon quelleche, in attesa di entrarvi, cercavano a volte di partecipare alla dialettica politica attraverso lo schieramento del popolo.

Per quanto riguarda il popolo non si allude, certo, alla massa né ad una classe ben distinta, ma a uno schieramento politico a base borghese, eterogeneo, unito solo dal fatto di non appartenere ad alcun seggio.

Il Popolo, escluso dai vertici del Comune fino alla fine del Quattrocento, contava su propri punti di aggregazione e  strumenti di pressione, in modo da rivestire comunque un ruolo nella vita politica e nelle lotte per il controllo dell’amministrazione cittadina

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