LUCANIA: LA SFIDA DELL’ARTE AL PETROLIO

Basilicata: Museo della Sirtide, uno dei più ricchi del Sud. Si reclama il ritorno delle tavole bronzee. 85mila barili di greggio al giorno non sono l'unica ricchezza

Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli conserva, nella sezione epigrafica di recente inaugurata, un reperto di incredibile valore storico e giuridico: si tratta delle cosiddette Tavole di Eraclea, lastre contenenti un decreto della colonia greca di Eraclea relativo alle proprietà del tempio di Dioniso,contese tra il MANN e il Museo Archeologico Nazionale della Siritide. Il Museo della Siritide di Policoro da tempo ha lanciato un appello per il ritorno in patria delle tavole bronzee, rinvenute nel 1732 nei pressi del fiume Cavone non lontano dall’antica Herakleia.

Anche s la questione delle Tavole è ancora aperta e la loro assenza in situnon passa inosservata, il Museo Archeologico di Policoro è comunque, da Napoli in giù, uno dei più ricchi del Meridione. Inaugurato nel 1969, sorge su un’area archeologica di rilievo, sede di ben due comunità coloniali d’origine greca: quella di Siris fondata, secondo la tradizione, a metà del VII secolo a. C. da coloni provenienti da Colofone nella Ionia d’Asia Minore (l’odierna Turchia); e quella di Eraclea, fondata da Taranto intorno alla fine del V secolo.

L’esposizione, organizzata secondo un criterio cronologico e topografico, fornisce al visitatore una visione d’insieme della storia della Basilicata sud-occidentale, articolandosi in tre ricche sezioni: la prima dedicata alla preistoria e alla protostoria;la seconda all’insediamento di Siris, distrutto intorno al VI secolo dalla coalizione delle vicine città achee; l’ultima, ma la più ricca,incentrata sulla colonia tarantina di Herakleia, cui segue la sezione, aperta l’inverno scorso, che conserva i ricchissimi corredi funerari di Enotri e Lucani, popolazioni italiche.

Il percorso museale ricostruisce l’intero passato di questa terra dall’età del Neolitico grazie agli innumerevoli ritrovamenti archeologici, che successivamente vanno ad avvalorare le fonti letterarie pervenuteci in merito al primo insediamento nella zona dell’odierna Policoro. Strabone (Geografia, VI, I 14) nel I secolo a. C. racconta che, prima della conquista della Siritide da parte dei Greci-Ioni di Colofone, nella regione vivevano i Chones, popolo di stirpe enotria discendente, secondo la tradizione, da profughi troiani:

Vengono poi Herakleia, città poco distante dal mare, e due fiumi navigabili, l’Aciris e il Siris, sul quale sorgeva una città troiana detta anch’essa Siris…

…Si dà come prova della fondazione troiana una statua di Athena Iliaca, che secondo la leggenda avrebbe chiuso gli occhi, quando alcuni supplici furono strappati via da essa dagli Ioni che avevano preso la città. Raccontano che questi Ioni vennero ad abitare qui per sfuggire al dominio dei Lidi e si impadronirono con la forza della città che allora apparteneva ai Choni…

Ai tempi del geografo greco si poteva ancora ammirare, in un santuario presso il Siris, l’antica statua di Atena portata dai fuggitivi troiani. Del tempio antico, di cui parlano le fonti storiche ma ignoto alla ricerca archeologica, si conserva nel Museo, dal 2008 in via definitiva, un’unica e preziosissima testimonianza, una tabella bronzea con iscrizione greca (VI secolo a.C.), in cui sono elencati i beni di una dea venerata presso il fiume Siris:

“DIO! BENI DELLA DEA PRESSO IL SIRIS VICINO AL LUOGO DELLE CORSE.

DIADEMI DI ARGENTO: QUATTRO

VASO DI BRONZO: UNO”

Secondo Strabone, questa statua avrebbe chiuso gli occhi davanti al massacro portato avanti dai Greci-Ioni di Colofone sui Chones che si erano rifugiati presso il santuario, come già accaduto durante la distruzione di Troia, quando la statua di Athena aveva distolto lo sguardo di fronte alla violenza subita da Cassandra. In effetti, nell’abitato arcaico di Policoro riferibile alla fase di Siris, è attestato il culto di una divinità femminile legata alle sorgenti, assimilata a Demetra ai tempi della fondazione tarentina di Eraclea.

Tra gli oggetti votivi emersi dalle fondazioni del tempio arcaico, nell’area del più tardo santuario di Dioniso, oltre a fibule, scarabei e a un cavallino di bronzo, numerose sono le statuette in terracotta che ritraggono una dea della fertilità e dell’oltretomba.  Si sono conservati frammentariamente anche parti della decorazione architettonica: resti del fregio con raffigurazioni di cavalli e frammenti di cornici raffiguranti Gorgoni.

Sicuramente suggestiva, lungo il percorso museale, è la ricostruzione dell’area di scavo della necropoli dell’arcaica Siris, caratterizzata dall’ampia vallata e dal fiume Sinni. I maggiori ritrovamenti si collocano nell’area occidentale della necropoli e si tratta per lo più di anfore e di contenitori di derrate alimentari locali e d’importazione, poi riutilizzati in ambito funerario per le sepolture infantili.

È documentata la pluralità di rituali funerari che conferma l’eterogeneità delle etnie degli abitanti: vi sono cremazioni con resti del defunto in fossette scavate nel terreno e inumazioni in posizione supina o rannicchiata;quest’ultima tipologia risulta riservata agli indigeni ormai ellenizzati.

La successiva conquista achea di Siris determina un cambiamento dei rituali, a partire dalla metà del VI secolo; affianco alla vasta necropoli arcaica, sono stati scoperti nuovi tipi di sepolture (VI-prima metà V a.C.): inumazioni supine entro fossa e in cassa di tegola dotate di ricchi corredi, come coppe, vasi per unguenti e ceramiche ioniche a figure nere, poi rosse, importate dall’Attica. I soggetti delle raffigurazioni sono tratti dal pantheon greco; scene simposiache, connesse al culto di Dioniso, si riscontrano sulle anfore per il vino, oltre a rappresentazioni di gare sportive, cui rimanda anche la presenza nelle sepolture maschili dello strigile (strumento usato nelle palestre per detergere il corpo).

Intorno alle metà del VI secolo, quando “I Metapontini, con i Sibariti e con i Crotoniati, decisero di cacciare dall’Italia gli altri Greci” (Giustino, XX, 2) gli abitanti di Siris subirono lo stesso massacro che precedentemente essi avevano perpetrato contro i Chones e, di nuovo, la statua di Demetra vide trucidare ai suoi piedi gli abitanti di Siris.

L’attacco della coalizione achea fu determinato dalla crescente potenza politica ed economica della ionica Siris, che in breve aveva raggiunto una così grande prosperità, tanto che nel II-III a.C. l’erudito Ateneo descriveva il lussuoso abbigliamento e la ricchezza dei Siriti, che gareggiavano in questo con i Sibariti. Dopo la conquista, l’intero territorio entrò nell’orbita di Sibari e in esso ovunque vennero edificate delle fattorie per lo sfruttamento agricolo dell’area. L’antica Siris entrò, dunque, a far parte del sistema economico-commerciale controllato da Sibari, fino alla distruzione di quest’ultima a opera di Crotone nel 510 a.C.

La Basilicata, terra sfruttata da sempre, ha una tale importanza anche dal punto di vista culturale e storico che non deve essere dimenticata. La memoria storica deve essere allenata per evitare lo svilimento di una regione che, infatti, sebbene ricca di bellezze artistiche e paesaggistiche, tutt’oggi vive il dramma dell’impoverimento del proprio territorio. Oltre il 70% della Basilicata è interessata dalla questione petrolio, vi si estraggono 85000 barili al giorno grazie a una quarantina di pozzi e condotte sotterranee per il trasporto dell’olio estratto verso la raffineria di Taranto. E la contropartita non è di certo ricchezza e sviluppo, anzi disoccupazione e  povertà fanno della regione fra le più sottosviluppate in Italia.

La Lucania ha bisogno di ripartire dalla sua antica e gloriosa storia e dalla consapevolezza del suo patrimonio ambientale, che attualmente viene solo sfruttato a danno della salute di tutti noi

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