L’intrusa, un atto di liberazione mancato

Nei cinema, piuttosto rapidamente, un film molto interessante ambientato nella periferia di Napoli, L’intrusa, di Leonardo Di Costanzo

Già dallo stile della regia, dalla luce della fotografia e dai dialoghi sobri, anche quando in napoletano, si può subito apprezzare che non ci si trova in presenza del trito napulegno“pizza pizzamarescia’!”, che tanto piace agli apologeti della tammorra e della sfogliatella, ma non si tratta neanche della napoletanità criminale 2.0, scaturita dal virtuosismo tutto estroflesso di Sollima e dalle non sempre comprensibiliidee pedagogiche di Saviano.

Di Costanzo ci mostra una periferia “banale”, quotidiana, dove nessuno “viene” in bocca a nessuno e la pregnanza orrorifica della violenza è mostrata molto più realisticamente nelle pause, nei silenzi, negli sguardi e nella prossemica dei personaggi.

Ne L’intrusa la periferia è degradata, è violenta, la cosa non si nasconde e non sarebbe giusto nasconderlo inventandosi improbabili caricature di “core napulitano”, ma il degrado e la violenza non sono neanche un brand, non sono un estetico e affascinante immaginario in cui i soggetti reali di quel degrado e di quella violenza possano rispecchiarsi cercando di nobilitare in qualche modo la propria miseria. Quel quotidiano sofferente, che cerca di sopravvivere dignitosamente nonostante la spietatezza della realtà, merita rispetto e sobrietà nel racconto e il film di Di Costanzo è un film sobrio.

Ma non è solo questo l’elemento di interesse: L’intrusa pone delle questioni che hanno direttamente a che fare con i modi in cui la realtà viene significata, del modo in cui le individualità definiscono la propria identità soggettiva e la propria identità sociale; del modo in cui queste identità definiscono la collettività di cui sono parte e di come questa collettività fissi le identità definendone l’orizzonte etico e morale.

Il film inizia mostrandoci un tradimento, che ha come teatro un centro educativo diurno chiamato La masseria: la polizia ha fatto un blitz, ha circondato una casupola all’interno de La masseria nella quale è asserragliato un uomo.Nella casupola ci sono anche una donna, con in braccio un bimbo molto piccolo e una bambina di circa 10 anni, ma non sono ostaggi, sono la famiglia dell’uomo braccato che, privo di vie di fuga, decide di arrendersi.

Ad essere stato tradito però non è l’uomo arrestato dalla polizia, ma la responsabile del centro educativo, Giovanna, che aveva dato ospitalità a Maria e ai suoi figli, la donna e i bambini della casupola, perché il marito, l’uomo di prima, è un killer della camorra che ultimamente, per sbaglio, ha colpito fuori dai confini di Gomorra: ha ucciso un innocente. Maria chiede a Giovanna di accoglierla perché vuole lasciare quell’uomo violento e proteggere i suoi figli dalla vita che quell’uomo le prospetta. Giovanna accoglie la richiesta di Maria nonostante suo maritoabbia ucciso per sbaglio uno dei padri dei bambini che frequentano il centro educativo. Giovanna accoglie Maria perché è un’educatrice e lavora per il cambiamento. Maria sfrutta l’accoglienza concessale da Giovanna per nascondere, all’insaputa di lei, il marito ricercato.

Giovanna con la sua disponibilità, senza saperlo, ha consentito che quel luogo di pace, nel quale le famiglie più deboli del quartiere portano i bambini perché possano interagire in uno spazio protetto, sia violato. La bolla si è rotta.

Ma Giovanna viene perdonata per la sua ingenuità, anche la vedova dell’uomo ammazzato per sbaglio dimostra la sua indulgenza: tutto sommato La masseria è un posto dove i bambini si sentono accolti e protetti e Giovanna è una donna del nord e quindi estranea all’omeostasi sociale di una città come Napoli. Giovanna chiede scusa e viene perdonata, il killer è stato arrestato, Maria e i suoi figli se ne sono andati e tutto può tornare a funzionare come prima: il mondo resta lo schifo che è, ma ne La masseria il preside della scuola del posto si rimbocca le maniche insieme ai bambini più piccoli per costruire un drago di cartapesta, mentre i ragazzi più grandi, in una ciclofficina, stanno realizzando un gigante buono e gentile, Mister John, che conosce un’unica meccanica modalità di relazione, solleva educatamente il cappello in segno di saluto, tutto è armonia nel perimetro chiuso de La masseria e quindi si prepara la festa.

Di Costanzo, però,ha in mente una questione molto radicale e, quindi, quando l’equilibrio si è ristabilito, nel bel mezzo della pacificata produttività de La masseria, fa piombare di nuovo Maria con i figli che, come un treno, riprende possesso della casupola nella quale aveva abitato e nascosto il marito.

Il ritorno di Maria innesta una raffica di cortocircuiti che investono il senso stesso dell’esistenza di un luogo come La masseria: il buon senso comune rimane sospeso con le mani bloccate nel bel mezzo dell’applauso compiaciuto, la moglie dell’assassino con la di lui prole è tornata a piazzarsi nell’oasi protetta, per di più dopo aver già una volta tradito il sacro vincolo dell’ospitalità. Giovanna è consapevole delle conseguenze di questo avvenimento e chiede a Maria spiegazioni sul suo ritorno. Maria le risponde in modo semplice e netto, Giovanna le aveva detto che lei poteva stare e lei vuole stare.

È a questo punto che Giovanna compie la scelta etica che dà il tema al film: accoglie l’intrusa, si mette volontariamente la serpe in seno, introduce in una micro-comunità che fugge dagli abusi e dalla violenza della camorra la moglie di un camorrista assassino, nella terra del bene getta il seme della mala pianta.

Questa volta non le si può dare della sprovveduta, la sua è una scelta deliberata e il perdono non può giungere nuovamente perché sbagliare è umano, ma perseverare è diabolico. E Giovanna persevera, perché il suo daimon è quello dell’educatore, lei ha il compito etico di pro-vocareMaria e la comunità che la respinge al cambiamento. Questa è la verifica più ardua e drammatica che un educatore possa vivere, la messa in questione del senso stesso del suo esserci, che non può essere amministrazione di una realtà di fatto, ma forza metabletica che nella deflagrazione delle contraddizioni trasforma la sostanza stessa delle interazioni che definiscono le identità soggettive e le identità sociali.

Nella profondità della sua scelta etica, nel sostenere il peso della sua funzione educativa, Giovanna è sola: la sua famiglia è lontana; le famiglie che portano i figli a La masseria vivono la sua decisione come un esproprio, l’ingresso di Maria contamina il loro spazio protetto dissolvendo i confini omeostatici tra il dentro e il fuori; il preside della scuola, che con tanta sintonia aveva partecipato alla realizzazione del drago, la mette al bando decidendo in accordo con i suoi insegnanti di non accompagnare più i loro bambini al centro; la polizia invita Giovanna a più sensati consigli.

Anche Maria non può mostrare la sua riconoscenza, non lo può fare perché la sua ontogenesi glielo impedisce: non si può smettere di essere quello che si è da un momento all’altro e Maria non vuole rinnegarsi, non vuole compiere autodafé e Giovanna non glielo richiede. Però resiste alle sorelle del marito quando queste irrompono ne La masseria per prelevare lei e i suoibambini: Maria dimostra di aver avuto, e forse di avere ancora, un legame di amore con il marito, non con la sua famiglia e probabilmente neanche con il suo essere killer e camorrista. Con il marito in galera Maria non ha più legami con quel mondo e quindi va da Giovanna. Ma anche così, Maria, non può non essere l’essenzializzazione della sua storia.

Solo Rita,la figlia di Maria, dialoga con Giovanna, perché è una bambina, perché nell’organizzazione autopoietica del suo quartiere, di cui anche La masseria fa parte, Rita non è ancora incardinata nel meccanismo di una realtà sociale che produce gli elementi atti a produrre immutabilmente se stessa.

Rita e Giovanna si ritrovano allora sulla stessa incrinatura di una realtà cristallizzata che resiste monoliticamente ad ogni tentativo di cambiamento. Se quel cambiamento avvenisse ne andrebbe di ogni singola identità, l’organizzazione autopoietica vacillerebbe fin quasi ad autodistruggersi: la scuola e la polizia, le vittime e i carnefici, perderebbero la loro capacità di definirsi reciprocamente scardinando la mortifera fissità con la quale tutto si ripete sempre uguale. Se Rita e Giovanna, nel loro dialogo riuscissero ad allargare la crepa, la catena che lega gli uni agli altri in una stereotipicità senza redenzione si spezzerebbe liberandoli tutti.

Questa sarebbe la natura profonda dell’azione educativa di cui Rita e Giovanna sono soggetto, un’azione educativa che si fonda su una scelta etica e che non può che mirare ad un esito rivoluzionario, lì dove la rivoluzione è un lungo e profondo rovesciamento che riconduce le cose alla loro dimensione più autentica.

La crepa però non si allarga. La catena non si spezza. Maria e i figli spariscono così come erano ritornati: senza annunciarsi.

Come per incanto l’equilibrio omeostatico si ristabilisce: con la partenza di Maria tornano i bambini con i loro genitori, torna il preside felice e collaborativo, la polizia veglia bonaria sul dragone risvegliato e su mister John l’educato, le tammorre suonano: potrebbe essere un servizio del TGRCampania del sabato a pranzo.

Giovanna isolata guarda la scena con sguardo assente, poi alla fine sorride, infondo quel posto garantisce un’identità anche a lei… E si unisce alla festa per una liberazione mancata

Si ringrazia Gianni Fiorito per il corredo fotografico

 

No commento

Lascia risposta

*

*