Modo minore, il canto lieve di Moscato come nostalgia del futuro

Alla Sala Assoli dal 12 ottobre lo spettacolo musicale di Enzo Moscato tra brani di un repertorio poco conosciuto, progetto e direzione musicale di Pasquale Scialò

Scritto da Antonio Grieco

La memoria,  le radici, e in particolare quelle stratificate della nostra città, sono il fuoco che accende da sempre la scena di Enzo Moscato.

Ebbene, noi crediamo che anche solo per questo, l’autore attore napoletano dovrebbe essere riconosciuto come uno degli ultimi grandi maestri del teatro contemporaneo. In questi anni infatti egli non ha mai smesso di credere nella nostra lingua, (riattivandola, contaminandola dall’interno, depurandola da vuoti stereotipi, ma conservandone il volto e l’anima), nelle nostre voci, nel corpo visibile e invisibile della nostra comunità, che nell’eterno presente di un mondo ridotto a merce sarebbero stati inevitabilmente spazzati via, come lo sono state tante altre storie, vite, esperienze e tradizioni di mondi ai margini.

Questo pensiero torna in mente, quasi come un riflesso condizionato, anche assistendo al suo ultimo spettacolo, “Modo minore”, un suo testo su progetto e direzione musicale di Pasquale Scialò , andato in scena con la sua regia (dal 12 al 14 ottobre) nella storica e rinovata Sala Assoli, ai Quartieri Spagnoli.

Modo minore è un excursus musicale che dagli anni Cinquanta giunge sino agli anni Ottanta, recuperando brani poco noti della nostra tradizione canora, sia napoletana che italiana e internazionale. Una scelta, quella del drammaturgo napoletano, di non inoltrarsi oltre gli anni Ottanta probabilmente nientaffatto casuale, perché quel fondamentale snodo del Novecento coincise  con l’avvio di una  pervasiva mutazione antropologica, sociale, culturale e politica, che su scala globale, lentamente e inesorabilmente, si tradusse in una devastante omologazione di linguaggi espressivi e nella perdita di innocenza e memoria di intere comunità. Moscato canta e recita in scena con un filo di voce, accompagnato da un affiatato complesso musicale da camera composto da quattro elementi.  Parte da Giacca rossa e’ russetto di Carosone e dai brani di Sergio Bruni (‘O jukebox, Carmela), Mario Trevi,  Pino Mauro, affiancandoli a quelli di Giorgio Gaber, Pino Donaggio, l’Equipe ’84, Luigi Tenco, Sonny & Cher, Dalida; sorpendono per la loro freschezza espressiva alcuni testi dimenticati della nostra canzone urbana, come ‘O bar ‘ll’univerità (di Annona-Di domenico, del 1971) e Mandolino d’ o Texas, del 1968, in bilico, scrive Scialò in una  nota al programma di sala, tra una surreale creatività e i luoghi comuni.

Nel suo “recitar cantando”, l’artista attore mostra una vocalità lieve, essenziale, lontanissima da quella, spesso enfatica e retorica, dei “cantanti di voce”; ma è proprio questa sua bassa tonalità a conferire, come per incanto, una singolare unità alla sua performance, che comunica emozioni immediate, sempre nuove, senza lasciar trasparire alcuna discrasia tra brani internazionali e napoletani.

L’unità linguistica è il pregio maggiore della  interpretazione e del progetto ideato dal drammaturgo napoletano, che non ha paura di evocare quel sentimento di struggente rimpianto per eventi felici del nostro vissuto che chiamiamo nostalgia; spesso banalizzato e deriso, il ricordo di ciò che siamo stati è invece inscritto nella nostra vita e fonda le nostre identità nel  flusso caotico del divenire.  E’ per questo che ogni brano musicale di Moscato-Scialò non è mai una intoccabile “reliquia” del nostro passato, ma qualcosa di vivo che allude –  come quando irrompono nei vicoli il Jukebox o brani come Carmela – a un dinamismo culturale e sociale che non lascia mai dietro di sé le tracce della nostre tradizioni e della nostra storia.

Di tanto in tanto, il regista attore abbandona il suo canto e si accosta, come in altri suoi lavori, al leggio posto al centro della scena, recitando i suoi pensieri sul tempo trascorso: riflessioni sulla vita che guardano ai mutamenti avvenuti nella società italiana nell’ultima metà dello scorso secolo. La poesia e la canzone sono stati per molti anni la nostra grande illusione che ci ha aiutato a superare drammatici momenti di crisi. L’ultimo conflitto mondiale infatti aveva lasciato nelle strade, nei vicoli e tra le mura annerite della città, solo macerie e morte, ma nella miseria si scorgevano spiragli di luce, speranze, forse un mondo migliore: “ Cinquanta-Sessanta-Settanta, tre decenni edificanti/ Perché, a frotte, dopo ‘e botte d’o conflitto/ S’ergevano neo muri fitti fitti/… Già, tenori e sciantoselle, dalle radio, ci facevano la vita illusa e bella/ di speranza e di progredismo , ben infusa/”.

E poi ancora, un “ritratto” originalissimo dei napoletani, che recita così: “I napoletani- se ben pensate – sono un po’ come le api. Come le api succhiano polline e nettare dai fiori di uno spazio verde attorno a loro, per farne poi dolcissimo miele, così fanno i Napoletani, ma non coi fiori, no …bensì coi suoni”.

Poi Moscato torna a cantare: Russulella, Na bruna, Nun ‘aggia perdere. Altri capolavori con spiazzanti contaminazioni canore, come quella pensata da Scialò che accosta  il Jazz di Keith Jarrett a Nun t’aggia perdere, un brano di Moxedano-Iglio, del 1976.

La nostalgia, dice Moscato, sono anche questi antichi suoni, queste voci. E la giovinezza non è mai del tutto perduta. Alla fine, sono proprio queste melodie che vengono da lontano a farci sentire vivi, perchè il nostro mondo è scolpito nel tempo, e il nostro passato non è altra cosa da noi, dal nostro futuro, dai nostri sogni. Da una vita che scorre e diventa fiaba,  come in quelle immagini – un corto per l’attenta regia di Carlo Guitto – che in alto, alle spalle del Quartetto strumentale, mostrano i bambini rincorrersi allegri tra i vicoli, giocare felici, divertirsi con semplicità, per poi avvicinare per strada e in teatro artisti attori come Enzo Perna, Nunzia Schiano, Ernesto Mahieux, Cristina Donadio, che in quel Teatro Nuovo ha iniziato la sua straordinaria avventura teatrale proprio con Moscato.

E’ la vita, l’innocenza che entra nel teatro. Il sogno di un’intera generazione teatrale napoletana che non ha mai smesso di credere che il teatro e la creatività possano salvare il mondo.

Oltre la “saudade” lieve (ma mai malinconica) di Moscato e il prezioso  contributo  del maestro Scialò, va sottolineata la bravura dei componenti l’organico strumentale, che hanno acccompagnato l’artista attore nel suo poetico viaggio nel repertorio canoro del dopoguerra, Paolo Cimmino, Antonia Colica, Antonio Pepe, Claudio Romano, Teresa di Monaco (per l’assistenza fonica). Bravissimi anche i piccoli attori del corto, Maria Pia Affinito, Isabel e Oscar Guitto, Elisa e Dario Barletta, Michele e Francesca Fiorellino. La produzione dello spettacolo è della Compagnia Teatrale Enzo Moscato/Casa del Contemporaneo.

Lunghi e coinvinti applausi da spettatori entusiasti e attenti.  Si replica ancora dal 18 al 21 ottobre. Spettacolo assolutamente da non perdere

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