#LulaLibero

In Brasile assistiamo ad un golpe istituzionale, un “meccanismo” legale, sospinto da una campagna di odio per la corruzione

Riceviamo e volentieri pubblichiamo dal Regista brasiliano Fernando Honesko

Quello che per alcuni è giusto, è assurdo per altri. È cosi che la maggioranza dei brasiliani vive la più grande crisi politica del paese dal golpe militare del 1964. Proprio ieri, ritornando a casa qui a São Paulo, il tassista ha cominciato una conversazione quando vide uno striscione con le parole d’ordine più importanti del momento: “Lula Libero”, chiedendomi se si può dire un assurdo come questo?”
Io resto in silenzio. Arrivato a casa, mi pento. È questo silenzio che ci ha portato fino a qua. Lula libero!

Per essere breve, la condanna del ex-presidente Luís Inácio Lula da Silva è la consolidazione di un progetto politico per il Brasile. Progetto che si è spalancato davanti a tutti con l’Impeachment della presidente Dilma Rousseff, che ha visto tra i principali protagonisti coinvolti in questo “progetto”, il Senatore Romero Jucá – “C’è bisogno di un accordo nazionale, con la Corte Suprema, con tutti quanti.”

Questo accordo nazionale, che ha rovesciato Dilma, ha avuto un ampio appoggio dai media e dalla stampa brasiliana oltre ad ampi strati della classe media – la stessa che ha beneficiato della crescita del paese proprio nel momento del consolidamento di quello che oggi viene denominato come “Era Lula”. Questo “accordo nazionale” mirava ad un nuovo attacco alla democrazia brasiliana, l’indebolimento delle politiche sociali di un governo che – sia pur con innumerevoli errori – è stato il primo, dopo la ri-Democratizzazione (la fine della dittatura militare nel 1989), che vedeva il Brasile come un paese che non solo poteva, ma che doveva pretendere uno “posto al sole” tra le grandi potenze internazionali. Un paese che doveva imporsi nelle decisioni mondiali e ovunque il “popolo” era degno di sentirsi e di vivere come un “Popolo”. Però, questo paese che affrontava quello ideato dagli architetti, un “progetto di paese”, dove però il futuro non arrivava mai.

Nell’intera nostra storia ci sono sempre stati tentativi di costruire un paese fuori dai “progetti” dell’ élite coloniale che qui si è insediata. Si sono sempre rivelati come piani di “manutenzione” del potere – tentativi portati avanti da forze conservatrici che, per citare qualche avvenimento storico, hanno colpito Getúlio Vargas nel 1945, Juscelino Kubitschek, nel 1956, João Goulart, nel 1964, e, infine, Dilma Rousseff, nel 2014.
La prigione di Lula è forse soltanto l’ultimo e più nitido esempio che dimostra quanto il Brasile non sia un paese indipendente.

Ma perché, allora, mi dice il tassista: “Lula libero, si può dire un assurdo come questo?

Perché, diversamente dal 1964, quando il golpe fu militare, nel 2016-2018, il golpe è stato istituzionale, praticato grazie ad un “meccanismo” legale, fornito dalla stessa politica e dai media, attraversa una campagna di odio per la corruzione.

Ma, per caso, qualcuno difende la corruzione? Bene, il “meccanismo” ha potuto propagare quest’odio generalizzato contro le politiche d’inclusione sociale e per la indipendenza economica della gran parte della società brasiliana. Questo approccio ai problemi della corruzione in Brasile, come frutto dei governi di sinistra, fu ossessivamente pubblicato per la stampa e tv brasiliana, che ha investito ore e ore di servizi tendenziosi – allo stesso tempo, altri casi similari, che vedevano l’implicazione di politici di destra, non sono stati neanche menzionati – e cosi è riuscita a canalizzare tutto questo “odio contro la sinistra”, ed in particolare alla figura più rappresentativa nel paese: Lula. Da questo viene l’assurdità avvertita dalla gente per quanto sta accadendo a Lula, Dilma e qualunque governante o cittadino, che combatte le differenze sociali esistenti in Brasile.

Si è creata, intenzionalmente, una polarizzazione che mantiene la discussione politica ad un livello molto superficiale, prevalgono gli argomenti emozionali e molto simili a quelli tra i tifosi di calcio. Questa superficialità nei confronti della politica ha soltanto approfondito le differenze tra i brasiliani.

Infatti, questa polarizzazione, oggi, è più che profonda, è un abisso che separa quelli che vedono l’arresto dell’ ex-Presidente come persecuzione politica e quelli che invece sparano i fuochi d’artificio fedeli al proverbio popolare: “la giustizia tarda, però non manca”. Quello che invece non vedono, è che, al contrario di quello che vuol far credere l’élite mediatica ed economica brasiliana, in Brasile, la legge non è uguale per tutti.

È questo abisso creato per la differenza sociale, è lo stesso che ha separato, in questi 500 anni di storia brasiliana, quelli che, col potere, si preoccupano della manutenzione dei loro privilegi e coloro che invece soffrono sotto queste scelte. Questo stesso abisso è quello che separa, sempre di più, i più ricchi dai poveri del paese. E questo stesso abisso che separa quelli che vedono la prigione di Lula come –un assurdo e quelli che la vedono come giustizia.

Però, citando lo stesso Lula che, prima di rispettare il mandato di arresto, disse al suo discorso davanti al Sindacato dei Metallurgici di São Bernardo: lui non è più un essere umano, è, adesso, un’idea. Il tornitore meccanico che è diventato il presidente della Repubblica, continuerà a disturbare la pace e il beneessere di una élite che non vuole rinunciare i suoi privilegi. Lula, adesso, non è più una persona. È una idea. Una parola d’ordine attaccata al muro: #LulaLivre

 

 

 

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