L’opzione Neomunicipalista oltre lo Stato – Nazione e contro i regionalismi

Il neoliberismo ha un progetto di società e sta vincendo, considerare quindi le scelte politiche al di fuori di questo contesto non ha grande senso

Riceviamo e pubblichiamo di Vincenzo Benessere

Il dibattito aperto dalla richiesta di “maggiori autonomie” ex art. 116 della Costituzione di Emilia – Romagna (PD), Lombardia e Veneto (entrambe Lega) del febbraio del 2018, riporta al centro dell’attenzione nazionale la diatriba antica del rapporto tra potere centrale e potere locale. Nel tempo però queste richieste sono state mosse e vengono ancora mosse in contesti storico-politici molto differenti fra loro: basti pensare che nei primi anni in cui si parlava di stato federale per l’Italia si era negli anni ’80 dell’800 fino all’ultima riforma del titolo V della Costituzione del 2001 a marchio PD – o suoi simili predecessori. Per restare nell’ambito repubblicano e saltando decenni di questione meridionale si possono riportare essenzialmente due posizioni predominanti in seno alla Costituente.

La questione dell’Autonomia durante la Costituente

La Repubblica italiana fin dai lavori della Costituente del ’46-’47 ha vissuto come centrale il tema dell’Autonomia e delle Autonomie Locali tra le discussioni e le battaglie politiche territoriali.

Tra il ’46 e il ’47 vi erano due posizioni apodittiche che si giocavano tra i lavori della Seconda sottocommissione dell’Assemblea Costituente e il plenum dell’Assemblea: Ambrosini nella Relazione sulle autonomie regionali del novembre del ’46 sosteneva con forza un fronte regionalista volto a coniugare democrazia ed efficienza e che vedeva nella istituzione immediata delle Regioni il punto di arrivo; d’altro canto Benedetto Croce nel plenum dell’Assemblea Costituente nel marzo del ’47 affermava con forza che l’unità dello stato nazione risorgimentale e figlio del pensiero liberale doveva essere lo schema su cui ricostruire l’Italia post-fascista. In quei lavori e su quegli argomenti i comunisti e i socialisti non seppero incidere in maniera determinante poiché il tema delle autonomie locali, così come era forte lo stalinismo all’ora, non fu visto come determinantema a tratti pericoloso.

La sintesi fu trovata nella scrittura dell’art. 5: la Repubblica, unica e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dalla Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia locale e del decentramento.

Era chiaro quindi che l’impostazione liberale, la cui crisi era comunque ritenuta responsabile dell’ascesa del fascismo, non aveva raggiunto alcun risultato nella dicitura dell’art.5, se non l’inciso – comunque importante – unica e indivisibile. Si era però affermata una volontàevidente: attuare il decentramento amministrativo e il riconoscimento culturale sotto le disposizioni legislative del parlamento. Sarebbe stato quindi il parlamento a legiferare in merito sui limiti e le prerogative delle autonomie locali. Questo buon punto di partenza non risolse la questione delle tempistiche attuative visto che le prime elezioni regionali si tennero nel ’70, ci furono tentativi di ordinamento in termini di trasferimento di competenze durante tutti gli anni ’70, la riforma per le elezioni di province e comuni è del ’90, il testo unico sull’ordinamento regionale è del 2000 e nel 2001 si è avuta una profonda,e pasticciata nelle attuazioni, riforma del titolo V della Costituzione. Insomma la questione delle autonomie locali è ancora aperta e da discutere ampiamente. Fin qui i brevissimi e incompleti accenni alla questione storica.

Lo Stato – Nazione neoliberale

Su questa dimensione va però intrecciata una questione sostanzialmente politica: il capitalismo ha cambiato forma dagli anni ’70 del ‘900 in poi, ha imposto a livello mondiale una diversa funzione dello stato-nazione per come lo vedevano i costituenti nel ’46 siano essi i “vecchi liberali” o i comunisti. La modalità di produzione attuale non è più quella del fordismo, ovvero il modello di fabbrica scientificamente organizzata e volta alla massimizzazione dei profitti tramite estrazione di valore dalla forza lavoro operaia; oggi la forma più aggressiva e globale del capitalismo è il neolibersimo, una controversa prassi politica che ha sedotto le destre ordoliberali e conservatrici quanto le sinistre della “terza via” alla Giddins-Blair e più progressiste.

Il neoliberismo, o meglio la governamentalità neoliberista, impone sistemi di controllo dell’opinione, forme di governo statale e sovra-nazionale e metodi di produzione e finanza che poco hanno a che fare con il “vecchio capitalismo”, se non, appunto, avere sempre e comunque la finalità di accumulare ricchezze verso l’alto.Il capitalismo non è più legato soltanto alla produzione di valore a partire dallo sfruttamento della forza lavoro, oggi il denaro viene prodotto per scambi finanziari, si genera denaro da altro denaro senza nemmeno troppo bisogno della produzione industriale vera e propria.

Il principio della concorrenza come legge di natura è ciò che anima la maggior parte gli stati capitalisti moderni, non senza conseguenze sulla tenuta delle democrazie e del tessuto sociale. Non considerare l’attuale forma che lo stato-nazione ha assunto nell’epoca della concorrenza è un errore metodologico e politico assieme. Credere che nella questione delle autonomie locali, così come della sanità o della scuola, le politiche neoliberiste e l’impalcatura neoliberista dello stato non giochino il loro ruolo è di per se fuorviante.

Il ruolo politico dello stato-nazione attuale è quello di applicare senza sosta le ricette economiche delle politiche neoliberiste, concorrenza in tutti i servizi dello stato, austerità economica volta alla stabilità monetaria, controllo dell’inflazione e taglio della spesa. Dal punto di vista economico tutto questo serve per ricattare attraverso la gabbia del debito i parlamenti stessi e sospendere, di fatto, il processo democratico. Hayek d’altronde diceva spesso “la libertà di scelta si può ottenere meglio in un regime di mercato che nell’urna elettorale”, dimostrando fin dal principio quale è concettualmente l’obiettivo della governamentalità neoliberale.

Dal punto di vista sociale, il programma neoliberale, tende ad estendere a tutti i nostri comportamenti il principio della concorrenza, convincendoci che “chi è più bravo merita di più” e che “non c’è tempo per i perdenti”, “no time for losers”. In queste condizioni politico-sociali gli abitanti delle attuali nazioni si sono convinti intimamente – si può parlare di soggetto neoliberista o uomo/donna imprenditoriale –  che queste regole siano le regole di vita democratica, che ilmercato sia l’unica possibile opzione economica che può portare il mondo verso una felicità generalizzata, il “benessere per tutti” che sostenevano i convenuti al convegno Lippmann del ’37, atto di fondazione delle teorie neoliberali.

Autonomia/Autarchia

Insomma, il neoliberismo ha un progetto di società e sta vincendo, considerare quindi le scelte politiche al di fuori di questo contesto non ha grande senso; infatti su questo principio di concorrenza e di merito storico, se non a tratti di supremazia biologica, si basano le motivazioni dei Lombardo-Veneti e degli Emiliani addotte alla richiesta di “maggiore autonomia”.

Non si parla più quindi di un progetto volto a garantire maggiore democraticità attraverso l’attuazione delle autonomie locali, come fu per il Sudtirolo dalla fine della prima guerra mondiale fino agli anni ‘90, ma si tratta di vero e proprio progetto autarchico.

Bisogna quindi chiamare i processi con il loro nome: la richiesta che le regioni Lombardia, Veneto e Emilia Romagna stanno facendo non è una richiesta di maggiore autonomia ma di effettiva autarchia economica, sovranità locale, confini culturali, egocentrismo politico e in ultima istanza discriminazione territoriale, ovvero si tratta di una richiesta eversiva dell’ordine attuale dello stato come previsto dalla Costituzione. In poche parole, parlano di regionalismo, non di autonomia: frammentare la Sanità, frammentare l’Istruzione, rompere il patto Repubblicano che si fondava su una visione social-democratica dello Stato. Di questo stiamo parlando.

L’opzione Neomunicipalista

A mio parere, una risposta politica, sociale ed economica a questa torsione al contempo neoliberista dello stato e autarchica delle regioni deve contenere alcuni elementi chiave:

  • La sostituzione del modello concorrenziale come metodo di azione con un metodo cooperativo tra enti locali e città, non si può rispondere alla richiesta di “regionalismo differenziato” con ulteriore “regionalismo differenziato” poiché e chiaro che in questo modo si fa il gioco di partiti localisti e regionalisti come la Lega; opzione scelta da de Luca e de Magistris tra gli altri in questi ultimi giorni.
  • Una critica radicale al sistema neoliberista dello stato-nazione, poiché senza mettere in discussione i debiti degli enti locali, il taglio dei trasferimenti, la svendita del patrimonio pubblico e la privatizzazione dei servizi non esiste autonomia possibile in senso costituzionale del termine; critica anti-neoliberista che manca del tutto nel movimento 5 stelle per fare un esempio attuale ma che sembra mancare anche nella proposta di de Magistris, o che comunque, in quest’ultima, non appare in maniera così chiara.
  • La sperimentazione di prassi istituenti volte alla creazione di nuove istituzioni di protagonismo popolare dove siano gli abitanti, con l’autonomia dei territori che abitano, a poter essere investiti di potere decisionale su temi come i beni comuni, il debito, le migrazioni, i servizi, il diritto alla città, le scelte ambientali; la modalità della piattaforma “on-line” proposta dal M5stelle, sebbene sia un importante passo avanti, in questo ambito non rende possibili questi processi profondi della società poiché disarticola e non favorisce il conflitto sociale e la nascita di nuovi processi democratici e rende impossibile qualsiasi forma di scelta popolare a scapito di sintetiche opzioni “on-line” esageratamente esemplificative.

L’opzione politica neomunicipalista,così come presente in alcune importanti grandi città europee come Barcellona, Napoli e Amsterdam, contiene costitutivamente tutte e tre le prerogative identificate precedentemente: in questo ambito politico è possibile parlare di autonomie locali e territoriali mettendo in discussione i rapporti di forza tra il neoliberismo e le forze produttive, siano esse artistiche, industriali, scientifiche o sociali; mettendo in discussione anche l’unità nazionale a vantaggio di un sistema cooperativo di città che possa fornire un argine contro le politiche di espropriazione messe in atto dall’assetto europeo attuale; ponendo in prima linea i diritti degli ultimi, degli sfruttati, degli oppressi, consentendo di acuire il conflitto sociale e di rendere protagoniste le classi meno abbienti che subiscono il processo di urbanizzazione e modernizzazione, si vedano i continui e apparentemente irreversibili processi di turistificazione che ingigantiscono la questione dell’abitare e della gentrificazione.

Le città sono il luogo del più ampio sfruttamento delle politiche neoliberiste, sono il serbatoio dove queste politiche di austerità traggono tutti i vantaggi economici, basti pensare alla privatizzazione dei servizi locali o allo sfruttamento del patrimonio pubblico svenduto sotto i ricatti del debito; è quindi dalle città che questo nuovo modello economico, politico e sociale deve prendere forma, una opzione politica capace di esibire autonomia politica decisionale e territoriale con l’intento di creare una rete cooperativa internazionale di opposizione e contrattacco alle politiche del FMI, della BCE e degli hedge fund, vedendo nell’autonomia un tempio della democrazia e non il luogo degli interessi personali.

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