Michele del Grosso è morto

Non sarà la paura della follia a costringerci a tenere a mezz’asta la bandiera dell’immaginazione. (André Breton)

Foto di Ferdinando Kaiser

Le brutte notizie ce le aspettavamo da tempo , da quando era stato ricoverato in ospedale per un accidente vascolare che era andato a peggiorare la sua già precaria condizione fisica. Lo ero andato a trovare al suo Teatro Instabile al Vico Fico al purgatorio- tra i due decumani –  un paio di mesi fa , e  non lo avevo riconosciuto , per quanto si era aggrinzito e invecchiato in breve tempo .

Il  Michele Del Grosso  che conoscevo era diventato un minuscolo vecchietto che camminava a fatica  e  parlava a stento , quasi vergognandosi  della condizione di indigenza  in cui si trovava , e che aveva fatto richiedere  dal Sindaco di Napoli de Magistris la possibilità di concedergli la legge Bacchelli.

Io lo avevo conosciuto alla metà degli anni settanta , periodo di grande fermento culturale in città , con l’apertura di nuovi spazi teatrali dove era determinante la volontà di crescere ed uscire dagli spazi angusti di una cultura democristiana contrapposta a quella eversiva delle varie lotte armate che in quegli anni spingevano i giovani verso un suicidio culturale collettivo.

Michele , ed alcuni “spostati” come lui  ( in primis Arturo Morfino con il suo Play Studio) aprirono spazi che allora erano considerati alternativi , ma che in realtà tentavano di uscire dal provincialismo culturale sia ospitando esperienze teatrali estreme di altre parti del mondo ( il Living Theater  e i frikkettoni del  Bred and Puppet, ad esempio) sia rivalutando antiche e nuove esperienze ( da Roberto Murolo alla Nuova Compagnia a Edoardo Bennato ) che in quei luoghi ed in quel contesto cominciavano ad assumere connotazioni nuove ed in un certo senso “rivoluzionarie” .

Con lui , in quell’ampia cantina che era il Teatro Instabile di Via Crispi a Napoli , zona borghese che ospitava il proletario pensiero di Del Grosso , partecipai all’allestimento di alcuni spettacoli , e soprattutto di “E’ arrivato il magnifico circo di Mister Smith“ revisione aggiornata e corretta del “L’Eccezione e la Regola” di Bertold Brecht dove, per rappresentare il viaggio su cui si basa il testo, utilizzò una  vecchia giostrina per bambini, il cui girotondo era accompagnato da una orchestrina che dal vivo ripeteva ossessivamente le note di una “Faccetta nera” arrangiata a marcetta  che rappresentava in pieno l’arroganza del potere borghese nei confronti di un proletariato sempre sconfitto, anche quando aveva ragione.

Ne feci altre di esperienze teatrali con Michele , ma quello che mi legava a lui era il nostro frequentarci come amici ( per come si poteva essere amici con Michele) , raccontandoci le nostre cose mentre si salutava a Vittorio Viviani , il figlio di Raffaele  ormai vecchio e un po’ rincoglionito , nei bar della Riviera di Chiaia  , o quando lo accompagnavo a recuperare vecchie cose nei mercatini notturni dell’usato , che lui poi rivendeva la domenica mattina al mercato di Piazza Nazionale , così , per abitudine e per  arrotondare gli scarsi introiti delle presenze a teatro.

Le donne, non ho mai capito bene perché , lo amavano alla follia , anche se poi finiva sempre a clamorosi litigi e a rotture che sembravano irreparabili ma che poi si ricomponevano quasi per incanto.

Era un seduttore e un mago , e a volte un evidente ciarlatano , ma questo non influenzava l’ energia e gli stimoli , a volte acerbi ed ingenui , di un ragazzo partito da una poverissima condizione di figlio di padre assente dei Granili , che si era trasformato in Operatore Culturale  ( così gli faceva piacere essere chiamato) e che interveniva nei grandi cambiamenti di quegli anni. Naturalmente era amato ed odiato nello stesso tempo , esaltato in alcuni momenti  e ridotto a fenomeno da baraccone in altri, ma sempre gli è stata riconosciuta una onestà intellettuale che ha prodotto una coerenza per cui non si è mai svenduto .

Quando aprì la nuova sede del TIN a vico Fico a Purgatorio , in una vecchia cisterna del centro storico , rigido per una artrosi cervicale che non traeva certo beneficio dall’umido della sua cantina ,  ci trasferì tutto quello che aveva : migliaia di manifesti , libri antichi ed introvabili , le lampade di Dalisi e l’atmosfera di quella ricerca che non può mai terminare , perché è una ricerca non finalizzata ad uno scopo predefinito , ma ad esplorare quella che viene definita Zona Grigia . Un luogo dove  la ricerca  è modalità anomala e rara ,  allargando  quel labile confine che si colloca fra i due significati antitetici e contraddittori di  normalità ed anormalità, condizione che risente dei sensi, condizione di continuo spostamento e dai difficili confini. Luogo, quindi, piuttosto che linea netta, che Michele attraversava   senza l’intenzione di unaprogrammatascoperta, ma trovando con l’istinto di chi non cerca, e sapendo che camminando si risolvono le contraddizioni e le antinomie: quelle  tra utopia e materialismo, quelle  del pregiudizio e delle e dei preconcetti, quelle dei modelli  culturali predefiniti.

Ecco , Michele era tutto questo e molto altro, e anche quando mi imbrogliava giocando sul mio essere un borghese, mi insegnava qualcosa: gli unici che non cadono mai sono quelli che strisciano.

Ciao Michele

 

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  • Gianni
    9 gennaio 2018 at 15:27 - Reply

    Che bel ricordo!!!
    Sarebbe piaciuto pure a lui.

  • silvana minucci
    10 gennaio 2018 at 10:54 - Reply

    e Lucio – Un bellissimo ricordo di un Amico ad un Caro Amico