L’odissea della Diciotti e il risveglio delle nostre coscienze

Alla presenza del sindaco de Magistris e dell'assessore Nino Daniele, è andato in scena ieri “Il caso Diciotti”, tratto da un testo di Dan Tarantini e Vincenza Muto, per la regia di Carmina Melania Tramite, con attori migranti e italiani

Scritto da Antonio Grieco

Mentre dalla Sea Watch, ferma appena fuori dalle acque territoriali italiane, i migranti, stanchi ed esasperati, si rivolgono alla Corte europea perchè non siano violati i più elementari diritti umani e sia permesso loro di sbarcare nei porti italiani, ieri sera al Maschio Angioino, quasi a ricordarci che questa barbarie  viene da molto lontano, è andato in scena “Il Caso Diciotti” da un testo di Dan Tarantini e Vincenza Muto, per la regia di Carmina Melania Tramite.

Ed è stata davvero una calda e bella serata in cui attori (extracomunitari e italiani, molti non professionisti)  e spettatori si sono uniti in un unico, grande abbraccio, nel segno della fratellanza e dell’integrazione umana e sociale.

Ancora una volta Napoli – e in tal senso  significativa è stata la presenza allo spettacolo sia del sindaco de Magistris che dell’assessore alla cultura Nino Daniele che hanno promosso l’evento nell’ambito delle iniziative di “Estate a Napoli” – si è dimostrata città accogliente, solidale, in grado di opporsi alla deriva di una nazione  che agli occhi del mondo  appare sempre più chiusa in sé stessa, intollerante verso l’Altro, lo straniero, il diverso, anche perché guidata da un governo assolutamente inadeguato sul piano politico, etico e ideale. Tarantini e Muto – fondatori di Cantolibre, tra i blog italiani più vivaci e “resistenti” – emotivamente colpiti dalla brutalità con cui sono stati trattati per dieci giorni i migranti a bordo della nave italiana battente bandiera militare, in pochi mesi  hanno elaborato una drammaturgia che sin dall’inizio ha il merito di farci rivivere l’ansia, i drammi, la solitudine dei migranti a bordo della nave italiana, le stesse inadempienze del Viminale che nei fatti metteva a rischio la loro vita. La scena è molto scarna. Quasi nuda. E’ buio. Ci sono ai lati del palco-pedana due potroncine con i braccioli (dove si confronteranno due funzionari, un italiano e un maltese), e più dietro due tipici salvagenti del pattugliatore della nostra Guardia Costiera i. Da lontano ci giunge il rumore del motore e delle onde che si infrangono sulle fiancate della Diciotti. In alto, nel cielo di Castel Nuovo, gridano e volteggiano i gabbiani. Si sente il profumo del mare, mentre ai piedi del palco scorgiamo un gruppo di naufraghi che si agitano e chiedono aiuto. Sarà il capitano – nel  suo difficile ruolo di mediazione tra istituzioni e migranti – a dir loro che sono salvi e che sono a bordo di una nave della Marina italiana. Sono stremati dalla fatica – e come in tante altre occasioni ricevono viveri e acqua e vengono  coperti da teli di alluminio – ma La Diciotti li ha salvati “da morte certa”. Sembra la fine di un incubo dopo tante violenze subite. Infatti esulta una donna: “dopo il deserto, le carceri e i soprusi continuiamo ad essere vivi”.  Anche il Comandante , quasi al centro della scena, sembra fiducioso. “Tra poco sapremo dove sarete portati, state calmi perché il peggio è passato, tra poco si fa rotta verso l’Italia o se preferite l’Europa”. Di tanto in tanto, la voce di un Narratore fuori campo ci dirà del loro esodo biblico, dei tragici giorni vissuti nel deserto, delle violenze e dei soprusi subiti in Libia e in altri paesi africani.

Ma è sempre lui, il Comandante, ad assumere un ruolo determinante  chiedendo al ministero la disponibilità di un porto sicuro. Le risposte del funzionario lasciano sbalorditi per la totale assenza di umanità e delle norme che regolano il diritto internazionale. Ci troviamo così in un battibaleno al cospetto di un indecente scaricabarile tra Malta, l’Europa e l’Italia: “questo salvataggio non era nelle nostre competenze” – sottolinea ad esempio il funzionario italiano – “era Malta che avrebbe dovuto provvedere al soccorso dei naufraghi”. E poi, aggiunge, “il Ministro ha deciso di chiudere i porti”.

Uno dei momenti più toccanti della rappresentazione è, senz’altro, quando i naufraghi iniziano a raccontare le loro vite sospese a un filo  con la tragedia sfiorata per  “il gommone che si è capovolto e sono finiti in mare”; e poi, ancora, quando ricordano i drammi della loro terra, la loro infanzia negata, il sogno di un mondo senza muri e fili spinati, dove sia rispettata la dignità di ogni essere umano.

Di fronte al disagio e all’attesa esasperante che cresce giorno per giorno, i  migranti  non ci stanno. Interrogano il Comandante. Non riescono a capire perché gli si impedisca di abbandonare la nave; tutto questo avviene mentre sullo sfondo continua l’insulso confronto tra il funzionario di Malta (incredulo perché il pattugliatore batte anche bandiera militare) e quello italiano (che ripete le frasi orrende  dette dal nostro ministro degli interni: “la pacchia è finita”). Lo scontro tra le due istituzioni è segno di un cinismo e di una brutalità che lascia senza parole: soprattutto perché questi signori – dice un naufrago, gridando tutta la sua disperazione – non si accorgono che loro sono vivi per miracolo e che “noi siamo esseri umani uguali a te Comandante”.

Una donna è però ancora più sconcertata di lui e ci tiene a ribadire che la sua destinazione non è né Malta né l’Italia, ma la Germania dove vivono i suoi cari; altri come Jakob, del Benin, Abram, palestinese – a cui hanno sterminato la famiglia e al fratello di sette anni  hanno spezzato le braccia – squarciano il velo su massacri, guerre, lotte dei popoli per sottrarsi alla fame e liberarsi dagli oppressori.

Un mondo orrendo che l’ Occidente si ostina a non  vedere né ascoltare. Ne è consapevole il Comandante che, nei contatti con i funzionari italiani, insiste perché siano al più presto aperti i porti. Ma lui è solo una voce fuori dal coro. Non ha potere ed è costretto, suo malgrado, a informare i migranti che l’approdo non è prossimo come sembrava.

Ma più di lui, a indignarsi sono i disperati del mare, che preferiscono – come Jamail che ha viaggiato dalla Costa D’Avorio – morire pur di non tornare, come vorrebbe il Governo italiano, nei lager libici, dove sono stati torturati, stuprati e uccisi con la vergognosa complicità dell’Occidente; e trattati anche come prigionieri e merce di scambio. Dopo un tentativo di quasi ammutinamento dell’equipaggio, una donna, sull’orlo della disperazione, addirittura pensa di suicidarsi gettandosi in mare. Ma poi una sua compagna con grande amore la convincerà a desistere. Le storie continuano mentre il capitano riflette e decide alla fine di far scalo a Catania. Sembrerebbe ormai terminata l’odissea di tanti nostri fratelli, uomini, donne e bambini (a cui è stato concesso il permesso di scendere prima dalla Diciotti), ma, nonostante le loro precarie condizioni di salute, dal governo continuano ad arrivare ordini per impedirgli lo sbarco. Tuttavia i naufraghi a bordo hanno capito di essere ormai a un passo dalla vittoria, anche perché dal sit-in organizzato nel porto dalla popolazione un cittadino catanese grida: “basta, accogliamoli, è da giorni che sono in mare e non mangiano”.

E’ forse il segnale di un collettivo risveglio delle coscienze: un segno di speranza e di fratellanza che ritorna quando gli arancini vengono offerti a tutti gli spettatori. Poi sappiamo come è andata. Alla fine scenderanno tutti e saranno distribuiti e ospitati in molti paesi europei. Finisce così, tra balli e danze popolari cui partecipano attori e spettatori, una storia di barbarie che non sarebbe mai dovuta accadere, queste le ultime parole del capitano. La rappresentazione e il testo di Tarantini e Muto – che assume integralmente il punto di vista degli ultimi  della terra – è una denuncia molto forte del baratro in cui in breve tempo è precipitato il nostro Paese.

Ed è Teatro Politico, in quanto, per dirla con Brecht, stimola nel pubblico al tempo stesso un’attività critica e una spinta al cambiamento. Un necessario gesto artistico per restare umani tra le macerie della Storia.

La regia di Tramite ha puntato con intelligenza sulla straordinaria potenza espressiva dei corpi dei migranti, e, nello stesso tempo, a rendere chiaro il messaggio universale cui allude questo racconto così doloroso. In questo coadiuvata da attori che hanno interpretato i loro personaggi con grande sensibilità umana e artistica. I loro nomi sono: Kouadio Abraham Narcisse, Inoussa Sorgo, Yacoubou Ibrahim, Musa Mbalo, Jennifer Omigie, Saheed Kone, Régine  Olga, Sofo Magam, Lucia Sissa, Alan De Luca, Francesca Murro, Francesco Iavarone, Daniele Pallotta, Pietro Iuliano. Semplice e funzionale la scenografia di Cristian Auricchio negli spazi del Maschio Angioino, non distante, ricordiamolo sempre, da quell’Immacolatella vecchia dove una volta partivano i bastimenti con la nostra gente per “terre assai lontane”.

Grazie al Maestro Ferdiando Kaiser che è venuto in esclusiva e ha raccontato con le immagini un’altra nottata di CantoLibre.

Un commento

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  • Marisa Crudele
    25 giugno 2019 at 15:20 - Reply

    Antonio Grieco,in questo suo commento alla rappresentazione teatrale a cui ha assistito, definisce molto bene il caso Diciotti, interpretando la psicologia e la disperazione dei migranti con tutti i loro problemi. Sempre attenta e puntuale la sua critica.