LE CONDIZIONI PER REALIZZARE SFRUTTAMENTO CAPITALISTICO

Possiamo sostenere con rigore scientifico che c’è sfruttamento capitalistico?

 

Nell’attuale società ad economia di mercato capitalistica abbiamo fenomeni di sfruttamento di un gruppo di persone su un altro gruppo di persone? Nell’economia capitalista c’è sfruttamento per esempio dei lavoratori da parte dei cosiddetti capitalisti, da parte degli imprenditori o dei finanziatori odi chi detiene o presta i mezzi di produzione?

Qui vorrei sostenere che, se si realizza nel concreto un insieme di condizioni, ecco che allora in modo indubitabile possiamo affermare che nelle imprese capitalistiche vi è sfruttamento.

Innanzitutto, mettiamoci d’accordo su come definire il concetto di sfruttamento:

La Stanford Encyclopedia of Philosophy enuncia che “sfruttare qualcuno significa trarne un vantaggio sleale. Significa usare la vulnerabilità di un’altra persona a proprio vantaggio” e aggiunge che “lo sfruttamento può anche essere strutturale – una proprietà di istituzioni o sistemi in cui le “regole del gioco” avvantaggiano ingiustamente un gruppo di persone a scapito di un altro gruppo di persone.”

Quindi, con il termine sfruttamento non intendiamo quel fenomeno concernente o lo sfruttamento delle risorse naturali oppure un comportamento subdolo/coercitivo da parte di un gruppo di persone su un altro gruppo di persone, ma ci riferiamo alla questione se strutturalmente e oggettivamente all’interno dei rapporti sociali caratterizzanti il Capitalismo ci sia o meno un gruppo di persone che guadagna sottraendo valore, ricchezza, ad un altro gruppo di persone, senza avere un solido fondamento, senza avere chiare e giuste ragioni, giustificazioni che autorizzano questa sottrazione. Strutturalmente nel senso che lo sfruttamento risulta essere insito di per sé nella struttura delle relazioni economiche vigenti e oggettivamente nel senso che non teniamo conto della disposizione psicologica e soggettiva dei vari agenti inseriti nel processo produttivo capitalistico, poiché il fenomeno dello sfruttamento capitalistico avverrebbe semplicemente perché si applicano determinate regole sociali oggettivamente vigenti in un dato sistema economico e sociale: quindi, nella questione se ci sia o meno sfruttamento non assume alcun rilievo l’elemento soggettivo, psicologico, dello sfruttatore o dello sfruttato.

Pertanto, in sintesi parliamo di sfruttamento capitalistico quando nel sistema dei rapporti di produzione e distribuzione economica c’è una tipologia di persone, una o più persone con medesime caratteristiche, che oggettivamente e strutturalmente preleva (a danno di un’altra tipologia di persone) un dato valore economico senza corrispondere nulla in cambio o corrispondendo solo una piccola parte rispetto al valore complessivo ricevuto. Nelle vigenti relazioni economiche di un’impresa capitalistica accade tutto ciò?

Per avviare l’analisi concernente l’individuazione delle condizioni realizzate le quali si ha effettivamente sfruttamento capitalistico, partiamo dalla distinzione fra agenti della produzione e i fattori della produzione, poiché queste qualifiche individuano due insiemi d’esistenza, 2 gruppi, del tutto diversi fra loro: gli agenti della produzione capitalistica, che sono gli individui, le persone, che direttamente partecipano al processo di produzione economica di tipo capitalistico, mentre i fattori della produzione capitalistica sono gli elementi animati o non animati che direttamente partecipano al processo di produzione capitalistico. Constateremo che, mentre gli agenti sono di 3 tipi, i fattori ricomprendono quattro tipi, in quanto ai tre fattori della produzione che corrispondono ai tre agenti della produzione (forza-lavoro/lavoratori; anticipazione/anticipatori; funzione imprenditoriale/imprenditore) se ne aggiunge un quarto che, a rigore, non è riconducibile ad alcun agente della produzione: i beni per la produzione. Per usare una metafora cinematografica o teatrale, diciamo che ci sono da una parte gli attori (le persone in carne ed ossa tanto per intenderci… quindi gli agenti della produzione) e dall’altra parte ci sono i personaggi della storia cinematografica o teatrale (fattori della produzione), ruoli che dovranno essere interpretati dagli attori/attrici.

AGENTI DELLA PRODUZIONE CAPITALISTICA

Quali sono gli agenti della produzione capitalistica, quindi gli attori di questa produzione cinematografica o teatrale?

  • I LAVORATORI: questa categoria comprende tutte quelle persone che prestano, mettono a disposizione dell’impresa economica la loro generica capacità lavorativa (forza-lavoro); in altri termini, i lavoratori sono quei soggetti che mettono a disposizione altrui la loro forza-lavoro. Quindi, i lavoratori non si caratterizzano per il fatto che mettono a disposizione altrui il prodotto (il bene e/o servizio scaturito dal processo di produzione) della propria generica capacità lavorativa, ma si contraddistinguono in quanto è proprio la loro generica capacità lavorativa a costituire l’oggetto della transazione con l’imprenditore. Naturalmente in questa categoria vanno inseriti gli operai generici e specializzati, i tecnici, gli impiegati, ma anche i dirigenti non proprietari, essendo irrilevante la modalità specifica attraverso la quale si estrinseca la generica ‘messa a disposizione altrui della propria forza-lavoro’.
  • L’IMPRENDITORE: egli è quel soggetto (individuale o collettivo) che reperisce, organizza e dirige i fattori della produzione, al fine di produrre le merci (= beni e/o servizi destinati al mercato). Ha quindi la funzione di innovatore, anche solo in riferimento ad una mera innovazione territoriale. In conseguenza del fatto che nella definizione di lavoratori non rileva la particolare estrinsecazione della forza-lavoro messa a disposizione, sembrerebbe che l’imprenditore vada inserito nella categoria dei lavoratori e che, quindi, non debba costituire una categoria a sé stante: va, però, obiettato che nel capitalismo l’imprenditore non mette a disposizione altrui la propria forza-lavoro, ma anzi è egli stesso (non il generico ‘capitalista’!) ad acquistare la forza-lavoro altrui. Un’osservazione: l’imprenditore è spesso considerato come colui che, oltre a svolgere la suindicata funzione, svolge anche il compito di assumersi il cosiddetto rischio d’impresa: se l’attività economica va male, le consegue3nze nefaste ricadono solo su di lui e non sugli altri agenti della produzione; facciamo notare, invece, che l’assunzione del rischio d’impresa è conseguente al fatto che, come vedremo, nell’impresa capitalistica tutto il valore prodotto in più rispetto ai costi di produzione (= surplus) va a chi svolge la funzione imprenditoriale, cioè l’imprenditore. Pertanto, non bisogna assolutamente credere che l’assunzione del rischio d’impresa sia la funzione caratterizzante dell’imprenditore e, quindi, il fondamento del reddito dell’imprenditore in un’impresa capitalistica, poiché invece va rilevato il fatto contrario e cioè il fatto che è il reddito imprenditoriale, così come si configura nel capitalismo (= profitto), ad essere il fondamento dell’assunzione in capo allo stesso imprenditore del rischio d’impresa.

GLI ANTICIPATORI: questa categoria comprende coloro i quali mettono a disposizione altrui il ‘frutto’ di una seconda fondamentale attività umana (= il differimento del consumo) secondo l’Economia Politica: il risparmio. Che cos’è il differimento del consumo? È il comportamento umano per cui ciascuno di noi sceglie quando consumare ciò che dispone e che magari è necessario per la sua sopravvivenza in una data società. Questi soggetti mettono a disposizione altrui il frutto (potremmo temporaneamente definirlo con il termine generico di accumulazione, di risparmio, sotto forma o di danaro o di beni mobili o immobili conservati per sé) del loro differimento del consumo, mentre i lavoratori mettono a disposizione altrui non il frutto (cioè il prodotto) dell’altra fondamentale attività umana (= la forza-lavoro), ma mettono a disposizione altrui proprio quest’ultima attività, che è inscindibile dalla loro persona e perciò mettono a disposizione altrui la loro stessa personalità. Teniamo presente poi che l’anticipazione può avere un contenuto estremamente vario: infatti, il suo contenuto può essere semplice (per esempio solo terra o solo danaro o solo beni) oppure complesso (cioè l’anticipazione può essere formata da terra, danaro e beni). Questa puntualizzazione è necessaria, in quanto un bene concesso in uso all’imprenditore a titolo di anticipazione non deve rientrare in quello specifico fattore della produzione che indicheremo con l’espressione ‘bene per la produzione’, ma deve rientrare nella categoria dell’anticipazione. Perché ciò? Perché, mentre il bene prestato a titolo di anticipazione va restituito all’anticipatore (tu mi presti 100.000 € oppure una casa, io ti devo poi restituire dopo un certo tempo i 100.000 € o la casa), il bene per la produzione acquistato con il danaro anticipato non va restituito all’anticipatore se a questi gli è restituito tutto il danaro che ha prestato (esempio: se io con i 100.000 € ricevuti in prestito ho acquistato materie prime o macchinari, non dovrò dare anche queste ultime cose all’anticipatore che ha ottenuto la restituzione del prestito di 100.000 €); infatti, se gli attribuiamo – oltre che il danaro che ha prestato – anche i beni acquistati con l’anticipazione in danaro, lo paghiamo due volte! Vi trovate? È così?). Bene allora si pone un primo pressante problema: a chi dare la proprietà del bene per la produzione acquistato con l’anticipazione in danaro, posto che questa stessa anticipazione in danaro è stata restituita per intero all’anticipatore? QUESTIONE DELLA PROPRIETÀ DEI BENI DELLA PRODUZIONE. Sappiamo che nell’ordinamento economico capitalistico la proprietà dei beni per la produzione è attribuita all’imprenditore, ma circa il fondamento (ma perché facciamo così, perché i beni per la produzione saranno tutti dell’imprenditore?) di quest’attribuzione non ci è dato sapere nulla.

I FATTORI DELLA PRODUZIONE CAPITALISTICA.

Quali sono i fattori della produzione capitalistica, quindi i personaggi protagonisti del film o dello spettacolo teatrale?

  • LA FORZA-LAVORO: essa è la generica capacità di lavorare posseduta da ogni essere umano: non rileva affatto la specifica modalità di svolgimento di essa (se sei operaio, impiegato, capo area, dirigente a contratto). Possiamo anche definirla come messa a disposizione altrui della propria generica capacità di lavorare. Insomma, è tempo umano messo a disposizione altrui.
  • LA FUNZIONE IMPRENDITORIALE: la seconda capacità di rilievo economico (che questa volta solo alcuni esseri umani possiedono?) che è necessaria per un processo di produzione capitalistico è la funzione imprenditoriale; essa comprende l’ideazione dell’attività produttiva, il procacciamento dell’anticipazione, l’avviamento, l’organizzazione produttiva e la suprema direzione strategica dell’attività d’impresa. Non è superfluo notare che ognuna di queste singole attività possono anche essere svolte (= delegate ad) da altri, i quali rientreranno in questo caso nella categoria ‘lavoratori’, in quanto mettono a disposizione altrui il fattore della produzione ‘forza-lavoro’.
  • : (da distinguerlo dal risparmio tesaurizzato, cioè messo da parte e non impiegato in un processo produttivo) esso è il frutto della terza fondamentale capacità di rilievo economico che gli esseri umani possiedono, cioè il differimento del consumo. In altre parole, l’anticipazione è la messa a disposizione altrui dei frutti della propria capacità di differire il consumo, cioè è la messa a disposizione altrui del frutto della propria accumulazione. Questo ‘frutto’ (accumulazione o risparmio investito) può essere di diversi tipi: l’anticipazione di solito si compone di danaro e/o crediti, in altri numerosi casi si può comporre di beni (mobili e/o immobili). Abbiamo, pertanto, anticipazioni sotto forma di crediti e/o danaro e anticipazioni sotto forma di beni (per esempio locare un immobile per un uso produttivo). Naturalmente nulla impedisce che ci sia una forma di anticipazione – per così dire – mista, cioè composta di danaro e beni. Osservazione: si noti che, mentre il lavoratore mette a disposizione altrui la propria capacità generica di lavorare che è tutt’uno con la sua persona, l’anticipatore mette a disposizione altrui non la sua capacità di differire il consumo (anch’essa indissolubilmente legata alla sua persona) ma il ‘frutto’, il prodotto, della propria capacità di differire il consumo fra consumo presente e consumo futuro. Questa essenziale differenza ci consente di discorrere di alienazione nel processo di produzione capitalistico solo nei riguardi dei lavoratori e non nei riguardi degli anticipatori.

Come si vede, abbiamo descritto tre fattori della produzione (3 ruoli/personaggi nel film o nello spettacolo teatrale) che corrispondono in modo del tutto speculare ai tre agenti della produzione (3 attori/attrici: forza-lavoro-lavoratori; funzione imprenditoriale-imprenditore; anticipazione-anticipatori). Abbiamo però detto che i fattori della produzione (i ruoli, i personaggi) sono 4 e non 3!

Qual è il quarto fattore della produzione che non corrisponde ad alcun agente della produzione? Qual è il ruolo, il personaggio, che non abbiamo assegnato ad alcun attore/attrice?

  • I BENI PER LA PRODUZIONE (BENI INTERMEDI): in questa categoria facciamo rientrare tutti quei beni utilizzati per l’esercizio dell’attività d’impresa e cioè le materie prime, i semilavorati, gli impianti, la terra e gli edifici, adoperati per l’esercizio dell’attività d’impresa. Come si vede, la particolare qualifica di ‘bene per la produzione’ è imputata ad un determinato bene in base alla destinazione d’uso: tanto per intenderci, una stessa autovettura, uno stesso pc, sarà qualificata/o come bene di consumo ovvero bene per la produzione a seconda se viene utilizzata/o per il semplice consumo di chi ne dispone oppure se è inserita all’interno del complesso di fattori produttivi per l’esercizio di un’attività d’impresa.

Come dovrebbe incidere la proprietà di questi beni per la produzione sull’effettiva distribuzione del reddito? Vediamo cosa succede se diamo questo ruolo/personaggio ad uno degli agenti della produzione (= gli attori/attrici) che già hanno un altro ruolo nel film o nello spettacolo teatrale.

Caso 1. Se i beni per la produzione sono di proprietà dell’imprenditore, questo stesso soggetto deve cumulare in sé la funzione imprenditoriale e quella di anticipazione, per cui è ovvio che all’imprenditore-anticipatore devono essere corrisposti: 1) il salario di sussistenza direzionale (alias ‘reddito imprenditoriale’), in quanto egli ha fornito la sua capacità imprenditoriale; 2) il prezzo d’uso (canone d’uso) dei beni anticipati per l’esercizio dell’attività di produzione; 3) un indennizzo per l’usura dei beni adoperati (ammortamento).

Caso 2. Se, invece, i beni per la produzione sono di proprietà di un altro soggetto, il canone d’uso e l’indennizzo (nonché la restituzione del bene anticipato, se questo è ancora presente, altrimenti si restituisce il valore in danaro del bene anticipato e ormai estinto) sono assegnati a quest’ultimo, che denominiamo anticipatore, qualora questi abbia anticipato beni (abbiamo, perciò, un particolare tipo di anticipazione: l’anticipazione di beni, i quali – inseriti nel processo di produzione – non si computano come beni per la produzione), anziché crediti e/o danaro.

Caso 3. Ora, però, stiamo molto attenti a questo terzo caso: se alcuni beni per la produzione sono acquistati con una parte dell’anticipazione fatta con crediti e/o danaro, perché poi divengono proprietà dell’imprenditore? A rigore, se i beni per la produzione non si sono completamente consumati nel processo di produzione (per esempio un edificio), potrebbero costituire una parte dell’anticipazione restituita agli anticipatori, integrata con un indennizzo per l’usura degli stessi beni, più naturalmente il canone d’uso dell’anticipazione (che chiameremo interesse).

Ma se l’anticipazione in danaro è completamente restituita (più naturalmente il canone d’uso) e i beni per la produzione acquistati con essa possiedono ancora un qualche valore economico, perché di questi beni deve appropriarsene l’imprenditore? Facciamo un esempio: mi prestano 100.000 € e io imprenditore con questo danaro acquisto pc, stampante, arredamento per uffici, un mezzo di locomozione (bicicletta, auto, moto…); poi, dopo la fine del ciclo produttivo restituisco i 100.000 € a chi me li ha prestati (più magari un interesse come prezzo del prestito), ma mi tengo la titolarità di questi beni che ho acquistato con questo danaro. A che titolo ho diritto a mantenere questa proprietà di questi beni per la produzione acquistati con l’anticipazione che mi hanno prestato? Insomma, detto in termini più tecnici per gli addetti allo studio dell’Economia Politica, perché nel capitalismo i beni cosiddetti durevoli, acquistati con l’anticipazione, diventano di proprietà dell’imprenditore? Perché i mezzi per la produzione capitalistica vanno attribuiti all’imprenditore? Su tale questione diventa illuminante un brano di Karl Marx, nel quale si afferma che l’estrazione del surplus a danno dei lavoratori e a favore del capitalista avviene anche e soprattutto attraverso la valorizzazione del ‘lavoro morto’. Segnalo che Marx intendeva il ‘lavoro morto’ la quantità di lavoro che è stata necessaria per poter costruire, valorizzare, il bene durevole inserito nel processo di produzione.

In sintesi: una volta restituita l’anticipazione e corrisposto il relativo canone d’uso su di essa, perché l’imprenditore ha diritto di proprietà sui quei beni per la produzione (acquistati o con tutta o con una parte dell’anticipazione, mentre l’altra parte di essa è servita per poter pagare i salari) che eventualmente hanno ancora un valore economico dopo essere stati adoperati nel ciclo di produzione? A questo punto, sembra che non sia dato sapere il perché di ciò. Questo fenomeno lo possiamo qualificare con l’espressione PRIMO FENOMENO OCCULTO DEL PROCESSO PRODUTTIVO-DISTRIBUTIVO CAPITALISTICO.

Vediamo ora come concretamente si ripartisce, all’interno dell’impresa capitalistica, il prodotto sociale fra gli agenti della produzione (DISTRIBUZIONE CAPITALISTICA):

  • SALARIO: è la remunerazione dei lavoratori; il salario può tendere più o meno al livello della sussistenza storicamente determinato, cioè tende ad essere pari alla quantità di merci necessarie a far sopravvivere il lavoratore (con eventuali familiari a carico?) in una data società; quello che va rilevato subito è il fatto che il salario sia predeterminato all’inizio del processo di produzione e la sua misura non dipende dal prodotto sociale complessivo che scaturirà alla fine del processo di produzione: si stabilisce lo stipendio prima di produrre e lo si fissa in base alle condizioni del mercato del lavoro. Inoltre, va osservato che esso non dipende affatto dall’effettivo realizzo della merce prodotta (infatti se la merce realizzata sul mercato è insufficiente a coprire i salari, l’imprenditore rimane comunque obbligato a remunerare i lavoratori).
  • CANONE D’USO o INTERESSE: costituisce la remunerazione corrisposta all’anticipatore, affinché egli sia indotto a mettere a disposizione altrui il frutto del proprio differimento del consumo, cioè l’accumulazione. È una sorta di contropartita per la messa a disposizione altrui della propria accumulazione. Anch’esso, come il salario, è predeterminato all’inizio del processo di produzione, indipendentemente dal prodotto sociale complessivo che scaturirà alla fine del processo di produzione. Es.: io ti presto la bicicletta e tu dopo un po’ di tempo dovrai restituirmi la bicicletta più una x concordata. Questa x è appunto il canone d’uso (nel caso di bene mobile o immobile) o interesse (nel caso di prestito di danaro). Possiamo anche chiamarlo prezzo dell’anticipazione.
  • PROFITTO: è il reddito che percepisce l’imprenditore. Esso è residuale, perché rimane dopo avere pagato salari e interesse; è, pertanto, estremamente variabile, in quanto dipende, oltre che dall’effettivo realizzo delle merci prodotte, anche da ciò che l’imprenditore stesso e i lavoratori riescono insieme a produrre in più rispetto a quelle merci o quei prezzi che, se realizzate/i, sarebbero in grado solo di costituire la mera sussistenza di imprenditore e lavoratori e il reintegro del corrispettivo delle anticipazioni (interesse) oltre che le anticipazioni stesse. In altre parole, la misura di questo reddito dipende fra l’altro dall’entità del surplus prodotto, poiché in realtà il profitto emerge come sovrappiù che rimane dopo aver coperto i costi complessivi sopportati per l’esercizio dell’attività di produzione (salari e canone d’uso/interesse).

Da quanto appena esposto dobbiamo trarre la conclusione che i costi di produzione veri e propri sono i salari (a cui va aggiunto anche il salario di sussistenza dell’imprenditore) e il canone d’uso/interesse delle anticipazioni.

Osserviamo un fenomeno alquanto singolare che si manifesta nella distribuzione capitalistica: quando l’imprenditore deve restituire l’anticipazione ai suoi anticipatori, egli deve corrispondere l’anticipazione più un prezzo per il servizio ottenuto (il servizio della ‘messa a disposizione a suo favore del frutto dell’altrui differimento del consumo’), cioè deve per esempio restituire i 100.000 € ricevuti in prestito per l’esercizio dell’attività d’impresa più un tot di € come contropartita del ‘disturbo’ o del ‘favore’ sopportato o fatto dagli anticipatori. Invece, quando l’imprenditore deve corrispondere il reddito ai lavoratori, egli dà soltanto ciò che i lavoratori gli hanno corrisposto: in altri termini, il prezzo della forza-lavoro non c’è, nel senso che esso è costituito solo dal reintegro della forza-lavoro e non anche, come per gli anticipatori, da qualcosa in più rispetto all’anticipazione data dai lavoratori. Ripetiamo: il lavoratore ottiene dall’imprenditore nel regime capitalistico la semplice reintegrazione di quanto ha anticipato (la forza-lavoro), mentre l’anticipatore ottiene – sempre dall’imprenditore – oltre che la reintegrazione di quanto anticipato (restituzione dell’anticipazione), anche il prezzo (canone d’uso) che lo ha indotto a mettere a disposizione altrui il frutto del proprio differimento del consumo.

Come si vede, siamo in presenza di una disparità alquanto singolare, che possiamo indicare con l’espressione PRIMA DISPARITÀ DI TRATTAMENTO o SECONDO FENOMENO OCCULTO DEL PROCESSO PRODUTTIVO CAPITALISTICO.

È corretto ciò? È cioè corretto che l’anticipatore abbia qualcosa in più rispetto al lavoratore? Non dovrebbe ottenere quanto il lavoratore e cioè solo la reintegrazione di ciò che ha anticipato all’imprenditore senza quel ‘qualcosa in più’ (canone d’uso), così come si fa con il lavoratore?

In realtà, la questione è mal posta: essa va capovolta! È il lavoratore che deve avere un ‘qualcosa in più’ rispetto alla sua ‘anticipazione in lavoro’, così come l’anticipatore ha quel ‘qualcosa in più’ rispetto alla sua anticipazione, non il contrario! È corretto che entrambi abbiano, oltre che la reintegrazione di quanto anticipato, anche un qualcosa in più che li induca a mettere a disposizione altrui una delle due attività umane fondamentali per l’Economia Politica: la forza-lavoro per i lavoratori, l’accumulazione o risparmio – che è frutto dell’altra attività umana fondamentale, cioè il differimento del consumo – per gli anticipatori.

La cosa assurda che invece avviene nella realtà dell’impresa capitalistica è che il lavoratore ricostituisce con la medesima somma la sua vita e la sua controprestazione, ciò che presta e ciò che dovrebbe avere in cambio in virtù di tale prestito, mentre l’anticipatore riceve il valore prestato e in più un’altra cosa (= l’interesse). Se vogliamo sostenere che lavoratore e ‘prestatore di accumulazione’ (= anticipatore) sono retribuiti alla stessa stregua, allora così come quest’ultimo riceve – oltre alla ricostituzione di ciò che ha prestato – anche un ‘qualcosa in più’ (l’interesse), così pure il lavoratore deve ottenere, oltre alla ricostituzione del suo valore prestato ad altri, anche ‘qualcosa in più’ (come chiamarlo? Interesse lavorativo o concreto? In altro modo? Troviamolo!).

CONCLUSIONI.

Nell’analisi dei fattori della produzione (ruoli/personaggi), degli agenti della produzione (attori/attrici) e della distribuzione capitalistica, sono emerse le seguenti perplessità che evidenziano punti oscuri da disvelare, chiarire:

  • Perché l’imprenditore ha diritto di proprietà sui beni per la produzione che sono stati acquistati dal medesimo con l’anticipazione a sua volta restituita? In altre parole: qual è il fondamento del diritto di proprietà dell’imprenditore sui beni per la produzione? (PRIMO FENOMENO OCCULTO DEL PROCESSO PRODUTTIVO CAPITALISTICO).
  • Perché si riconosce all’anticipatore il diritto ad ottenere due cose e cioè 1) il reintegro di ciò che egli ha prestato (l’accumulazione anticipata ad altri, che può avere un contenuto vario, essendo configurabile con danaro e/o beni) 2) più un premio per il ‘favore’ che ha concesso all’imprenditore (il cosiddetto canone d’uso o interesse), mentre ai lavoratori è riconosciuto solo il diritto al reintegro di ciò che essi hanno messo a disposizione altrui (la forza-lavoro)? (PRIMA DISPARITÀ DI TRATTAMENTO o SECONDO FENOMENO OCCULTO DEL PROCESSO PRODUTTIVO CAPITALISTICO).

Al primo quesito non si può rispondere affermando che l’imprenditore detiene la proprietà dei beni per la produzione a titolo di corrispettivo per l’attività svolta per la creazione dell’attività d’impresa e all’interno della stessa impresa: infatti, abbiamo detto che all’imprenditore (agente della produzione) che svolge la propria attività lavorativa (funzione imprenditoriale, che è uno dei fattori della produzione) è corrisposto un determinato reddito e cioè il profitto. Quindi, non possiamo considerare la titolarità del diritto di proprietà dei beni per la produzione come un corrispettivo dato all’imprenditore per il fattore della produzione che egli stesso apporta al processo di produzione: se lo facessimo, lo pagheremmo due volte! Una prima volta attribuendogli un profitto (oppure, più precisamente, un salario imprenditoriale), una seconda volta consentendogli di appropriarsi anche dei beni per la produzione che hanno ancora un qualche valore economico alla fine del processo di produzione.

Al suindicato primo quesito non si può neanche rispondere sostenendo che la proprietà dei beni per la produzione durevoli (dotati ancora di un valore economico alla fine del processo di produzione) è concessa a titolo di ‘assicurazione’ per il rischio d’impresa, che l’imprenditore deve sopportare. Infatti, come abbiamo già accennato, l’assunzione del rischio d’impresa consegue al fatto che in un’impresa operante secondo criteri distributivi capitalistici tutto il surplus è dato a chi svolge la funzione imprenditoriale e non ne è il fondamento. In altri termini, l’assunzione del rischio d’impresa non è la funzione caratterizzante l’imprenditore (e quindi il fondamento del reddito di questi), ma al contrario è il reddito dell’imprenditore, così come si configura nel capitalismo (= profitto), che costituisce il fondamento dell’assunzione da parte dell’imprenditore del cosiddetto rischio d’impresa.

Rispetto al secondo fenomeno occulto o prima disparità di trattamento, perché avviene ciò nella produzione capitalistica? Perché non corrispondiamo ai lavoratori, oltre alla ricostituzione della loro stessa forza-lavoro, anche quel quid, quella x in più, come prezzo del loro prestito? Gli anticipatori hanno prestato il loro frutto del loro risparmio (= differimento del consumo) mentre i lavoratori hanno prestato la loro disponibilità generica a lavorare per altri (= forza-lavoro). Presumibilmente perché la disponibilità del lavoratore è più flessibile, è più ricattabile, rispetto a quella dell’anticipatore: infatti, il primo non può sine die astenersi dal mettere a disposizione altrui la propria forza-lavoro o comunque rinviare il procacciamento di una qualsiasi fonte di reddito (rischia di non mangiare e quindi di morire!), mentre il secondo ha una sfera di libertà più ampia perché 1) ha alternative effettive circa il collocamento o meno dei frutti della sua capacità di differire il consumo, 2) può, a limite, persino non collocare affatto la sua accumulazione fra i vari impieghi alternativi dell’accumulazione (metterli sotto al materasso!) e adoperarla per un suo consumo immediato o ripartito nel tempo.

CONDIZIONI D’ESISTENZA PER UNA TEORIA SCIENTIFICA DELLO SFRUTTAMENTO CAPITALISTICO:

  • Esistenza di un SURPLUS economico, cioè di ‘un qualcosa in più’ rispetto al precedente ciclo economico, insomma rispetto ai costi di produzione.
  • Formazione di questo surplus nell’ambito della produzione e non nell’ambito della circolazione.
  • I beni per la produzione non sono in grado di produrre più di quanto sono costati.
  • Neanche l’anticipazione da sola è in grado di produrre il suo valore né tantomeno il surplus.

Rimane, pertanto, la forza-lavoro dei lavoratori e quella dell’imprenditore, che deve quindi produrre di più di quanto costa la sussistenza storicamente determinata e l’anticipazione concessa (compreso il suo prezzo).

  • Questo surplus di produzione non deve essere ripartito in modo tendenzialmente equo fra coloro i quali hanno concorso a produrlo, cioè i lavoratori e l’imprenditore.

Non basta dire – come Marx – che la semplice constatazione di un differenziale fra ciò che i lavoratori producono e ciò che essi ricevono è la diretta, lampante e definitiva dimostrazione che vi è sfruttamento nei rapporti capitalistici di produzione. Questa constatazione va integrata, o meglio, accompagnata dalle altre parimenti importanti constatazioni che vi è normalmente produzione di sovrappiù, che i beni per la produzione e l’anticipazione non possono costitutivamente produrre da sole più di quanto valevano nel momento in cui sono state inserite nel processo di produzione.

In conclusione, noi avremo nel concreto, quindi come dato di fatto indiscutibile la realizzazione di sfruttamento economico in regime di economia capitalista se si verificheranno le seguenti condizioni:

  • Produzione di un surplus di valore rispetto ai valori introdotti all’inizio del ciclo produttivo;
  • L’attribuzione di questo surplus solo ad uno degli agenti della produzione che o ha contribuito solo in parte o non ha contribuito affatto alla generazione del surplus in questione.

Lo sfruttamento in termini rigorosi si realizza nella realtà quando (una volta pagate 1) tutte le sussistenze a tutti i lavoratori e all’imprenditore, 2) l’anticipazione e il tasso di induzione all’anticipazione) un solo agente della produzione si appropria di tutto il surplus rimasto, evitando così la sua distribuzione equitativa fra i due agenti della produzione (lavoratori e imprenditore). Resta il problema di come intendere la distribuzione equitativa: per classi, per teste o per quale altro criterio? Come deve ripartirsi il prodotto netto fra i due agenti della produzione? Tutti sono necessari alla produzione: di conseguenza bisogna dividere per due (lavoratori – imprenditore)? Oppure bisogna dividere per teste?

Cosa succede nel concreto dell’economia capitalista? Il surplus eventualmente prodotto in un determinato ciclo produttivo dall’imprenditore insieme con i lavoratori è tutto attribuito all’imprenditore e nulla spetta ai lavoratori, che invece vi hanno contribuito altrettanto.

Come andrebbe invece distribuito il surplus? Questa è una questione che lasciamo qui aperta. Potremmo scegliere fra le varie soluzioni che si dipanano nel range comprendente l’intervallo che va dal ripartire 50% all’imprenditore e 50% a tutti gli altri lavoratori all’altro capo dell’intervallo in cui diamo percentuale identica all’imprenditore e ad ogni singolo lavoratore che ha partecipato al processo produttivo.

Questa analisi (in forma audiovisiva più estesa) la trovate anche qui: https://youtu.be/kcFCRiQ0er4

 

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