MusicArTerapia e Globalità dei Linguaggi

Per una (Co)Scienza della Cura Integrata: Educazione, Terapia, Animazione e Formazione, con tutti i linguaggi e stili comunicativo-espressivi dell’essere umano

Musicoterapia, arte-terapia, danza-terapia, cromoterapia, teatro-terapia, scrittura creativa, clown-therapy, ippoterapia, pet-therapy, risata-terapia… … se poi volgiamo lo sguardo sia pur fugace al solo panorama musicoterapeutico, incontriamo la “Bioacustica” di Sharry Edwards, la “Cimatica” di Chladni-Jenny, la “Chirofonetica” di Steiner, il “Continuum di consapevolezza” di Boxil, il “Dialogo sonoro” di Mauro Scardovelli, la “Musicoterapia creativa” di Nordoff e Robbins, il “Metodo Orff”, la “Musicoterapia Analitica” di Mary Priestley, il “Metodo Tomasis”, la “Musicoterapia Psicosomatica” di Francesco Palmirotta, la “Risonanza nella relazione” di Giulia Cremaschi, la “Musicoterapia Verbo-Tonale” di Petar Guberina, la “Musicoterapia Evolutiva – Biomusica” di Mario Corradini… Ognuno dei capiscuola di tali metodi e tecniche ‘pretende’ di applicare la sua specifica tecnica e/o metodo sia a persone molto ma molto diverse fra loro, sia per affrontare patologie del tutto differenti, sia addirittura per finalità del tutto diverse (educazione, terapia, animazione, formazione). Ognuno di essi è in giro per il mondo con la sua (efficace?) ‘cassettina per gli attrezzi’ (concettuali ed operativi), con la presunzione che bisogna partire da una geniale tecnica o da un inedito metodo, per poi (ri)adattarlo a singole situazioni/esperienze/persone.
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Ma voi, di fronte a questo variegato (a volte variopinto) universo (pseudo?)terapeutico, sentite di avere a che fare con pratiche, tecniche, metodi, discipline, che abbiano a che fare (anche solo lontanamente) con la Scienza, con l’Arte, con entrambe o con nessuna di esse? Non vi sembra che, se si vuole solo abbozzare un primo passo verso una rigorosa pratica scientifica o artistica, sia necessario partire non dal particolare metodo e dalla specifica tecnica che si vogliono diffondere, ma dall’oggetto, o meglio, dal soggetto principale del nostro intervento? E chi è il soggetto principale del nostro intervento (educativo, terapeutico, formativo, animativo)? La persona! Le persone tutte diversissime fra loro! O meglio ancora, il Soggetto è: le (uniche, irripetibili) relazioni educative, formative, terapeutiche o animative, che andiamo ad instaurare di volta in volta, di caso in caso, con diverse persone, in contesti spesso diversi. E, allora, vogliamo avere la presunzione che si possa adottare una medesima tecnica a casi diversissimi fra loro? Non penso. Non lo penso, soprattutto perché sono stato spesso testimone di fallimenti operativi di tali tecniche, che inducevano il terapeuta ad esclamare: “Non collabora! Non reagisce! Non c’è proprio niente da fare! Non c’è nulla da fare! Rassegniamoci!” Invece, pragmaticamente e programmaticamente partiamo dalla singola specifica, unica, persona ed osserviamo quali sono i suoi (non i nostri…) canali e stili comunicativo-espressivi preferenziali, canali e stili che ogni persona adopera preferenzialmente (e alcune volte inconsapevolmente) quando si relaziona con il mondo circostante. Vedremo che, anche chi versa in uno stato di grave condizione psicofisica, sceglie (o è costretto – dalle sue specifiche condizioni psicofisiche – ad adoperare) uno o più canali (e specifici stili) propri per poter comunicare ed esprimersi.
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Partiamo dall’osservazione sia dei comportamenti sociopsicosensocorporei sia dei canali e degli stili comunicativo-espressivi adoperati da ciascun specifico essere umano, con le proprie condizioni socio-psico-senso-corporee: essa è preziosa per poter tentare un’efficace e mirato intervento terapeutico, educativo, formativo o animativo. Tenendo bene a mente che l’osservazione non è mai neutrale, in quanto carica di postulati più o meno consapevoli: per es. uno dei postulati che dovremmo accogliere è quello di considerare l’essere umano quale unità sociopsicofisica, che si relaziona al mondo con la sua specifica modalità e stile comunicativo-espressivo.
Ma non c’è nulla che ci accomuni come esseri appartenenti alla stessa specie, a prescindere dalle caratteristiche anatomiche, funzionali e genetiche, che ci rendono simili gli uni agli altri?

Se poniamo mente alle esperienze comuni del genere umano, la prima cosa che emerge è la comune origine e vicenda prenatale, sia pur densa di infinite sfumature che ci renderanno poi unici. Ma anche la fase perinatale, quella che Stefania Guerra Lisi denomina ”Viaggio dell’Eroe”, è nella sostanza molto simile per tutti noi. Ma non solo. Sono tante le vicende umane che ci accomunano nel corso della nostra vita e lascio a voi il compito di elencarle.
Insomma, è necessario un punto di vista rivoluzionario rispetto alle pratiche x-terapeutiche correnti.Se vogliamo accogliere questa rivoluzione filosofica, concettuale ed operativa, con questi presupposti (osservazione e studio dei comportamenti sociopsicosensocorporei di ciascun essere umano, tentativo di elaborare un percorso e una pratica terapeutica, educativa, animativa o formativa, proprio a partire dalle peculiarità che riscontriamo nella singola persona – Progetto-Persona -, comunanza e similitudine di stili comunicativi ed espressivi riconducibili alle esperienze prenatali, perinatali e postnatali, sinestesia, emotonofonosimbolismo) si costruisce una nuova disciplina, che sintetizzi tale prospettiva rivoluzionaria.
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Come chiamare la disciplina che contempla tutto ciò e tanto altro ancora (che esporremo in articoli successivi)? Nel 1980 Stefania Guerra Lisi pubblicò un libro prefato da un prestigioso matematico dell’epoca, Lucio Lombardo Radice: “Comunicazione ed espressione nella Globalità dei Linguaggi”. La Globalità dei Linguaggi, appunto, come disciplina concernente la relazione umana (antropica e naturale) nelle sue dimensioni della comunicazione e dell’espressione attraverso tutti i linguaggi comunicativo-espressivi (sonoro, verbale, grafico-cromatico, tattile, coreutico, materico, gestuale, olfattivo, gustativo, iconico-simbolico …) che ogni essere umano (nonostante le specifiche e gravi condizioni psicofisiche in cui versa) adopera nella sua interazione col mondo, sia esso naturale o antropico. Questa disciplina può avere finalità di terapia, educazione, formazione, ma anche animativa (nel senso di anima in azione).

Quando la finalità diviene (eminentemente ma non esclusivamente) terapeutica, possiamo definirla come MusicArTerapia, neologismo coniato sempre da Stefania Guerra Lisi in un articolo scientifico del 1982.
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Proprio dagli anni ’80 del XX secolo si è avviato un percorso di ricercazione denso di originali teorie, principi, percorsi operativi, da applicarsi in molteplici contesti riconducibili alla vita umana: dalla preparazione al parto all’educazione in ogni ordine e grado, dalla riabilitazione e terapia per persone con disabilità o in grave disagio psicofisico o sociale alla cura delle persone anziane, fino agli stati di coma vigile. Un percorso che potrebbe rivelarsi prezioso, non solo per chi lavora nell’area socio-educativa, ma anche per psicologi e (neuro)psichiatri, sovente troppo abbarbicati al solo canale comunicativo-espressivo che riescono ad adoperare, quello verbale (scritto o parlato).

Si dirà: ma questa disciplina è scientifica, artistica, un’ennesima tecnica, un metodo o cosa? Quali sono i valori, i principi, le teorie, le tecniche, che contraddistinguono questa disciplina? Per tentare di rispondere a questi quesiti, vi invito a leggere un prossimo articolo. Nel frattempo, ricordiamoci che per ciascuno di noi la dimensione creativa (comunicativo-espressiva), senza regole precostituite se non quella di rispettare la vita propria ed altrui, è fondamentale per vivere una vita più densa di significato, colma di inusitate sfumature, melodie, danze, sia esistenziali, che concettuali ed emotive. È in gioco il nostro bene più prezioso: la Vita, la nostra vita, il nostro tempo di vita.

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