L’oro nero della Nigeria e le vittime di Azuzuama

Come le compagnie petrolifere, in primis l’ENI, sfruttano le risorse del delta del Niger, lasciando nient’altro che morte e inquinamento

Riceviamo e pubblichiamo

di Andrea Di Giorgio

Forse non tutti sanno che la Nigeria è uno dei più grandi produttori mondiali di greggio, estraendo (secondo dati del dipartimento dell’energia statunitense) circa 2,4 milioni di barili al giorno.

Come mai, allora, due terzi della popolazione nigeriana si trova al di sotto della “soglia di povertà” ufficiale?

Perché ovviamente ad arricchirsi sono le compagnie straniere mentre la maggior parte della popolazione locale continua a fare affidamento sulla pesca e sull’agricoltura.

cartolina_ENI_fronteTra le tante compagnie petrolifere che da tempo attingono nel sottosuolo nigeriano, una delle più presenti è l’ENI, precisamente dal 1962, in un’area che si è estende per 36.123 chilometri quadrati (dati ENI).

Cercando sul sito della compagnia petrolifera italiana, non si fa fatica a trovare lunghe descrizioni e pagine autocelebrative dove viene sottolineata l’attività umanitaria e di supporto della popolazione locale con “principali iniziative nella costruzione d’infrastrutture pubbliche, miglioramento della qualità nei servizi di educazione, rafforzamento della copertura sanitaria di base […] nonché attività di training per favorire lo sviluppo economico in particolare nel settore agricolo”.
Ma queste non sono che attività di facciata, che poco incidono realmente sul benessere della popolazione e che rappresentano, si un investimento, ma quantitativamente risibile rispetto ai proventi generati dallo sfruttamento del territorio.

Purtroppo poco se ne parla nel mondo “occidentale”, ma non infrequenti sono gli incidenti che avvengono nel territorio, aventi a che fare con oleodotti di proprietà dell’ENI.  L’ultimo dei quali, definito “la tragedia di Azuzuama”, ha portato alla morte di ben 14 persone, facenti parte di una squadra di riparazione.
Spesso, infatti, sono indispensabili delle opere di “rattoppamento”, di “clamping”, cioè di chiusura delle falle per evitare che il petrolio possa fuoriuscire e sversarsi nel fiume Niger (ben 656 casi quest’anno nei soli impianti dell’Agip).

Le aziende petrolifere sono legalmente obbligate ad intervenire per contenere e ripulire gli sversamenti di petrolio, ma per farlo, al fine di contenere i costi vengono inviate squadre di tecnici impreparati, costretti a lavorare in condizioni assolutamente improponibili. In sostanza le compagnie petrolifere non usano in Nigeria gli stessi standard di sicurezza adottati nei paesi più ricchi.
Da qui l’alta casistica di incidenti.

Nigeria-gas-flaringMa questo ci porta ad un problema forse ancora più grande, tale che il commissario dell’ambiente della zona, Iniruo Wills ha dichiarato: “ un crimine ambientale contro l’umanità sta avvenendo nel delta del Niger, e tutti lo sanno”.

I continui sversamenti di petrolio, associati ai frequenti incendi che ne susseguono stanno portando alla distruzione dell’ambiente circostante. La vegetazione, gli alberi, le coltivazioni e l’ecosistema che per ettari ed ettari circondano la “pipeline” sono stati sostanzialmente inquinati o bruciati, lasciando al loro posto dei veri e propri acquitrini paludosi, spesso pieni di carcasse umane o di macchinari, lasciati lì quasi a ricordare la triste storia di quei posti.

Per questo l’ERA/FoEN (la sezione nigeriana di Friends of Earth) ha stilato delle linee guida, delle richieste all’ENI e alla comunità internazionale:

agip-eni-2-il governo federale e statale deve indagare le cause degli incendi e delle esplosioni in modo da attuare tutte le opere preventive necessarie perché questi non ricapitino; rivedere i protocolli di contenimento degli sversamenti di petrolio e mettere la sicurezza prima di tutto; anche prima della produzione e del profitto.

-il governo federale e statale deve assicurare degli standard internazionali per quanto concerne il clamping, in modo che l’industria del petrolio sia anche più sicura per tutti i subappaltatori.

-l’Agip deve ritenersi responsabile per tutti i malfunzionamenti dei macchinari e di tute le procedure di riparazione.

-l’Agip si impegna a risarcire tutte le famiglie colpite dagli incidenti per una somma di 2milioni di dollari ciascuna.

-in risposta a tutti i danni creati dalle esplosioni e incendi, l’Agip si impegna a risanare le zone colpite dal disastro ambientale.
-attivare procedure di prevenzione e di professionalizzazione del personale impegnato nelle riparazioni.

-visto l’alto numero di incidenti e di morti, rinegoziare o revocare la licenza dell’Agip.

Non è possibile continuare dunque ad aggiungere morti alle casistiche che riguardano gli incidenti in Nigeria, lasciare che questi restino numeri accumulati sulle scrivanie delle compagnie petrolifere, che non hanno la decenze di prendersi la responsabilità di ciò che accade.

Proprio per questo infatti uno studio legale italiano si sta occupando della vicenda, per far si che le vittime di Azuzuama possano essere fra le ultime e che non vengano dimenticate in nome dell’ “oro nero

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