L’ECONOMIA DI GUERRA

Le spese militari aumentano vertiginosamente, raggiungendo valori e importi che non trovano riscontro nelle epoche precedenti

Riceviamo e volentieri pubblichiamo di: ALDO BRONZO Sinistra Anticapitalista

Ogni dieci secondi un bimbo sotto i 3 anni muore di fame o per affezioni del tutto banali che non  sono state curate. Contemporaneamente le spese militari aumentano vertiginosamente, raggiungendo valori e importi che non trovano riscontro nelle epoche precedenti.

Secondo gli ultimi dati disponibili forniti dal SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) tali spese ammonterebbero 1.776 miliardi di $ all’anno, e recentemente si è dovuto riscontrare un ulteriore incremento. Un importo su cui la quota degli USA va oltre il 50%,attestandosi su circa 900 miliardi di $, se si valutano realisticamente i dati nella loro interezza, cioè se alla spese militari vive, si aggiungono i dati attinenti ai costi delle armi nucleari, quelli relative agli aiuti militari e strategici agli alleati più fidati, quelli per i militari a riposo e infine quelli concernenti le attività della CIA e degli altri servizi segreti. Tutti importi che in concreto sono da imputare alle spese militari che invece vengono, furbescamente, dirottati su capitoli di spesa di altri dicasteri.

  Se a questi dati si aggiungono poi i bilanci militari degli altri paesi della NATO si superano i 1000 miliardi di $, con un’incidenza che va oltre il 60%delle spese globali.

Nettamente distanziati dagli Stati Uniti seguono la Cina – con 216 miliardi di $ – e la Russia – con 85 miliardi di $ -, anche se questi paesi stanno cercando di accorciare le abissali distanze che li separano dagli Stati Uniti, in modo da non subirne fino in fondo l’esclusivo egemonismo e le vere e proprie mene ricattatorie.

Tutti gli osservatori sono concordi nell’evidenziare i pericoli crescenti di una guerra termonucleare che potrebbe scatenarsi per errore o per una logica da first strikea cui, sia detto di passata, gli americani non ha garantito di voler rinunciare. A ciò si aggiungono le valutazioni del caso in ordine ai costi spaventosi che assorbono queste spese, mentre è assolutamente evidente che questi importi potrebbero essere agevolmente essere destinati alla lotta contro la fame o per garantire alle popolazioni del terzo mondo elementari servizi sociali.

Le cause di questi allucinanti paradossi sono molteplici e non sono riconducibili ad eventuali “errori”  di gestione politica o, meno che mai, a motivazioni di ordine psicologico; al di là di paesi emergenti come la Cina o la Russia che desumono dalla crescente e devastante potenza militare USA  di tentare una sorta di riequilibrio per compensare i rapporti di forza, bisogna guardare alle contraddizioni strutturali dell’economia di mercato e alle sue accentuazioni nelle poca attuale, cioè quella del tardo-capitalismo. Infatti, soprattutto l’economia USA è caratterizzata da una cronica tendenza alla “sovrapproduzione” di merci rispetto al consumo solvibile, ragion per cui le grandi imprese si rivolgono al “loro” Stato  perché si trasformi in “acquirente sostitutivo” dei prodotti che non trovano possibilità di collocazione sul mercato. Lo Stato, tuttavia, ha difficoltà a commissionare prodotti in servizi – come ad es.il settore sanitario o i trasporti – in quanto rischierebbe di creare dei settori pubblici efficienti che, per forza di cose, metterebbero in crisi gli investimenti privati effettuati nei settori stessi. In pratica, ad es., si rischierebbe di mettere a puntoun settore ospedaliero pubblico affidabile che farebbe entrare in crisi i capitali investiti nelle cliniche private. In definitiva l’unico settore in cui la produzione può essere differita rispetto al consumo immediato è quello degli armamenti, anche se a partire da un certo momento in poi l’ulteriore accumulazione degli stock è impossibile per cui è giocoforza passare alla fase operativa, cioè alla guerra. In pratica lo spaventoso bilancio militare statunitense – oltre 900 miliardi di $, come si diceva innanzi – funziona anche come paradossale elemento di riequilibrio dell’economia americana alle quali le classi dirigenti sanno benissimo di non poter rinunciare.

A ciò si aggiunga come le stesse contraddizioni del sistema hanno già da tempo comportato la totale subordinazione dei paesi a ex dominio coloniale che hanno dovuto accettare un ruolo assolutamente  passivo centrato sulla produzione di materie prime e sulla penetrazione dei capitali dei paesi capitalistici avanzati.  Ma ciò comportava, per forza di cose, un poderoso equipaggiamento militare per ricondurre alla ragione tendenze devianti o spinte che puntavano ad affrancarsi dalla soffocante egemonia imperialistica dei paesi metropolitani; insomma, all’occorrenza, la più spietata delle repressioni, magari nel nome dei “principi democratici”, e anche del buon dio e della divina provvidenza che, volendo, potevano essere opportunamente chiamati in causa. Certo negli ultimi decenni si sono registrate anche forme di vistose accumulazione in alcuni dei paesi del cosiddetto “terzo mondo”; tuttavia si sono registrate anche altre tendenze non meno negative di quelle che storicamente le hanno precedute. In pratica si è consolidata una situazione specifica che vede larga parte del trade internazionale ruotare attorno al dollaro che consente agli Stati Uniti di finanziare il colossale debito pubblico accumulato nel tempo – ammontante ora a circa 23mila miliardi di dollari -praticamente a spese degli altri. Una situazione paradossale che ha visto gli USA mettere a punto una micidiale predisposizione di forze armate per contrastare sul nascere qualsiasi tentativo di invertire questo incalcolabile privilegio. A questa situazione vanno fatti risalire le 400 basi militari USA collocate all’estero – incluse le basi NATO dove a contare sono solo gli americani -, i 215.000 soldati americani di stanza fuori dal territorio nazionale pronti ad “ intervenire” in qualsiasi momento e i 6.800 missili a testata termonucleare piazzati  contro ogni eventuale rivale.

Questo, nelle grandi linee, il contesto effettivo a cui fare riferimento. E se paesi come la Cina, la Russia e più recentemente lo stesso Venezuela si orientano a commerciare in moneta diversa dal dollaro, non sono mancate con cronometrica puntualità le iniziative del caso intese a far intendere a chi di dovere che gli U.S.A. sono più decisi che mai a gettare sul piatto della bilancia la spada della loro supremazia militare per contrastare il declino economico che si delinea all’orizzonte.

Decisamente la lotta al “militarismo” impone un allargamento di orizzonti, per comportare l’individuazione delle sue cause strutturali nel sistema economico e politico in cui viviamo. E senza mettere in discussione quel sistema è assolutamente illusorio poterne evitare i suoi inevitabili effetti.

 

 

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