Moscato, visionario narratore dei Quartieri Spagnoli

 In Archeologia del sangue (1948-1961)  (edito da Cronopio)  Enzo Moscato  narra il suo vissuto tra i vicoli dei Quartieri a Napoli, intrecciandolo in modo fantastico con la memoria collettiva della città  

Scritto da Antonio Grieco

Per capire Napoli, le sue tradizioni, la sua storia, l’identità stessa del suo popolo, diventa sempre più necessario volgere lo sguardo all’ opera dei nostri più grandi scrittori e commediografi che ne hanno svelato l’anima più intima e segreta. Ne abbiamo avuto conferma alcuni mesi fa nel corso della lettura di Archeologia del sangue di Enzo Moscato (edito da Cronopio nel 2020): una serie di racconti autobiografici in cui il drammaturgo, cantante, attore e scrittore napoletano, evoca il suo vissuto ai Quartieri Spagnoli dal 1948  sino al 1961, quando si trasferirà con la sua famiglia, sempre a Napoli, nella zona di Fuorigrotta.

Il titolo del libro naturalmente fa immediatamente pensare a Michel Foucault, autore di Archeologia del sapere, un testo in cui il filosofo francese ci illumina sul rapporto tra conoscenze informali, cioè saperi non codificati, e comportamenti sociali. In fondo, in questa radiografia moscatiana di quel microcosmo invisibile a ridosso di Via Toledo, sottotraccia, si intuisce anche questo piano speculativo, ma lo scrittore napoletano crediamo vada oltre, perché, al di là dei suoi personali ricordi infantili, egli – da “narratore puro” – scava nella memoria collettiva della città, nelle sue ombre, nelle sue insanabili cicatrici,  e alla fine convoca quegli spettri che ritornano “vivi” tra noi, forse per indicarci la strada o solo per ammonirci a non dimenticare chi non si è salvato: quel mondo invisibile che, per dirla con Pasolini, non è riuscito a stare al passo con la Storia.

Aggiungiamo che ciò che distingue queste tracce mnestiche nel tessuto narrativo  è  un “ibridismo linguistico” – ricco di musicalità, di sonorità remote – che destruttura la finzione letteraria mescolando l’italiano a un napoletano assolutamente reinventato e ad altri idiomi europei. Il risultato di queste singolari contaminazioni che cancellano ogni traccia di folklorico localismo, è “la lingua di Moscato”, un’invenzione letteraria che interroga la vita, unica per energia espressiva e originalità, come è stato giustamente osservato da Maurizio Zanardi, Antonia Lezza, Armida Parisi, Nino Daniele, quando agli inizi di giugno il libro è stato presentato, insieme con l’altro suo testo Tà – kài -Tà (Eduardo per Eduardo), nella storica Sala Assoli, ai Quartieri Spagnoli.

Diviso in due parti, I vicoli e Il Tempo, Archeologia del sangue si può leggere da angolazioni diverse: da una prospettiva semplicemente autobiografica ed anche da uno sguardo più riflessivo che rinvia sia alla ricerca filosofica, che ad una ricerca antropologica sulle grandi mutazioni sociali che hanno interessato Napoli nel secondo dopoguerra, prima che gran parte del suo territorio in assenza (o con la complicità) dello Stato finisse sotto il dominio della criminalità organizzata. Questi “sguardi plurimi” trovano nella scrittura moscatiana un delicato equilibrio tra espressività e coscienza: come se tutte le trame esistenziali dell’autore si riversassero nel medesimo istante – e come “corpo vivo” – nella pagina scritta. Così, al lettore non resta che lasciarsi trascinare da questo struggente flusso di ricordi e pensieri – inconsci e non lontani dalla “Scrittura Automatica” -, che assumono sempre originali caratteri onirici e favolistici.

Il lavoro – come scrive l’autore nella nota introduttiva al volume – racconta gli eventi accaduti tra “i vari vicoli e vicarielli popolari dei Quartieri Spagnoli”, dove lui era nato e viveva con la sua numerosissima famiglia, trasferendosi spesso da casa a casa – da “Palazzo Scampagnato” a “Casa del Cristallo”, alla “Casa della Loggia” – tutte a pochi passi una dall’altra.

Le storie scorrono veloci evocando leggende, aneddoti e riti, che in quei vicoli si tramandano da generazioni: come quelli dei proverbi (sinistri) della Festa di San Giovanni o dello scioglimento del piombo, da cui le ragazze guardando dentro il pentolino, «”deducevano”, poi “alambiccavano”, ciascuna per conto suo e tutte assieme, cosa – divinatoriamente – era venuto fuori , al riguardo del futuro».

Moscato ci dice molte cose anche sui mestieri (informali come altre forme di sostentamento) prevalenti tra gli abitanti del luogo – come  ‘o sapunariello, ‘a zarallare, la “Guantara”; mestieri che ritroviamo simili in altre zone popolari della città,  come ad  esempio quello della lavorazione dei guanti, diffusissimo nel rione Sanità e famoso nel mondo per la bravura degli artigiani napoletani (cui rende in qualche modo omaggio anche Philippe Roth in Pastorale americana). Dunque, possiamo dire che il microcosmo umano sopra Toledo del drammaturgo napoletano – con i  suoi “sapunarielli”, gli intrecci familiari e i suoi odi ancestrali (viscerale ed emblematico quello di sua madre per donna Giovannina) – non sia altro che Napoli, una comunità che vive nel vortice del divenire restando sé stessa.

In queste trame di vissuto, come si accennava, centrale è la tensione favolistica, che assume aspetti paradossali (e riflessivi) in capitoli come La Guerra (fredda?) dei Santi o Maria c”a barba; quest’ultimo chiaramente allusivo del rifiuto dell’Altro, di una diversità transgender non accettata dalla gente del quartiere che nella giovane donna vede solo un’attrazione da circo. Surreale (ed esilarante) il racconto Messaggeri di mondi trapassati, in cui l’autore ricorda la sua frequentazione alla Scuola Media di Santa Maria di Costantinopoli (dove, tra l’altro, insegnava Luigi Incoronato, scrittore neorealista ormai dimenticato, ndr), che si chiude con la “spaventosa vista di quel topo gigantesco” che soggiornava in classe dentro un grande orologio a muro.

Sorprendente anche il capitolo finale del libro dove Moscato evoca la breve esistenza di sua zia Carmela morta a tre anni per la “febbre spagnola”. E qui si ha davvero la sensazione che questo magico universo dei Quartieri Spagnoli che da sempre abita la mente e il cuore dello scrittore napoletano, parli del nostro sospeso presente pandemico in cui il prezzo più alto lo pagano sempre le fasce meno abbienti della società, perché «il danaro, che volete?, uno status sociale in qualche modo più elevato, più protetto dalla nuda esposizione… a volte può far la differenza “tra “perdersi e “salvarsi”»: altro che “magnifiche sorti e progressive dell’umanità”. I

n questa suggestiva, e a tratti crudele, “esperienza intima del tempo” (Bergson), sembra insomma che l’autore non scorga altro che il “Ritorno dell’uguale”.

Forse un barlume di luce si intravede solo in quei bambini salvati dalla Spagnola, che festeggiano tra i vicoli la fine dell’epidemia teatralmente vestiti da santi

. E’ il 1918 (non il tragico 2020 che ha devastato dovunque le nostre comunità), e noi, in questre creature felici che si riprendono la vita, non possiamo non vedere riflesso il nostro stesso, insopprimibile desiderio di tornare a vivere sereni, sperando che il mondo di questo nuovo  millennio ritrovi sé stesso e sappia rinascere dalle proprie ceneri con una ritrovata innocenza.

Un commento

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  • Marisa Crudele Borgia
    6 settembre 2021 at 13:40 - Reply

    Che si creda o no,ci sono delle coincidenze che hanno segnato la vita di Moscato e degli abitanti dei quartieri spagnoli.
    Antonio Grieco mette anche in evidenza la voglia di vivere dopo la Spagnola,che somiglia molto alla voglia di vivere dei nostri giorni. Vorremmo tanto che il virus che ci ha colpito fosse debellato e potessimo tornare alla normalità. Molto apprezzabile e interessante il lavoro svolto da Grieco.