Napoletanità

Essere e sentirsi napoletani, l'appartenenza, le tradizioni, gli usie atteggiamenti che costituiscono il patrimonio partenopeo

E’ questa la definizione che si trova nei vocabolari. Ma che vuol dire? Per chi è napoletano può significare tante cose. Sicuramente nell’accezione positiva può ricomprendere quel senso di allegria, mista a rassegnazione, fatalismo e pazienza, quella voglia (gioia) di vivere – anche con poco – godendo degli spettacoli della natura e della compagnia delle altre persone gioviali, disponibili, affabili.

Il tutto senza tralasciare la riflessione sulla propria condizione di “napoletani” che spesso ha prodotto moti di indignazione e rivolta contro chi approfittava della nostra pazienza. E’questa la ricetta che ha consentito a Napoli di andare avanti, pur tra mille difficoltà, dominazioni, oppressioni. E’questa miscela particolare (come quella di qualche buon caffè) che ha fatto nascere e crescere grandi personalità in tutti i campi della cultura e della scienza che si sono fatti onore in casa e all’estero.

Ma se tutto questo è “napoletanità” com’è che sono secoli che non riusciamo a risollevarci e a dimostrare “chi siamo”.

Forse dipende da un’altra qualità espressa da una parola più volgare: cazzimma,  di cui dopo vorrei parlare.  Per ora consideriamo l’accezione di “napoletanità” nel senso negativo del termine.

mandolinoTante sono “le etichette” affibbiateci nel corso della storia dagli stranieri, da viaggiatori, mercanti, artisti, scrittori che venivano a contatto con la nostra realtà. Le qualità negative attribuiteci sono state le più disparate: un popolo di sciattoni, nulla facenti, senza volontà, senza dignità, senza nessun senso del rispetto delle regole. Cito dal Piovano Arlotto: uomini «di poco ingegno, maligni, cattivi e pieni di tradimento», che è un detto risalente al Medioevo, per non parlare di “lazzaroni”, “terroni” e chi ne ha più ne metta.

Benedetto Croce (che per la verità era abruzzese – anche se napoletano di adozione) ha scritto in proposito nel suo “Un Paradiso abitato da diavoli”, partendo proprio dal motto del predetto piovano. Croce conclude sostenendo che è troppo facile, ed è abitudine comune e diffusa nel mondo, di etichettare in modo semplicistico lo straniero, il diverso e che sicuramente queste semplificazioni non possono avere la pretesa di catalogare un popolo. Ma fa anche capire che i “detti” soprattutto quando sono molto diffusi ed utilizzati, qualche fondo di verità pure lo devono avere. E soprattutto che dobbiamo (noi napoletani) considerare quel biasimo «verissimo per far che sia sempre men vero»! In altre parole un’esortazione a non indignarci inutilmente ma a tenere ben presente i nostri “peccati originali” per andare oltre, con voglia di fare, con dignità.

eduardoQuesto essere consci dei difetti di Napoli, ma lottare per migliorare, è stato elemento comune a tutti i “grandi napoletani”. Senza voler troppo andare indietro nella storia, Eduardo, Massimo Troisi, Pino Daniele. Essi hanno sempre rifiutato i clichè: la Napoli della pizza e del mandolino, del vogliamoci bene, della cartolina.

In prima persona hanno vissuto per fare Napoli migliore e più grande. E sono stati essi stessi dei grandi. Tant’è che Eduardo (a cui secondo noi è un’ingiustizia non aver dato il Nobel) è così famoso nel mondo da essere ricordato solo per il nome. Lo stesso farei anche per Massimo e Pino. Questi uomini, al di la della loro “maschera” avevano un carattere non molto semplice e profondi pensieri. A volte si rendevano antipatici, ma tutti hanno avuto in comune il non voler accettare di essere napoletani – nel senso più semplicistico del termine – e nell’esortare tutti al cambiamento, alla rinascita.

Certo Eduardo, dopo aver lottato anni per realizzare un teatro stabile di Napoli – ed essersi scontrato con la mediocrità ed il solito malaffare ed inconcludenza (che chi sa perché albergano spesso in chi governa) – non essendoci riuscito disse la famosa frase” se volete fare qualcosa di buono fujtevenne” …. Sottointeso da Napoli. Ed è bellissima un’intervista televisiva di Pino quando era giovane e stava venendo alla ribalta, con sullo sfondo la tangenziale di Napoli e soprattutto il Vomero (quartiere di abusi edilizi della prima ora che ha ispirato le “Mani sulla città” di Rosi – altro grandissimo napoletano). E che dire di Massimo, del suo modo di ironizzare sui facili stereotipi di Napoli e dei suoi abitanti.

le-mani-sulla-citta-locandinaHo fatto (e faccio queste riflessioni) spesso quando torno da un soggiorno all’estero o dalle vacanze. Vedo la città alle prese con i suoi atavici problemi : il traffico, i cantieri, i servizi che non funzionano, la mancanza di rispetto delle regole e del senso civico – in una parola il caos! E poi sento il TG regionale – che parla di sparatorie e morti ammazzati in pieno giorno in quartieri popolari dove regna la totale assenza di regole e dello Stato e dove si consente ad una minoranza di delinquenti di rovinare la vita alla maggioranza delle persone per bene intese nel senso di chi rispetta le regole, ed ha un forte senso del dovere. Perché per essere per bene non basta essere ricchi borghesi, o discendenti di antiche famiglie nobili – se poi si vive nel proprio ristretto mondo – senza far niente per cercare di alimentare il cambiamento, quando addirittura non si contribuisce alla ulteriore decadenza con il proprio modo di vivere superficiale, sciatto, senza regole, senza dovere. A Napoli se riflettete dal Settecento è mancata una classe dirigente che lottasse veramente per la nostra rinascita (moti del 1799). Spesso chi ci ha guidato ha fatto i suoi interessi, quelli delle sue clientele dimenticandosi di Napoli. Dimenticando quei sentimenti di napoletanità che ci fanno essere orgogliosi del nostro essere napoletani.

E pure i “camorristi” che agli albori (ed in una visione romantica) erano i difensori dei popolani e regolavano la giustizia ed i torti (in un paese dove lo Stato era assente) si sono subito trasformati in “aguzzini” dei loro compaesani, taglieggiando, uccidendo, facendo soldi nei modi peggiori, sotterrando rifiuti tossici, diventando interlocutori e sostenitori di politici ed amministratori corrotti nelle “istituzioni” a loro vicini se non di loro emanazione. Come uscirne?

Ci vuole la “napoletanità” quella buona! Dobbiamo scordaci per sempre la “cazzimma”, termine a noi napoletani ben noto, e che persino l’Accademia della Crusca ha analizzato e spiegato e che Pino (a cui l’autorevole Istituzione ha fatto riferimento) ha definito così: “Chi non è napoletano e non ha mai avuto modo di sentire questo termine, si chiederà giustamente di che si tratti. Ebbe’, “cazzimma” è un neologismo dialettale molto in voga negli ultimi tempi.

danieleDesigna la furbizia accentuata, la pratica costante di attingere acqua per il proprio mulino, in qualunque momento e situazione, magari anche sfruttando i propri amici più intimi, i propri parenti […]. È l’attitudine a cercare e trovare, d’istinto, sempre e comunque, il proprio tornaconto, dai grandi affari o business fino alle schermaglie meschine per chi deve pagare il pranzo o il caffè (P. Daniele, Storie e poesie di un mascalzone latino, Napoli, Pironti, 1994, pp. 52-53).   E l’Accademia spiega :In effetti la cazzimma è innanzitutto la ‘furbizia opportunistica’, e colui che tiene la cazzimma è propriamente un individuo furbo, scaltro, sicuro di sé, è il dritto (inteso nel senso peggiore ndr) che sa cavarsela, anche se ciò comporta scavalcare gli altri.

Sei grande Pinù … pure la Crusca ti ha citato, perché meglio di così non si poteva dire. Tu e quelli come te avevate capito tutto ed avevate la ricetta. Ma qua è difficile applicarla. E’grazie a gente come te che non mi vergogno di essere: napoletano. E ce ne sono tanti “napoletani veri” che si sono stancati di lottare, non vogliono essere furbi nel senso deleterio del termine, e si rassegnano a passare per “fessi” o se ne vanno via (come facesti pure tu).

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