L’eco favoloso

Come aprire abissi con un articolo

Riceviamo e pubblichiamo

di Ugo Cundari

Mi sono sempre rifiutato di leggere libri in cui sono raccolti articoli di giornale. Fatte rare eccezioni – Montanelli e Fallaci – ho sempre creduto piatti e troppo legati al momento questi testi. E così ho fatto anche con i vari di Eco. Tutto è cambiato quando il nostro Umbertone nazionale è morto, e siamo stati invasi da ricordi e santificazioni. Eppure, tra questi, è stata riproposta anche la prima bustina di Minerva scritta da Eco per l’Espresso, il 31 marzo 1985. L’ho letta per la prima volta, con un ritardo dunque di più di trenta anni, e mi sono venute le vertigini.

Altro che articolo che affonda nella realtà e quindi il giorno dopo è carta per avvolgere le alici! Questo è un saggio divulgativo che ha per oggetto la libertà. Si chiama “Che bell’errore” – titolo orribile – ma contiene almeno una decina di piani diversi di lettura, un centinaio di rimandi incrociati e tranelli cerebrali quasi ad ogni capoverso, senza contare le prese in giro al lettore. Al lettore comune, verrebbe da dire, ma è sbagliato, perché leggendo Eco anche il fantomatico lettore comune diventava un lettore speciale.

la bustina di minerva_L’articolo si trova in rete facilmente, ma giusto per dimostrare la sensazione che ho avuto, vi segnalo qualche piccola riflessione a margine, partendo dalla più grande qualità dell’articolo: intrigare qualsiasi tipo di lettore, che sia un sapientone o uno zotico. Al primo è data la possibilità di sapere cosa sia la pecblenda, al secondo viene spiegato in pochi righi cosa sia la serendipità.

In sottofondo, poi, c’è una tesi secondo la quale sbagliare serve ad avere ragione. Una tesi cioè che dimostra un assioma spiritoso e arguto, ma questo assioma lo è talmente, spiritoso e arguto, che finisce anche per confutare la verità appena data alla luce, e quindi non rimane che un nuovo assioma da tenere presente: non esistono verità assolute o immortali, l’unica forma di verità è la ricerca, che quando approda a una qualsiasi forma di verità perde un po’ del suo fascino e bisognerebbe ripartire da capo.

«Ogni grande scoperta avviene perché lo scienziato (o il filologo, o il detective) invece di seguire le vie normali di ragionamento si diverte a pensare che cosa succederebbe se si ipotizzasse una legge del tutto inedita e puramente possibile, la quale però fosse capace di giustificare – se fosse vera – i fatti curiosi a cui con le leggi esistenti non si riesce a dare spiegazione».

Oggi le bustine di Minerva sono pubblicate in varie raccolte omonime edite da Bompiani, prima che vengano di nuovo pubblicate dalla Nave di Teseo.

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