LO SPAZIO SENZA CONFINI DEI LABORATORI TEATRALI A NAPOLI

Qualche considerazione sui laboratori teatrali a Napoli.  Straordinaria esperienza artistica, culturale e politica dal “basso”. In controtendenza

Scritto da Antonio Grieco

Se ne parla poco, ma uno  degli aspetti culturalmente più vivi della nostra città è rappresentato dai laboratori teatrali che si tengono spesso in spazi non deputati all’agire artistico (chiese dismesse, edifici pubblici, piccoli teatri, centri sociali). In questi luoghi non sempre noti all’opinione pubblica, attori e registi di riconosciuta esperienza si relazionano con una nuova generazione di giovani artisti guidandoli verso un modo di intendere il teatro lontano da forme di spettacolarizzazione dell’arte o da tentazioni mercantili.

E’ interessante notare poi come nel corso degli anni queste attività si siano caratterizzate per aver posto al centro della propria  ricerca temi – dal lavoro dell’attore su se stesso (Stanislavskij) a una diversa relazione tra attore e pubblico, dall’arte (secondo gli insegnamenti di Grotowski)  come trasmissione dell’aspetto “interiore” del lavoro all’Improvvisazione, alla gestualità e alla dimensione espressiva del corpo nello spazio scenico –  comuni alla maggior parte dei gruppi della sperimentazione italiana, ma che qui, da noi, hanno assunto una propria pecularità per la naturale teatralità che da sempre  distingue gli attori della vita sociale. Negli ultimi tempi, sembra poi che a Napoli allo studio attento dei comportamenti attoriali, nei laboratori di teatro si siano aggiunti altri  contenuti che paiono riflettere le violente contaddizioni delle società postmoderne: come ad esempio il discorso sull’identità e la differenza femminile, o  la scoperta e il riconoscimento dell’Altro attraverso l’incontro e lo scambio con altri mondi e culture.

Questo modo di praticare il teatro fondato sulla multiculturalità e lontano “dai tempi della produzione”  (che da noi  ha radici lontane nella vita e nell’opera di maestri come Gennaro Vitiello, Leo de Berardinis, Antonio Neiwiller, solo per citare alcuni dei protagonisti del nostro teatro di sperimentazione) – in fondo possiamo considerarlo un segnale politico in controtendenza, in quanto all’idea stessa di teatro laboratorio è intimamente legato un sentimento della società e del  tempo che alla esclusione e alla emarginazione sociale oppone l’immaginazione, la stessa possibilità, insieme agli altri, “di riconoscersi”, di fondare comunità aperte, trasformando e decolonizzando il nostro immaginario. Ciò che possiamo senz’altro affermare è che il Teatro Laboratorio costituisce oggi un prezioso antidoto al consumismo, alla mercificazione dell’agire artistico, al degrado umano politico e sociale, mentre alimenta un pensiero critico sul mondo contemporaneo. Carlo Cerciello – regista e attore di riconosciuta esperienza, che dirige da anni il “Laboratorio Teatrale Permanente” del Teatro Elicantropo da lui fondato – sottolinea con grande lucidità questo aspetto del lavoro creativo del suo gruppo, quando sostiene che in tempi in cui prevale l’instupidimento “fare teatro” vuol dire opporsi con la forza del sogno e della fantasia, della poesia, all’appiattimento imposto da una società narcisistica.

Anche se ciò più conta nei laboratori teatrali è il processo di conoscenza e la riconquista  di un’armonia tra corpo e mente di chi vi partecipa, non di rado essi si concludono con spettacoli che vanno in scena, anche per una sola volta, in luoghi di particolare interesse storico-artistico, contribuendo in tal modo a valorizzarli e a farli conoscere a un più vasto pubblico di cittadini. Sono numerose le associazioni teatrali che operano nei quartieri popolari e periferici dell’intero territorio metropolitano provando, talvolta con un oscuro lavoro sociale, a riscattare la condizione di marginalità di tanta parte delle nuove generazioni. Basti pensare ad esperienze come Arrevuoto con i ragazzi di Scampia; oppure all’attività laboratoriale del gruppo Memini – lavoro poi proseguito da Amelia Longobardi e dal suo collettivo dopo la prematura scomparsa dell’indimenticabile Salvatore Cantalupo, di cui ricordiamo suoi laboratori all’Asilo Filangieri, ma anche, in anni lontani, la sua presenza alla Sala Assoli del Teatro Nuovo e al Damm, il centro sociale dei Ventaglieri, con  performance che con azioni semplici e piccoli gesti evocavano tutto il mistero e la poesia della vita; o, ancora, ai laboratori che si tengono  quotidianamente in diversi piccoli teatri napoletani – come l’Elicantropo, di cui abbiamo già accennato, le sale  Ichòs e Nest (Napoli Est Teatro) di San Giovanni a Teduccio, la Sala Assoli (storico spazio dei Quartieri spagnoli, ora parte dell’ampio progetto dell’Associazione Casa del Contemporaneo), il Circolo Arcas di via Veterinaria, il TAN  (che, diretto da Lello Serao e Hilenia De Falco, opera per avvicinare periferia e centro e raccoglie l’esperienza e la professionalità di Libera Scena Ensemble e Interno5), il TIN (Teatro Instabile Michele Del Grosso), La Galleria Toledo, il Nuovo Teatro Sanità, il Teatro Avanposto, il Teatro de Poche, il Teatro Tram, lo stesso Asilo Filangieri – nel tentativo di offrire ai partecipanti, attraverso l’incontro interumano del teatro, sia un’adeguata formazione attoriale e culturale che un diverso orizzonte di vita. Naturalmente non è semplice dar conto delle molteplici attività laboratoriali (non solo teatrali) diffuse oltre che a Napoli in ogni piccolo centro della nostra regione.

Negli ultimi tempi su Cantolibre ne abbiamo segnalato alcune – come ad  esempio “La scena delle donne” di Forcella; un teatro  della “differenza femminile”, diretto da Marina Rippa, di non comune vigore espressivo che al termine di un lungo percorso laboratoriale ha messo in scena, tra altri lavori, “In carne ed ossa”, uno spettacolo costruito sul rapporto tra la storia del cinquecentesco Complesso Monumentale dell’Annunziata e il vissuto e l’identità delle protagoniste (tutte attrici non professioniste); una drammaturgia del corpo, questa delle donne di Forcella, che tende ad eliminare lo schermo mimetico della rappresentazione per avvicinarci alla vita, proseguita anche con “sirene, signore e signorine”, uno spettacolo andato in scena lo scorso giugno a Palazzo Fondi, nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia. Non diversamente, ci è parso di particolare interesse la prova, dopo un lungo itinerario laboratoriale, di “Lost & Found in Bergerac”, uno spettacolo della “Compagnia di K” – guidata da Linda Dalisi e composto da un collettivo multietnico di attori dilettanti – negli spazi della Chiesa della Misericordiella ai Vergini restituiti alla comunità dall’Associazione SMMAVE (centro per l’arte contemporanea), che nel corso degli anni ha orientato la propria attività interdisciplinare in un rapporto intenso e fecondo con il quartiere; in questo spazio si sono svolte (e continuano a  svolgersi) mostre, attività laboratoriali artistiche e teatrali aperte al pubblico; lo scorso anno, per il Napoli Teatro Festival, si è, ad esempio, tenuto, con grande successo, un laboratorio teatrale diretto da Loredana Putignani dedicato ad Antonio Neiwiller e a Kantor, che ha visto la partecipazione di un gruppo di giovani attori giunti alla Sanità da tutto il Paese.

Ci sembra giusto qui ricordare che  proprio Putignani è stata tra le prime registe e artiste italiane dell’area della sperimentazione a tenere, già negli anni Novanta del Novecento a Napoli, laboratori teatrali e spettacoli con un gruppo di donne nigeriane e con una comunità Rom, che nel 1998 fu ospite del Centro Sociale Damm dando vita a una rappresentazione di grande suggestione poetica. Ora, tornando alla ricerca di Linda Dalisi, allieva di de Berardinis, va detto che la messinscena a cui abbiamo assistito alla Misericordiella è liberamente ispirata al Cyrano di Bergerac, la commedia in cinque atti di Edmond Rostand su Savinien de Bergerac, tra i più vivaci scrittori del seicento francese e considerato precursore della letteratura fantascientifica. Bergerac è qui visto come un personaggio complesso, contraddittorio, moderno, che immaginando la luna “come a un fortino da conquistare”, in fondo ci spinge ad aprirci ad una dimensione altra della nostra esistenza. Lo spettacolo si è poi concluso – ed è stata la parte più intensa e coinvolgente del lavoro – nell’ipogeo sottostante la chiesa dove i migranti attori, circondati dagli spettatori, hanno ricordato le loro drammatiche storie, e, in fondo, come Bergerac, ci hanno indotto a sognare un altrove anche in questo tempo buio  e feroce. In continuità col lavoro su Cyrano la Compagnia di K, sempre negli spazi della Misericordiella, e nell’ambito della settimana dedicata alla giornata del rifugiato, ha poi messo in scena “Gagarin, laboratorio aperto sullo spazio profondo”, una pièce, a tratti surreale, tutta giocata sulla leggerezza dei corpi in scena e sul sogno di “restare tra le stelle” esplorando lo spazio cosmico.

Con la stessa attenzione alle sofferenza di chi è sempre più vittima di una società violenta che sta riducendo alla fame intere comunità del terzo mondo, e  coinvolgendo i migranti che vivono nella nostra città, si è tenuto, negli spazi del centro sociale “Lo Sguarrupato”, un laboratorio teatrale (diretto da Carmina Melania Tramite) su “Il caso Diciotti” (di cui abbiamo riferito su queste pagine), da un testo di Dan Tarantini e Vincenza Muto di sconvolgente attualità. L’attività laboratoriale si è poi conclusa nel cortile del Maschio Angioino con una pièce che ha coinvolto  spettatori e attori in un comune gesto di condivisione e di lotta contro il razzismo, l’esclusione, il vuoto conformismo dei nostri giorni. Diceva Neiwiller che il laboratorio teatrale deve praticare zone aperte, liberate, e che alla frontiera può nascere un mondo nuovo. Ecco, ci sembra che in qualche modo qualcosa del genere stia avvenendo a Napoli attraverso le molteplici attività laboratoriali di centri sociali, associazioni culturali, piccoli teatri, che in controtendenza, e rifiutando qualsiasi forma di omologazione del proprio  agire artistico, provano, spesso in solitudine, a sottrarsi al mercato e a mutare il corso della Storia.

Un commento

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  • Marisa Crudele
    17 agosto 2019 at 7:41 - Reply

    Antonio Grieco analizza in modo puntuale il fenomeno dei laboratori teatrali a Napoli che si svolgono negli spazi comuni poco conosciuti. Infatti,oltre a valorizzare e a rendere fruibili luoghi interessanti dal punto di vista storico- artistico,sono luoghi di aggregazione per le nuove generazioni in cui dare spazio all’immaginazione e alla creatività pur affrontando temi drammatici della nostra quotidianità.