Mimmo Borrelli: quando il teatro diventa espressione

 La poesia a teatro come gesto di libertà e di resistenza. La Cupa di Mimmo Borrelli al Teatro San Ferdinando

Di   Antonio Grieco

Materia viva, incandescente, la lingua di Mimmo Borelli è il corpo stesso della scena. Una parola, una voce e un suono che squarciano le ombre di un mondo oscuro colto nel momento più tragico della sua violenza autodistruttiva.

Nulla di consolatorio in questa scrittura scenica che ha insieme qualcosa di arcaico e moderno. I versi del poeta, attore e regista napoletano – quel dialetto aspro di una terra flegrea da sempre simbolo di precarietà e di  morte – parlano di una umanità spazzata via dalla grande tempesta della Storia. Una drammaturgia dei “resti”, questa di Borrelli, che contamina la tragedia greca con la sperimentazione più spregiudicata e col nostro stesso teatro di tradizione (da Artaud al teatro giapponese, da Viviani a Genet, a Moscato, a Pasolini, solo per citare qualche nome).

 Il fascino de La Cupa, fabbula di un omo che divinne albero – il suo utimo lavoro  andato in scena al Teatro San Ferdinando dal 10 aprile al 6 maggio (in due parti di un’ora e mezza ciascuna) – è tutto nell’incendio di questi incredibili dodicimila versi vomitati sulla scena-pedana senza soluzione di continuià da lui e dai suoi  attori, in un vorticoso crescendo di parole, canti, immagini, suoni, musica dal vivo, a tratti, quest’ ultima, sospesa nello spazio e nel tempo, come il gamelan o anche, nella seconda parte, come i “Raga Mala”del Nord dell‘India; versi e azioni che colgono di sorpresa chi si aspetta dal teatro solo una carezza. Perchè qui ogni gesto è una ferita non rimarginata: un allarme sulla perdita del mondo nell’ora della globalizzazione più selvaggia e spietata.

La Cupa – che segna anche il passaggio dalla Trinità dell’Acqua (‘Nzularchia,‘A Sciaveca,    ‘figlie so’ piezze ‘i sfaccimme) alla Trinità della Terra – è l’approdo più sorprendente di un lungo percorso poetico iniziato in solitudine – lontano dal mercato e dalle istituzioni – , in un tempo in cui sembra impossibile condividere una qualche meta comune perché di fronte a noi ci sono solo immagini vuote, narcisismo, decadenza.

C ‘è un solo modo per l’autore attore di Torregaveta di non finire stritolati dal consumismo e dall’omologazione: il teatro. Ma un teatro che nasca da una necessità interiore; che tragga linfa vitale dal territorio di cui è espressione, che “vuole prescindere assolutamente dalla finzione” e  farsi specchio di una condizione umana lacerata sin dalla sua nascita dal male, da un potere violento che la opprime distruggendone umanità e identità.

E’ per questo che anche questo suo ultimo lavoro – che segue esperienze e percorsi inediti come Sepsa, La madre, Memorie e versi dei campi flegrei –  parla indirettamente di noi, di una mutazione antropologica, di conflitti sepolti nella storia dell’uomo, eppure contemporanei, moderni. La metafora è evidente. Cupa – che allude alle cave di tufo frutto del secolare lavoro di estrazione dei cavatori nel territorio flegreo – sta qui per sprofondamento, caduta.

La scena è radicalmente destrutturata. C’è una lunga pedana che taglia la platea dove agiscono gli attori, come in una sacra rappresentazione, con ai lati gli spettatori in due lunghe file; una vicinanza che dà loro la sensazione di essere dentro l’azione, di cogliere tutta l’energia dei loro gesti, dei loro corpi, dei loro canti: mentre pregano, inveiscono contro Dio, o contro la propria, tragica sorte.

In fondo, nel buio, dove c’era il palcoscenico, pende ora una grande sfera simbolo di una terra che incombe sul mondo, mentre, di tanto in tanto, un uccello nero dalle grandi ali – che la simbologia popolare associa alla morte e al male – scende dall’alto.

La  storia è un racconto di spettri. di “bestie dell’oltretomba” che ritornano come un incubo nella vita dei protagonisti: come in quella di Maria delle Papere, lacerata dalla terribile violenza di cui è stata oggetto.

Borrelli interpreta con una energia impressionante Giosafatte ‘Nzamamorte, reo di aver abbandonato i figli Mimmo e Peppe su un isolotto e di averli lasciati morire. Il dolore, insopportabile, spinse sua moglie Bianca a togliersi la vita. Giosafatte – che ora ha un cancro e gli restano mesi di vita – resta così solo. Gli è rimasto solo una figlia, Maria, accecata da sua madre prima di suicidarsi. Ma ne rifiuta la paternità facendole credere di esserle fratello. Ma tutti – da Innocente Cresenzo, guardiano della cava, a Tommaso Scippasalute, mastro cavatore, da Ciaccone a Matteo Pagliuccone, a Vicienz Mussasciutto e Tummasino Scippasalute – nascondono colpe altrettanto gravi: violenze, stupri, omicidi, pedofilia, oppressioni. A ciò si aggiunge il traffico illegale dei rifiuti radiattivi che ha devastato il territorio, la prostituzione, il commercio di organi di bambini da parte della criminalità organizzata.

Tutto questo orrendo vissuto nello svolgimento della messinscena viene alla luce per frammenti, per movimenti aritmici, cinematografici, che squarciano il velo su loschi interessi, odi atavici, violenze, vendette. Come quella di Sciappasalute nei confronti di ‘Nzanamorte per avergli sottratto la sua proprietà. Insomma, La Cupa, tra pulsioni di vita e di morte, allude a una società  in disfacimento che non vuol cambiare né riconoscere i suoi crimini.

Gli spettri di Borrelli allora non sono altro che un monito a chi erediterà “lo svango”, il definitivo sprofondamento dell’uomo nel mondo globale delle merci che distrugge ogni forma di libertà e innocenza. Un’ ultima osservazione: non riconoscere il senso politico sotteso a questo spettacolo è come tradirlo nei suoi aspetti più umani, visionari e poetici.

Le scene surreali sono di Luigi Ferrigno, i costumi di Enzo Pirozzi, le splendide luci di Cesare Accetta. Ma è impossibile non segnalare  l’eccezionale prova di  tutti gli attori che da anni, con Borrelli, lavorano a un altro teatro: Maurizio Azzurro, Dario Barbato, Gaetano  Colella, Veronica D’Elia, Roberto De Simone, Gennaro di Colandrea, Paolo Fabozzo, Marianna Fontana, Enzo Gaito, Geremia Longobardo, Stefano Miglio, Autilia Ranieri

 

 

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