Lo stato etico dei moralisti a 5 stelle

La logica del reddito di cittadinanza porterà i poveri ad essere al servizio delle aziende e del Pil di Stato. Un ibrido tra il JobsAct di Renzi e il REI di Gentiloni

La ricetta per il lavoro del governo del cambiamento è il workfare, un’alleanza tra impresa e cittadinanza impoverita. La continua trasformazione e delocalizzazione della produzione, la sua intermittenza e la conseguente contrazione del lavoro, comporta l’espulsione di mano d’opera dal circuito del lavoro.

Per questo uno Stato degno di questo nome deve dotarsi di strumenti in grado di fronteggiare le conseguenze sociali che ne derivano, sostenendo i suoi cittadini durante queste “turbolenze”. Il lavoro però non è solo uno strumento per procurarsi i soldi necessari alla sopravvivenza per se e per la propria famiglia. Il lavoro per un individuo significa anche realizzazione personale, dignità di cittadinanza, libertà.

Il “reddito di cittadinanza” ideato dalla Casaleggio Associati s.r.l. e poi varato dal governo, è un provvedimento ambiguo che occhieggia al modello dello “Stato etico”.

L’ambiguità comincia dall’utilizzo truffaldino del nome, evocando la suggestione del vero “reddito di base“, erogato nei paesi dove è previsto, in modo incondizionato e non subordinato alla disponibilità a lavorare. Quello approvato dal governo, invece, trasforma un diritto universale in una misura non solo condizionata ma anche autoritaria, imponendo ai cittadini regole di vita e di comportamento, “arruolandoli” come consumatori di “professione” al servizio delle aziende e del PIL nazionale.

I beneficiari saranno costretti a spendere il reddito solo tra alcune categorie merceologiche ritenute “moralmente” accettabili dai funzionari del ministero competente. Il tutto in un tempo prestabilito, pena la revoca dell’assegno, sguinzagliando la Guardia di Finanza a caccia dei consumatori “immorali” , un ruolo che ricorda un po’ quello dello spione della STASI interpretato da Ulrich Mühe nel film “Le vite degli altri”,. Nel dibattito pubblico di questi mesi, rivolgendosi ai “poveri” o beneficiari del RdC, , è stato utilizzato un linguaggio inaccettabile per dei ministri di una repubblica, bollati in modo preconcetto come “parassiti” o “divanisti”, nella scia dei bamboccioni e choosie dei governi precedenti, considerando chi è rimasto a casa, magari senza lavoro o per averlo perso, come colpevole di chissà che cosa, e non come vittima incolpevole di un sistema economico fallimentare.

E allora ecco che tra le norme denominate “anti-divano”, il beneficiario in attesa di una chiamata del navigator sono state predisposte delle “corvées” di 8 ore settimanali, da “scontare” presso gli uffici comunali di appartenenza, indossando un invisibile, ma non per questo meno evidente, cartello appeso al collo con la scritta: “SONO POVERO”.

Per conservare il reddito, il beneficiario dovrà inoltre dimostrare riconoscenza, soprattutto se e quando gli verrà offerto un lavoro, uno qualunque, non importa quale, e poco importa se non potrà contrattare mansioni e compenso o/e se sarà costretto a cambiare città. In quel caso dovrà cedere il proprio reddito di cittadinanza all’azienda che lo assume, trasformandolo in uno sgravio fiscale. Una misura che tradisce un idea dei cittadini come sudditi più che portatori di diritti.

Oltre ad essere l’ennesimo vantaggio fiscale per le aziende, fotocopia del JobsAct, il RdC aggiunge per le aziende che pescheranno nel “listone” dei beneficiari, la possibilità di avere a disposizione una sacca di mano d’opera da sfruttare a buon mercato, una manna per la crescita dei loro profitti. Ma non è difficile immaginare che le aziende non saranno in grado di assorbire tutta la domanda di lavoro per i 5-6 milioni di aventi diritto al reddito, quindi sostanzialmente resteranno solo le otto ore al servizio dei comuni.

Un film già visto con gli LSU degli anni 90, con la conseguente creazione di aspettative e rivendicazioni. Il tutto per ottenere qualche punto di percentuale in più nelle statistiche della disoccupazione da esibire nei talk show. Il “sogno” promesso, quello orginario di Gian Roberto Casaleggio, un reddito incondizionato e per tutti, trasformato in un ibrido tra il JobsAct di Renzi e il REI di Gentiloni.

Umberto Laperuta

LabManager Dipartimento di Biologia della Federico II. Presidente ODV "Noi&Piscinola", compagni di viaggio del Teatro Area Nord. Tutta la mia passione a sostegno del TAN, terzo teatro comunale di Napoli, unico centro culturale in tutta l'Area Nord della città. Aspettando i tempi della politica, intendiamo contribuire ad unire la città ed i suoi quartieri attraverso la promozione culturale ed artistica, pur consapevoli che: "Ad ogni problema complesso corrisponde una soluzione semplice..... ma è quasi sempre quella sbagliata!!
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