LO SGUARDO ESTREMO DEL TEATRO DELLE BAMBOLE

Al Museo Hermann Nitsch, “Pferd Person” di Andrea Cramarossa, una partitura sul razzismo di sconvolgente attualità

 

scritto da Antonio Grieco

Raggiungere il Museo Hermann Nitsch (in Vico Lungo Pontecorvo) da Piazza Dante è un po’ faticoso, ma quando finalmente si arriva sulla splendida terrazza antistante il museo laboratorio che Peppe Morra ha voluto dedicare al padre dell’Azionismo viennese, si è accolti da una vista davvero unica della città, con una  luna piena che sfiora il cono del Vesuvio e le case dei quartieri popolari che salgono lentamente, nel buio, da Corso  Vittorio Emanuele fin su, in alto, verso San Martino.

Questa sera la nostra fatica, oltre che da questa magica visione di Napoli, è anche premiata dall’apertura al pubblico della residenza artistica presso la Fondazione Morra del gruppo barese “Teatro delle Bambole”, con “Pferd Person. L’insostituibile frenesia del verbo. Studio sull’eternità del corpo”, epilogo de “La lingua degli insetti”, un progetto quinquennale di ricerca teatrale intorno all’uomo contemporaneo e al nostro modo di abitare il mondo.

“Pferd Person” è una partitura di Andrea Cramarossa, autore, attore e regista del gruppo, ispirata sia alla ricerca sul suono e la voce di Gisela Rhomert che al “Teatro delle orge e dei misteri” di Hermann Nitsch. La performance – in una costante relazione, tra parola, musica e corpo – scava nel nostro passato; soprattutto nel modo in cui, nel corso del secolo breve, l’uomo abbia perso  la sua innocenza e dal potere abbia mutuato la più totale negazione della vita.

Il nazismo è stato tutto questo e capirne, senza infingimenti, dove sono nascosti i germi che lo hanno prodotto può in qualche modo aiutarci ad attraversare le ombre che ancora incombono su questo tragico inizio di terzo millennio. Per evitare che ritornino i fantasmi del passato, sembra dirci l’autore,  noi  tutti abbiamo bisogno di una scossa, di qualcosa che ci faccia toccare con mano quanto razzismo, quanto sangue e indifferenza scorrono ancora nelle nostre vite. “Andiamo, con passo svelto, verso la dittatura di questo verbo”, egli scrive nella nota di regia. E allora “Pferd Person” non può essere assolutamente una carezza gentile.

Deve mostrarci nudi di fronte al male. Nudi di fronte alla Storia: e rendere visibile solo il corpo, la carne dell’uomo violata senza pietà: quella carne martoriata che, per Gilles Deleuze, non è altro che una zona di sofferenza comune all’uomo e alla bestia. La messinscena di Cramarossa ci mette appunto al cospetto di  questa  “area d’indiscernibilità”. Ed è questo, crediamo, il pregio maggiore di questo “Teatro della Crudeltà”,  che  ci costringe ad osservare  dal di dentro  quell’immenso vuoto che ha spinto l’uomo ad abbandonare ogni gesto di umana compassione sino ad assumere le sembianze di un essere abietto che conosce solo odio, distruzione, assassinio.

La messa in scena si apre nella Sala Capriata del Museo. E subito si ha la sensazione di essere immersi nella dimensione magico-sacrale del rito: in una atmosfera che a partire dalla scena – un semplice attaccapanni con dei vecchi vestiti, un pianoforte, delle teste di manichino per parrucche poggiate su un tavolo di vetro, un grande dipinto sul fondo – sembra immediatamente evocare l’intensità drammatica degli esperimenti del “Theatre of Orgiastic Mysteries”, dove è sempre molto diretto e inscindibile il rapporto tra il movimento scenico e il gesto disordinato e informale del dipingere. Ma ad accentuare una certa sensazione di disagio che coglie lo spettatore quando entra in sala, è soprattutto l’eco delle folli plaudenti e inneggianti il fuhrer.

Il lavoro  in fondo evoca questa lacerazione sin dalle prime azioni, quando vediamo entrare dal fondo della sala, in penombra, un uomo gobbo, claudicante, con la maschera di un animale –  forse quella di un asino  – che strappa con violenza i capelli a una donna che urla tutta la sua disperazione cercando di difendersi dalla sua brutale e gratuita violenza. Per alludere alla perdita di innocenza che ha originato il nazifascismo,  Cramarossa guarda ai reietti, ai dannati della terra ridotti, come degli insetti, allo stato verminale; saranno tuttavia questi uomini senza identità e senza storia che, poco alla volta, finiranno per assorbire proprio quelle forme di cinismo e di aberrazioni  che caratterizzano  il mondo capitalistico e la società dei consumi.

Non solo. Saranno poi questi stessi “scarti sociali” a trasformarsi in carnefici, negli esecutori materiali di ogni forma di criminale sopraffazione sull’Altro. “Ora è il tempo di dare voce alla razza perfetta”, dice uno dei due attori in una delle prime scene. Come pure, da questa angolazione, da questo focus su “la banalità del male”, appaiono particolarmente emblematici i dialoghi dei due attori – lui un professore, lei probabilmente una dottoressa in camice bianco – quando da lontano, seduti uno accanto all’altro, col binocolo –  con lui  armato di fucile – scelgono “le persone che gli sono antipatiche” tra le vittime dei loro assassini; oppure quando discorrono con assoluta normalità degli esprimenti nazisti sui corpi dei deportati nei campi di concentramento. Che a vincere nel corso del Novecento (ed anche oltre) sia stato poi “il tempo dell’uccidere” a dircelo, quasi simbolicamente, è poi quel piccolo animale senza vita trascinato dalla donna per terra dal fondo della sala. Perché  quel corpo inanimato, in fondo sembra alludere al nostro soffrire, al nostro quotidiano divenire animale.

Osservando la messinscena più da vicino ci accorgiamo che in ogni gesto, parola o sguardo dei due attori  agiscono pulsioni inconsce di vita e di morte; e che a un certo punto, verso la fine, quei suoni e quelle voci concitate di altre lingue – che probabilmente vengono dal mare – ci riportano inesorabilmente agli scenari da incubo che fanno da sfondo alle nostre cupe esistenze.

La dimensione spettrale  – e per tanti versi politica – del lavoro di Cramarossa è esaltata, oltre che dalla sua stessa regia, dalla straordinaria bravura dei due attori protagonisti: Silvia Cuccovillo e Federico Gobbi. Nella loro gestualità espressionista e surreale, lo si vede molto bene, c’è un rigoroso lavoro sul corpo, sull’improvvisazione, sulla voce, su una ricerca d’intimità col personaggio che fa pensare a Stanislavskij ma anche al Grotowski delle azioni fisiche. Una drammaturgia dell’attore che ci ha consentito di cogliere tutta la potenza visionaria di un testo e di una messinscena che alludono terribilmente ai nostri giorni, che parlano di morte per riaffermare in ogni istante tutto il sacro valore della vita

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  • Marisa Crudele
    30 marzo 2019 at 18:24 - Reply

    Forse sarebbe il caso di scomodare Gian Battista Vico: corsi e ricorsi.
    In effetti, quando si va a teatro a vedere le opere rappresentate,anche se non recenti,sembrano scritte oggi. Questi attori pugliesi rappresentano molto bene i contenuti, le agressivita’ e gli istinti animaleschi di alcuni uomini che hanno afflitto e affliggono ancora la nostra quotidianità.

  • Salvatore vita
    31 marzo 2019 at 8:45 - Reply

    Ottimo commento all’opera, come sempre. Bravo