L’inviolabile aureola esosomatica

Il difficile percorso verso la sostenibilità (Parte II)

Sulla base dei canoni retorici, sui quali oramai si strutturano tutti gli scritti divulgativi, vi aspettereste una classica e consolidata definizione di sostenibilità. Non mi è mai piaciuto comprimere il significato di sostenibilità in una frase sintetica. La sostenibilità non si può definire, la si può plasmare ontologicamente per comprenderla efficacemente. Così come la sostenibilità non si può misurare, la si può invece valutare. Un’immagine, spero completa e comprensibile, dovrebbe emerge lungo tutto il percorso che spianerò in questo blog.
Iniziamo col dire che la sostenibilità può essere compresa come un dilemma multi-dimensionale che sta disorientando le certezze collettive, perché interviene sul nostro consolidato stile di vita. Insomma, sta progressivamente spegnendo l’inviolabile aureola esosomatica. Nell’arte figurativa sacra di molte religioni l’aureola simboleggia la santità, uno status inviolabile perché sancito da una legge religiosa. La crescita esponenziale dell’industrializzazione, ed il conseguente sviluppo della produzione di beni, ha consentito anche a noi comuni mortali, inetti ad ogni forma di miracolo, di essere avvolti da un’inviolabile aureola sancita dall’illuminata tecnologia.
Perché inviolabile? Perché se sarà violata crollerà il “nostro paradiso in terra”.
Ciascuno di noi, donna o uomo, omosessuale o eterosessuale, mussulmano o cristiano, di destra o di sinistra, vegano o carnivoro, insomma tutti gli abitanti del pianeta hanno un’aureola esosomatica. Alcuni ce l’hanno grande, altri piccola. Gli umanoidi con l’aureola esosomatica più grande pensano di essere più vocati alla santità; invece no, sono solo più…inizia sempre con la S.

 

La figura  spiega l’aureola esosomatica.
Un individuo ha bisogno per la sua esistenza di metabolizzare (trasformare) energia e materia, in primis per le proprie esigenze vitali fisiologiche. Questa forma di metabolismo si chiama endosomatico ed è rappresentato nella figura dall’aureola verde. Provate ad immaginare i nostri lontanissimi antenati che avevano abitudini di raccoglitori e cacciatori. Le loro esigenze metaboliche erano molto semplici, limitate da quello che riuscivano a trovare per nutrirsi. Nel tempo hanno “imparato” a forgiare attrezzi per cacciare, costruirsi ripari, proteggersi con abiti rudimentali, addomesticare animali per cacciare, lavorare la terra e proteggere le dispense alimentari, e molto altro. Tutti questi sono strumenti esosomatici che hanno aumentato la performance umana, per la cui realizzazione ed utilizzo l’uomo ha dovuto investire parte dell’energia endosomatica ma soprattutto iniziare ad utilizzare energia e materia esterna: biomasse, minerali, acqua, etc. Comincia così a prendere forma il metabolismo esosomatico (cerchio grigio nella figura) che è cresciuto in maniera progressiva fino ad avere una crescita esponenziale dalla rivoluzione industriale ad oggi. L’aureola esosomatica dell’odierno homo eco-tecnologicus si compone di tutto quello di cui ha bisogno per il vivere quotidiano. Divertitevi a fare un elenco su di un foglio di tutto quello che vi serve per vivere quotidianamente, vedrete che l’elenco vi impegnerà molto. Provate anche ad associare ad ogni bene dell’elenco cosa serve per realizzarlo in termini di energia e materia. Volendo dare dei numeri indicativi, relativi soltanto al consumo energetico, l’aureola endosomatica quotidiana di un individuo che vive in un paese ad economia sviluppata è di circa 10 MJ (Mega Joule – un Mega corrisponde ad un milione) mentre il valore medio dell’aureola esosomatica è di circa 420 MJ. Ovviamente i numeri hanno una certa deviazione stardard, per esempio il sottoscritto, che è un incrocio tra un elefante, un ippopotamo ed un leone, ha un’esigenza endosomatica quotidiana di 20 MJ (lo so: faccio schifo). Oppure l’aureola esosomatica di un abitante di un villaggio rurale di un paese in via di sviluppo è prossima a quella endosomatica.

Tutti i processi metabolici producono rifiuti. Il metabolismo endosomatico produce ad esempio rifiuti gassosi come la CO2 che è il prodotto di scarto dell’ossidazione del cibo che ingeriamo oltre ai classici e ben noti escrementi. Il metabolismo esosomatico produce molti più rifiuti, non solo come classi ma anche come quantità. Rifiuti gassosi, molecole organiche e di sintesi, minerali, particolato, rifiuti solidi, l’elenco potrebbe continuare a lungo. Poiché sono tanti, anzi tantissimi, incidono sulla naturale capacità degli ecosistemi naturali di tamponarli, generano il ben noto impatto ambientale ed impatto sulla salute umana.

Quanto l’aureola esosomatica incida sul nostro vivere quotidiano può essere molto semplicemente espressa dal modello IPAT proposta nel 1972 da Paul Ehrlich e John Holdren nel libro “Impact of population growth”. Non è altro che una semplice formula di valutazione dell’impatto ambientale. L’impatto ambientale è sintetizzabile in una formula composta da tre variabili indipendenti: la popolazione (P=population), il benessere economico (A=affluence) e la tecnologia (T=tecnology).

I = P x A x T

L’impatto ambientale non è soltanto associato alle emissioni di rifiuti ma anche al depauperamento di risorse dall’ambiente, risorse che sono alla base del nostro metabolismo esosomatico e quindi dell’economia reale: risorse minerali, energia fossile, suolo, acque, biodiversità, etc, etc.

Il modello fa chiaramente capire che ci troviamo dinanzi ad un dilemma amletico. Se vogliamo mantenere alto il nostro metabolismo esosomatico e quindi la nostra felicità, dobbiamo ridurre le teste. Se invece vogliamo mantenere alto il numero di teste dobbiamo rinunciare alla nostra felice aureola esosomatica. Sul ruolo della tecnologia avrò modo nei prossimi interventi di evidenziarne gioie e dolori, vi anticipo che saranno più dolori perché la tecnologia opera ancora in un “sistema dopato”.

 

 

Angelo Fierro

Ricercatore Ecologia Unina
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