Migranti nell’antichità. Quando il Nord fu l’Africa di oggi

La terra gira, siamo tutti il sud o il nord di qualcun altro

Il tema bollente dei migranti è, ormai, all’ordine del giorno: in televisione, dai telegiornali ai talk show, non si parla d’altro; sul web infuriano le opinioni del popolo esperto e dotto in tutto, senza aver quasi mai studiato; si spendono in merito quotidianamente discorsi da bar che sono subito condivisi in tutto il mondo.

E accade che l’ignoranza, condivisa e osannata, fa anche dei popoli diversi semplicemente dei barbari. Si ritorna indietro agli albori della nostra cultura, all’atavico sospetto nei confronti del diverso, per gli antichi Greci “barbaro” e di conseguenza incivile, estraneo e nemico dell’ordinata società. I

l pregiudizio nei confronti del diverso ci appartiene da più di quanto si possa credere, insomma, ma è interessante notare come nell’Antichità quest’atteggiamento di sfiducia e timore dell’altro, frutto di una concezione mediterraneocentrica, fosse destinata per lo più ai popoli del Nord.

Il logocentrismo dei Greci, passato poi ai Romani,instillò l’orgoglio di essere altri rispetto ai popoli dell’Europa settentrionale fuori dal cosiddetto mondo civile sorto lungo le miti coste del Mediterraneo.

Che non si offendano i leghisti, ma quello dei nostri antenati era un vero e proprio pregiudizio antinordico. Ma la Terra gira e, in fondo, siamo tutti il Sud – o il Nord – di qualcun altro.

Al di là del mero campanilismo, il pregiudizio antinordico nella cultura classica si fondava sulla convinzione di un legame inscindibile tra la natura dei luoghi e la natura degli uomini che in essa vivevano.

Questa teoria che unisce clima e indole umana si riscontra già in un testo compreso nel corpus di Ippocrate di Cos (460 ca-380 a. C.), uno dei più importanti scienziati del mondo antico.

Nel Trattato sulle Arie acque luoghisi afferma che in Europa i popoli si differenziano tra loro in relazione alle diverse condizioni climatiche: “Gli abitanti delle regioni fredde è naturale siano di grande corporatura, predisposti alla fatica e al valore; tali nature presenteranno, in misura notevole, selvatichezza e bestialità”.

La scuola medica ippocratica non divide, seppure più importanti, i fattori ambientali da quelli sociali reputando, infatti, superiori gli abitanti della zona temperata rispetto a quelli di aree troppo calde o troppo fredde. Insomma, si voleva dare fondamento scientifico alla presunta superiorità dei Mediterranei sui “barbari”.

Fa breccia nell’omogeneo panorama di opinioni la voce leggermente dissonante di Strabone (60 a.C.-20 d.C. ca) che associa l’indole umana all’abitudine e all’educazione, non più al clima: “non è per natura che gli Ateniesi amano il bell’eloquio, ma piuttosto per abitudine, come non è per natura che i Babilonesi e gli Egizi sono filosofi, ma per educazione e abitudine”. Ma Strabone è lo stesso che nel quarto libro della Geografia dice che quanto più a nord vive un popolo, tanto più è coraggioso e desideroso di combattere.

La contraddizione si può giustificare alla luce dell’epoca in cui scrive Strabone, segnata dalle campagne romane in Britannia e in Germania, in cui si attua concretamente il confronto/scontro con i popoli del Nord.

Successivamente la teoria della scuola ippocratica viene utilizzata per leggere negativamente la diversità dei Nordici, ora intesa da un punto di vista “razziale” dal filosofo Posidonio (135-50 a.C. ca), mediatore della cultura stoica a Roma. Nel I secolo dopo Cristo nella capitale del mondo fioriscono studi più specificamente scientifici di cui si avvale l’interesse politico-strategico per conoscere meglio i popoli che premono sul confine nordoccidentale. In quest’ottica Tacito, nella sua opera Germania, non devia dal modello geoclimatico del Trattato ippocratico e afferma che le abitudini fisiche proprie dei Germani sono determinate dalle condizioni geografiche e climatiche. Il carattere duro degli abitanti del Nord non dipende solo dalla persistenza del gelo, ma anche dalla sterilità della terra, ossia dalle più difficili condizioni di vita che spiegano anche la tipica tristezza dei Settentrionali, su cui influiva la lunga oscurità del periodo invernale. A risentirne non sono solo gli uomini, ma il freddo favorisce anche la nascita di animali di grossa taglia entro sterminate foreste.

Per gli Antichi,al di là del Settentrione (Britannia, Germania e Scizia), oltre il confine delle montagne Rifee, esisteva una zona inabitabile per l’eccesso di freddo, fatta eccezione per il paese degli Iperborei, sui quali non si registrano gli stessi effetti che il clima suscita in altri popoli nordici.

Una gens felix, secondo Plinio, serena e longeva grazie ad un periodo ininterrotto di giorno continuo lungo sei mesi, simbolo di una perduta età dell’oro fondata sugli antichi ideali venuti meno verso la fine del I secolo nella Repubblica Romana. L’idealizzazione di questo estremo popolo del Nord, però, è sopraffatta presto dai problemi e dagli effetti delle migrazioni dei popoli nordorientali, che avevano generato nei cittadini romani, pagani e cristiani, angosciose domande sulla natura di questi migranti: ad esempio gli Unni, feroci e selvaggi, apparivano ai Romani come la personificazione della barbarie scaturita dalla fredda e sterile Scizia.

L’uomo, dall’Antichità al Medioevo, odia il barbaro, l’estraneo che invade, corrompe e distrugge la sua ideale società giusta e libera; un odio che è paura del buio, del nemico sconosciuto, del clima che impedisce di vivere secondo le norme consuete, dell’ignoto: il Nord in passato, l’Africa oggi, sono periferia solo sfiorata, verso la quale gli uomini del 2017 guardano ininterrottamente, i più con gli occhi dell’odio e della paura, riconoscendo, in fondo, solo se stessi.

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