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COMUNE DI NAPOLI E PRE-DISSESTO: CONSIDERAZIONI ANTILIBERISTE SULLA DELIBERAZIONE DELLA CORTE DEI CONTI CAMPANA

Riceviamo e volentieri pubblichiamo di Rosario Marra segreteria Provinciale di PRC

a) Una breve premessa –

La recente deliberazione n. 240, depositata lo scorso 16 ottobre, è già stata oggetto d’informazione e commento sulla stampa cittadina o di prese di posizione di forze dell’opposizione, quindi lo scopo di questo articolo non è “notiziale” ma intendiamo sviluppare delle riflessioni che non si adeguino ad un passivizzante “ce lo dice la Corte dei conti” parafrasando il più noto ritornello del “ce lo dice l’Europa”.

Allora, per quanto ci riguarda, come forza politica della sinistra d’alternativa, non ci addentreremo in dettagli tecnici ma toccheremo anche nel merito il significato delle attuali “regole” contabili per capirne le finalità politiche e, quindi, meglio attrezzarci sul piano dell’iniziativa, insomma proponiamo una lettura della contabilità pubblica per quello che è: la strumentazione tecnica per portare avanti le politiche economiche liberiste.

  1. Alcuni elementi di merito per la critica antiliberista della contabilità pubblica

Vorremmo iniziare con un chiarimento preliminare rispetto ad alcuni elementi di confusione che si vogliono portare nel dibattito da parte di alcuni parlando impropriamente di “bocciatura” del Comune, in realtà la Sezione Regionale campana non s’è espressa né con un’approvazione, né con un diniego in quanto ha ritenuto di trovarsi di fronte ad una “rimodulazione” (diversa scansione temporale della riduzione del disavanzo) dell’originario piano di riequilibrio finanziario pluriennale del Comune e non ad una “riformulazione” (rideterminazione degli obiettivi del riequilibrio finanziario) dello stesso che avrebbe richiesto, invece, un pronunciamento in senso positivo o negativo.

Tuttavia la magistratura contabile ha fatto riferimento alla possibile applicazione di due disposizioni la prima che prevede la possibilità di blocco della spesa dell’Ente per la presenza di gravi squilibri di bilancio (art. 148-bis del TUEL) la seconda che può dar luogo alla procedura del “dissesto finanziario guidato” (art. 243-quater, co.7, del TUEL dove si prevede l’imposizione al Comune della dichiarazione di dissesto) per “grave e reiterato mancato rispetto degli obiettivi intermedi fissati dal piano”.

L’ampia ed articolata deliberazione (oltre cento pagine suddivise in un preambolo, una premessa e il  “fatto e diritto” a sua volta diviso in cinque paragrafi)  ha come sfondo normativo l’art. 81 della Costituzione sul pareggio di bilancio, le disposizioni europee sul Patto di stabilità e quelle sull’ “armonizzazione contabile”, è chiaro che con simili riferimenti non si sarebbe potuti giungere a conclusioni molto diverse da quelle cui sono giunti i giudici contabili.

In questa sede, è ovvio che la complessa deliberazione magistratuale non può avere una trattazione completa ma ci soffermeremo soltanto su alcuni punti perché individuiamo in essi gli aspetti di maggior interesse dal nostro angolo visuale.

Lo scopo delle nostre considerazioni consiste nel fatto che riteniamo l’analisi di merito  importante perché ci fa comprendere concretamente cosa siano le politiche liberiste di bilancio e stimola una battaglia non general-generica ma legata al territorio come, ad es., abbiamo fatto, insieme ad altre forze di Movimento, del sindacalismo conflittuale o di Movimento, con la campagna sull’avanzo libero della Città Metropolitana dove ci siamo trovati difronte ad  aspetti opposti a quelli riguardanti gli Enti in pre-dissesto, ossia anche quando un Ente ha una buona situazione finanziaria e un cospicuo avanzo libero non può spendere perché altererebbe il rapporto tra entrate e uscite.

Pertanto, entrando nello specifico, la Corte dei conti richiede al Comune alcune “azioni correttive” entro 60 giorni per delle “gravi irregolarità” che non sono state commesse soltanto dall’Amministrazione napoletana ma anche da altri Enti come, ad es., la rettifica del riaccertamento straordinario dei residui o l’errata imputazione di somme derivanti dalle cosiddette “anticipazioni di liquidità”.

Quest’ultimo aspetto è particolarmente significativo e serve a demistificare alcune critiche strumentali da parte di forze d’opposizione come il PD quando affermano che il Comune di Napoli ha avuto centinaia di milioni dal Governo e non ne ha fatto buon uso.

Si finge di non sapere che i milioni ricevuti dall’Amministrazione napoletana, così come da molte altre, non sono stati dei “regali” ma, per l’appunto, delle “anticipazioni” che, in quanto tali, vanno restituite.

Perciò i fondi ricevuti, ad es., per il pagamento dei debiti scaduti della pubblica amministrazione (d-l n. 35/2013) o per il finanziamento dei debiti degli Enti Locali nei confronti delle Società Partecipate (d-l n. 66/2014) sono oggetto di uno specifico contratto con la Cassa Depositi e Prestiti dove l’Ente si impegna ad iscrivere nei propri bilanci per tutta la durata dell’anticipazione le somme occorrenti al rimborso della stessa.

Insomma si elimina del debito con la ricostituzione di altro debito e in questo modo gli EE.LL. non escono mai da una spirale perversa, è un po’ un meccanismo simile agli “aiuti” europei o a quello dei prestiti del Fondo Monetario Internazionale, non a caso questo meccanismo s’è sviluppato parallelamente alla diminuzione dei trasferimenti verso gli EE.LL. e il contestuale avvio del “federalismo alla rovescia”.

Purtroppo occorre rilevare che, sinora, quest’aspetto è stato abbastanza sottovalutato nella sinistra d’alternativa o da Amministrazioni come quella napoletana che, pur con limiti e contraddizioni, non è certamente omogenea al quadro nazionale e regionale.

In altri termini, spesso ci si ferma ad evidenziare il gravoso taglio ai trasferimenti e a non considerare il fatto che esso è fatto anche per far scattare gli “aiuti” e, in questo modo, mantenere gli EE.LL. sotto il tallone del debito, nel passato, al tempo dei Governi Berlusconi al taglio dei trasferimenti si affiancò il debutto della “finanza creativa” con gli swap, ora non potendosi continuare oltremodo su quella strada per le conseguenze negative che ha portato, si è passati alle “anticipazioni di liquidità” che sotto il profilo speculativo sono meno ingombranti degli swap che, comunque, in vari casi, compreso il Comune di Napoli, continuano ad esistere.

Altro elemento di criticità è la nuova contabilità che eufemisticamente viene definita “armonizzata”, in realtà si tratta di una stretta sui bilanci degli EE.LL. per subordinarli alle regole del pareggio di bilancio restringendo il più possibile la spesa.

Le tecniche contabili dell’armonizzazione sono nate con un decreto legislativo del 2011, ossia prima della riforma dell’art. 81 della Costituzione tuttavia sono state concretamente applicate dopo tale riforma e nel 2014 sono state modificate proprio per meglio adeguarle alla citata modifica costituzionale.

E’ appena il caso di notare che la “riforma” montiana della Costituzione, quella che ha modificato l’art. 81 ha pensato bene di spostare la materia dell’ “armonizzazione dei bilanci pubblici” da quelle di legislazione concorrete a quelle di competenza esclusiva dello Stato in  quanto un taglio centralista dell’”armonizzazione” avrebbe dato maggiori garanzie per il mitico pareggio di bilancio.

Pertanto in questo senso vanno quelle osservazioni della Corte campana che stigmatizzano l’insufficiente dotazione dei fondi per i crediti di dubbia esigibilità, per le passività potenziali o per il contenzioso.

In altri termini, ci troviamo di fronte ad un uso degli “accantonamenti” che va ben oltre il principio contabile della prudenza rispetto ad eventuali mancate entrate o spese impreviste.

Infatti è la stessa Corte che chiarisce le finalità di queste riserve affermando che, ovviamente, sono ottenute “tramite compressione della spesa autorizzata”, ossia un altro modo per bloccare la possibilità di eventuali politiche espansive.

Questi due elementi (il tipo di iscrizione in bilancio delle anticipazioni e il livello di copertura dei vari fondi) sono determinanti per comprendere la diversa entità del disavanzo  risultante dai calcoli della Corte (peggioramento di quasi 594 milioni per il disavanzo 2015 e di oltre 639 milioni per quello del 2016) e da quelli del Comune.

Non a caso nelle richieste dell’ANCI al Governo per la prossima legge di bilancio c’è, ad esempio, quella di “evitare di comprimere ancora la spesa corrente con obblighi troppo stringenti di accantonamento del fondo crediti di dubbia esigibilità”.

 

1) Proposte per il dibattito e l’iniziativa politica

Allora, dopo questi sintetici esempi veniamo a quello che, a nostro avviso, potrebbe essere il classico “che fare”?

Nel dibattito cittadino degli ultimi tempi sia da parte di settori di Movimento che dell’Amministrazione s’è aperta una discussione sulla questione del debito che ha avuto uno specifico impulso lo scorso febbraio con un interessante Convegno organizzato da “Massa Critica” all’ex-Asilo Filangieri che vide, tra l’altro, la presenza del compagno belga Toussaint e di Cristina Quintavalle della Commissione audit debito pubblico di Parma.

Per quanto riguarda l’Amministrazione, ha fatto ogni tanto capolino l’intenzione di costituire una Commissione consiliare sul debito prendendo spunto anche dalla tegola, caduta su conti già in difficoltà, della vicenda dei debiti pregressi delle emergenze rifiuti e terremoto.

Qui   vorremmo cogliere l’occasione per ribadire che la questione debito è molto complessa e richiede un rapporto di forze tale che non può essere oggetto di approcci superficiali e roboanti in cui, a volte, sono caduti (e cadono) sia l’Amministrazione che qualche settore di Movimento.

La strada, a nostro avviso, deve basarsi su delle direttrici che, da un lato, riprendano obiettivi storici come  la ripubblicizzazione della Cassa Depositi e Prestiti per diminuire sensibilmente il meccanismo perverso cheabbiamo descritto in precedenza,dall’altro, agiscano sulle procedure di blocco della spesa ridimensionando il ruolo dei citati “accantonamenti” o, allargando lo sguardo alle non numerose Amministrazioni con avanzo,  ne permettano l’impiego, anche parziale, in funzione anticiclica.

Altro obiettivo è quello della ripresa di una vera campagna di massa per l’abrogazione dell’art. 81 della Costituzione.

In questo senso, non ci convince la linea dell’Amministrazione napoletanache, anche a livello nazionale attraverso l’ANCI, cerca di agire soprattutto attraverso l’allungamento del periodo di ammortamento del debito da dieci a trent’anni anche per gli Enti in pre-dissesto.

Comprendiamo che questa posizione è orientata ad avere una boccata d’ossigeno sul breve periodo, tuttavia ha delle contrindicazioni sul medio e lungo periodo sia perché non dà un contributo reale ad uscire dalla spirale del debito e sia perché tende a spostare l’indebitamento verso la generazione successiva, ad es., sarebbe interessante se l’Amministrazione fornisse l’importo degli interessi sulle anticipazioni avute per i pagamenti dei debiti verso i fornitori o verso le Partecipate.

L’emersione di certi dati aiuterebbe a denunciare la perversa spirale di debito-prestiti-nuovo debito.

Ciò sarebbe ancora più importante in un Comune meridionale come il nostro.

Infatti se è vero che la crisi capitalistica ha fatto sì che Comuni in pre-dissesto o dissesto fossero presenti anche al Centro-Nord – e quest’aspetto fa comprendere meglio il perché  delle posizioni ANCI – è altrettanto vero che esiste una “questione meridionale” anche nella finanza locale dove non tutto si può ridurre alle infiltrazioni mafiose o al clientelismo che pure ci sono e vanno combattuti con decisione.

Su questo punto basta far parlare i datI:

rispetto alle tre categorie di enti in disavanzo, da una rilevazione del Ministero dell’Interno al 27/10/2016, emerge che su 67 Enti Locali “strutturalmente deficitari” ben 47 sono concentrati in tre Regioni (Campania, Calabria e Sicilia);

per quelli in “pre-dissesto” su 151 Comuni si ripete il “primato” delle tre Regioni che, complessivamente, raggiungono ben 78 Enti in riequilibrio, ossia oltre il 50% e se si allarga lo sguardo al Sud peninsulare si giunge a 89 Enti, ossia al 59%; per gli Enti in dissesto non cambia il quadro, su 107 ben 84 sono ancora in Campania, Calabria e Sicilia.

E’ chiaro che questa è una conferma del fatto che la crisi al Sud ha colpito in maniera più forte che in altre parti del Paese e che più forte deve essere la risposta non soltanto sul piano sociale ma, se possibile, anche su quello istituzionale.

Sotto questo aspetto sarà importante capire, nelle prossime settimane, gli esiti dell’audizione fatta in questi giorni dall’ANCI e da una delegazione di Sindaci, compreso quello di Napoli, che hanno portato in Senato gli emendamenti al disegno di legge di bilancio 2018 per allentare i meccanismi di soffocamento dei bilanci comunali.

Tuttavia è altrettanto chiaro che da quanto affermato sinora non si può delegare tutto alle trattative politico-istituzionali ed essere in attesa delle stesse, invece vanno create da subito le condizioni per una ripresa da Napoli di una mobilitazione che coinvolga la città come in altre occasioni (dal Consiglio Comunale sotto Montecitorio a fine 2012 alla questione Bagnoli) inoltre va ripercorsa la strada delle delibere costituzionalmente orientate mentre sarebbe auspicabile proporre e far approvare dal Consiglio la proposta di ordine del giorno contro l’inserimento nei Trattati del Fiscal Compact redatta dalla “Rete delle Città in Comune” e dai compagni di Attac con degli adeguamenti allo specifico napoletano.

PER CONCLUDERE, occorre fare del tutto per evitare l’eventuale avvio della proceduradi dichiarazione di quello che eufemisticamente viene definito “dissesto guidato” che imporrebbeulteriori sacrifici ad una città già provata e soltanto chi è irresponsabile o politicamente miope può augurarsi una simile iattura per piccoli interessi di bottega.

In quest’ultimo caso pensiamo, ad es., al gruppo consiliare Cinque Stelle che s’è appiattito sulle valutazioni della Corte dei conti dimostrando, ancora una volta, che non ha una cultura antiliberista, da notare che questo tipo di posizione non è soltanto miope ma anche controproducente visto che stanno al governo di città come Torino e Roma che non hanno certamente una situazione migliore di quella napoletana sotto il profilo dei conti

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