Napoli la mamma che accoglie tutti

Il caso della Tarantina, spunti di riflessioni per addentrarsi nei pensieri della città

La settimana scorsa, l’artista Vittorio Valente ha dedicato un murales bellissimo ad uno degli ultimi “femminelli” napoletani; la tarantina. Ed è durato giusto il tempo dell’inaugurazione, delle foto di rito, dei complimenti perché un povero frustrato, rozzo e ignorante, armato di bomboletta spray, una notte qualunque, una di quelle che non sai cosa fare e allora decidi di vandalizzare un’opera di street art, ha deciso di oscurare il volto della Tarantina e di scriverci sopra “non e Napoli”.

Quest’azione io la trovo emblematica del momento che stiamo vivendo. Una vera metafora. Gente ignorante che invece di comprare una bomboletta spray farebbe bene a comprare un libro di grammatica visto che la e di Napoli l’ha usata come una congiunzione e non un verbo, e invece di perder tempo ad imbrattare i muri farebbe bene a rimettersi a studiare. La trovo emblematica perché ci ritroviamo circondati da personaggi che vorrebbero riportarci indietro, che vorrebbero toglierci quelle poche vittorie concesse da un’italia bigotta e ipocrita. Talmente ignoranti che cercano di giustificare la frase “prima gli italiani” dicendo che nella bibbia è riportata la frase “ama il prossimo tuo, cioè quello in tua prossimità” e quindi bisogna far star bene le nostre comunità.

“Non è Napoli”. Bisognerebbe aggiungere “non è Napoli” quella che bacia le mani ad un ministro che fino a qualche anno prima aveva offeso i napoletani ed ora trova più redditizio sparare sugli extracomunitari. Nel frattempo però, sono ricomparsi i cartelli con le scritte “non si affitta ai meridionali”, “si offre lavoro ma non ai napoletani” per non parlare delle frasi razziste che ogni domenica vengono rivolte ai tifosi napoletani e alla città.

Non è Napoli quella che augura ad un ragazzo di colore portato di corsa al pronto soccorso di morire e di tornare al suo paese e che scrive offese irripetibili nei confronti del povero ragazzo, reo di essersi sentito male in un paese che ha smarrito l’umanità e che commenta schierandosi a favore dell’infermiera.

Non è Napoli quella che si permette di dire ad una cantante che ha gridato dal suo palco, ai suoi fans “aprite i porti” di aprire le cosce. Napoli è accoglienza, è tolleranza. Napoli è una mamma che non respinge nessun figlio, né quello tossico, né quello che semina terrore. E noi dobbiamo tornare a gridare “Io non sono!”

“Io non sono!” quella che si permette di mettere in un angolo di una classe un ragazzino di colore, facendo notare agli altri scolari quant’è brutto!

“io non sono” leghista, fascista, razzista, omofoba, sessista.

“io non sono” come quelle persone che, come un mantra, continuano a ripetere “e allora portali a casa tua” come se fossero pacchi.

“io non sono”.Io sono napoletana. Di “Napoli-Napoli” come mi chiedono ogni volta che conosco o parlo con qualche persona dal Garigliano in su. Vivo in una città che non ha bisogno di presentazioni e che ha più di un’anima.

Quella che cacciò i tedeschi durante le Quattro Giornate. Quella che raccoglierà i soldi per rifare il murales ancora più bello. Perché per uno che sporca ce ne saranno sempre mille che ripuliranno. Quella dove le associazioni si danno un gran da fare per combattere la mentalità camorristica, l’evasione scolastica, il tira a campare. Ma si sa; fa più notizia un albero che cade che una foresta che cresce.

E allora torniamo a gridare il nostro dissenso. Torniamo a gridare IO NON SONO!

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