Le ragioni della Russia

L’intervento russo in Medio Oriente apre nuovi scenari che non riguardano soltanto la Siria e l’Iraq, ma più in generale sono in grado di sovvertire gli equilibri di politica internazionale rimasti stabili dalla caduta dell’URSS

Riceviamo e pubblichiamo

di Antonio Ruocco

Nei giorni scorsi l’opinione pubblica britannica è stata sconvolta dalle rivelazioni di un quotidiano londinese, il “Mail on Sunday”, che ha pubblicato sul suo sito internet un documento fondamentale per chi vuole comprendere appieno le ragioni della catastrofe che sta vivendo attualmente il Medio Oriente. Si tratta di un documento estremamente riservato datato 28 marzo 2002 (un anno prima dell’inizio del conflitto tra USA e Iraq), un “memorandum for the President”, in cui il generale Colin Powell, all’epoca segretario di Stato americano, assicura a Bush l’incondizionato sostegno del Regno Unito a qualsiasi tipo di azione militare condotta in futuro contro Saddam Hussein.

Azione militare che, lo ricordiamo, era invece dichiaratamente ricollegata all’esistenza di fantomatiche armi di distruzione di massa che il dittatore avrebbe potuto, nell’arco di un’ora, far piovere su Londra e di cui, in quasi dieci anni di occupazione militare, non sono mai state rinvenute tracce.

tony-blair-2Tony Blair, che all’epoca dei fatti ricopriva la carica di Primo Ministro del Regno Unito, è stato successivamente intervistato dalla CNN, e di fronte alle telecamere si è sentito in dovere di chiedere scusa per i fatti del 2002-2003.

Anzitutto per gli “errori” commessi dai servizi segreti di Sua Maestà nella rilevazione delle inesistenti armi di distruzione di massa. In secondo luogo, per le conseguenze devastanti dell’attacco all’Iraq, che vanno dalla destabilizzazione politica dell’intera area del Medio Oriente all’impennata del terrorismo internazionale, al sorgere e al proliferare di movimenti sanguinari e aberranti come l’ISIS.

Ma in realtà le responsabilità di Blair vanno oltre le bugie sull’arsenale militare di Saddam, e vanno oltre la mala gestione della guerra e gli strascichi nefasti di quest’ultima. Perché il leader di uno dei Paesi più importanti al mondo, la cui politica economica, sociale e militare condiziona decine di altre Nazioni, non può decidere di concedere il suo incondizionato appoggio alle operazioni militari degli Stati Uniti, in virtù di un malinteso concetto di alleanza. Naturalmente Blair non è il solo Primo Ministro ad essersi sdraiato sulle posizioni degli Americani. A dare il proprio appoggio ad una guerra fondata su argomenti inesistenti furono in quel caso anche l’Italia, la Spagna, i Paesi Bassi, il Giappone, l’Australia.

Praticamente tutti gli Stati occidentali progrediti (con l’eccezione del solito asse franco-tedesco) parteciparono ad un conflitto che non aveva ragion d’essere, se non quella di dimostrare assoluta fedeltà agli USA e ai suoi interessi economici e strategici.

Dobbiamo osservare a questo proposito che, dalla caduta del muro di Berlino, agli Stati Uniti viene quasi unanimemente riconosciuto un ruolo-guida nella politica estera di tutti gli Stati democratici. Ruolo di cui gli USA hanno largamente approfittato e che hanno saputo convertire, agli occhi di molti, in una funzione di polizia internazionale, di garante dell’ordine planetario il quale, in quanto garante dell’ordine, deterrebbe il monopolio della forza legittima.
flagQuesta posizione è stata largamente agevolata dal ritardo che subisce il processo d’ integrazione europea e dal persistere degli egoismi nazionali all’interno dell’Unione, a scapito della possibilità di dotare l’Europa di una politica estera comune e di forze armate proprie. Ma se l’UE stenta ad assumere in politica estera il ruolo che le compete, diversamente agisce la Russia di Vladimir Putin, che ha deciso di intervenire nella guerra civile siriana appoggiando il Presidente Bashar al-Assad, assumendo una posizione antitetica rispetto a quella degli USA.

Prima di formulare giudizi sull’opportunità dell’intervento russo in Siria, vediamo però quali sono stati i punti di partenza e i risultati ottenuti dalla coalizione occidentale. Obama, per mantenere una sua promessa elettorale, ha deciso di abbandonare l’Iraq senza una exit strategy decente, ponendo le basi del dilagare del fondamentalismo islamico in quel Paese e in Siria. Oggi gli Stati Uniti e altri membri della coalizione aiutano economicamente e militarmente le forze di opposizione del regime di Assad (i cosiddetti “ribelli”), composte nella maggioranza dei casi da jihadisti e da estremisti musulmani.

Ciò ha provocato la crescita esponenziale dello Stato Islamico, che sul territorio siriano avrebbe soltanto due rivali “laici”: le forze regolari siriane (combattute dagli USA) e i combattenti curdi nel Nord del Paese (i quali però sono visti come il fumo negli occhi dalla Turchia, alleato degli USA, che teme la nascita di un Kurdistan libero, e che non ha esitato a bombardarli). Appare insomma evidente come la strategia occidentale di pacificazione della Siria si sia rivelata un disastro completo.

Inquadrato nel contesto di questo disastro, l’intervento russo in Siria appare non solo legittimo, ma addirittura necessario, se si vuole impedire all’ISIS di continuare a seminare il terrore in quella regione, a imporre trattamenti disumani alla popolazione civile, a distruggere opere d’arte di inestimabile valore che resistono al tempo e alle guerre da millenni.

putin.1Putin oggi è sul banco d’accusa mediatico della comunità internazionale occidentale perché non bombarda soltanto lo Stato Islamico, ma anche le altre formazioni jihadiste siriane (i cosiddetti “terroristi moderati”); viene criticato perché ha preso una decisione unilaterale, senza prima coordinarsi con gli altri membri della coalizione (gli stessi membri della coalizione che con tutta evidenza non sanno più che pesci pigliare, intrappolati in una gabbia di contraddizioni stridenti, e che pertanto non agiscono); viene criticato per il suo appoggio a Bashar al-Assad, un feroce dittatore, mentre all’interno della coalizione siede il Re dell’Arabia Saudita, uno dei pochi sovrani assoluti rimasti sulla Terra, che in patria non ha un parlamento con cui confrontarsi, né una costituzione da rispettare (la legge fondamentale in Arabia Saudita è il Corano).
Insomma, nella versione della vicenda che danno gli Stati Uniti esiste una lunga serie di incoerenze, le quali però non sono sfuggite alle Nazioni Unite, che infatti, per bocca dell’inviato speciale dell’Organizzazione per la Siria, Steffan de Mistura, hanno espresso soddisfazione per l’incontro tenutosi al Cremlino fra Putin e Assad.

Insomma, il Presidente russo sembra quantomeno in grado di fornire una valida alternativa al regime di polizia internazionale attuato dagli USA negli ultimi venticinque anni. Potendo scegliere tra più posizioni relative ad una stessa controversia internazionale, gli Stati democratici di tutto il mondo sarebbero portati ad appoggiare la soluzione che più si confà ai propri interessi, o alle proprie convinzioni di politica estera, senza dover assumere una posizione di umiliante sudditanza nei confronti degli Stati Uniti.

Beninteso, nessuno auspica che il ruolo egemonico nella politica estera che finora hanno detenuto gli Stati Uniti passi tutt’a un tratto nelle mani di Putin. Soltanto, è sempre utile avere una voce che si discosti dal coro.

Un commento

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  • Risa Cuccia
    27 ottobre 2015 at 10:03 - Reply

    Complimenti, ottimo articolo !