LE CATACOMBE DI NAPOLI TRA SACRO E PROFANO

Alla scoperta dei simboli celati tra i cunicoli delle catacombe di Napoli

Le catacombe di Napoli, monumentale traccia del cristianesimo primitivo della città, sono per noi fonte preziosa: attraverso le pitture, le iscrizioni e le architetture sotterranee possiamo ricostruire le idee e le aspirazioni dei primi cristiani partenopei; la fusione tra sacro e profano, tra mito e storia, in esse risulta evidente.

Prima di addentrarci fra i simboli e le immagini che corredano questi antichi cimiteri sotterranei, è doveroso sfatare alcuni miti fioriti intorno ad essi.

Infondata è, innanzitutto, la credenza che le catacombe fossero state la sede segreta della comunità cristiana dei primi secoli, costretta a nascondersi a causa delle persecuzioni.

In realtà la legge romana garantiva anche ai cristiani il diritto al sepolcro, fuori dall’abitato; si trattava, quindi, di luogo di sepoltura, non di rifugio.

Frutto di pura fantasia sono i racconti avventurosi degli scrittori di Napoli tra il Cinquecento e il Seicento che ci parlano di catacombe intercomunicabili: da quelle di S. Gennaro fino a Pozzuoli, si sarebbe estesa una vera e propria città sotterranea, creata dai Cimmeri, un popolo amante dell’oscurità e timoroso delle eruzioni del Vesuvio.

Al di là del puro mito, le catacombe di Napoli colpiscono il visitatore per la grande varietà e qualità di decorazioni.

Le pitture, i mosaici e le iscrizioni dimostrano lo stato di ricchezza in cui si trovò la Chiesa napoletana nella tarda antichità e forniscono importanti informazioni sulla vita civile, oltreché religiosa, e sulla società partenopea.

Le varie immagini che con tanta abbondanza ornano le gallerie, in primo luogo, dovevano trasmettere concetti accessibili a tutti i fedeli, per mezzo di un linguaggio semplice ed essenziale; esse consistevano in una Bibbia figurata, una Bibbia per i poveri e per gli analfabeti che avevano recepito solo oralmente i precetti della nuova religione.

Fra i simboli più rappresentati troviamo quelli tratti dal mondo vegetale e animale. Il pavone, ad esempio, è presente frequentemente come allusione alla resurrezione del corpo; nella catacomba di S. Gaudioso, nel cosiddetto “cubicolo del calice ansato”, due coppie di pavoni si appoggiano sopra serti di vite: gli uccelli associati alla vite simboleggiano il paradiso dove vola l’anima dopo la morte.

La pianta, sacra a Dioniso in età antica, acquista ora per i cristiani nuovi significati; nelle catacombe di S. Gennaro, una scena risalente al IV secolo riporta un vaso con rami di vite, immagine simbolica del regno dei cieli nel quale si è ritirato il defunto.

Un altro animale assai ricorrente, soprattutto nelle pitture più antiche, è il delfino, già protagonista degli affreschi che ornavano le tombe e le case dei patrizi romani.

Anche l’arte cristiana lo assunse senza difficoltà, facendone compagno ideale delle anime dei morti nel viaggio verso il Paradiso. Non mancano poi nei cimiteri napoletani rappresentazioni di colombe, simbolo di purezza e dello Spirito Santo, e di anatre, emblema di concordia e gioia coniugale. Dal mondo vegetale è presa l’immagine rigogliosa della palma, simbolo della resurrezione, di vittoria e di pace; spesso vari intrecci di foglie e di edera decorano le tombe per la loro diretta allusione ai vincoli di fedeltà e amicizia.

L’arte funeraria delle catacombe non propone figure di angeli piangenti, o immagini della pietà o di Cristo morto, dal momento che nulla aveva da temere dalla morte chi aveva creduto in lui. Gesù è, infatti, raffigurato come il Buon Pastore che porta le sue pecorelle ai pascoli del paradiso.

Tuttavia la figura di Cristo non è molto frequente nelle pitture napoletane, soprattutto in quelle più antiche; nella catacomba di S. Gaudioso, nel soffitto di un cubicolo, è visibile una maestosa immagine del Salvatore, risalente al V secolo: ritratto a mezzo busto, con grandi occhi, con barba e baffi, capelli lunghi e intrecciati, è forse la più antica rappresentazione di Gesù nell’arte cristiana di Napoli.

Più rare ancora sono le raffigurazioni della Madonna: la più antica scena della Vergine con il Bambino dell’arte paleocristiana di Napoli risale al V secolo e si conserva nel “succorpo” della catacomba di S. Gaudioso.

La Madonna, con la testa coperta dal velo, siede con il figlio sulle sue gambe; il Bambino stende il braccio destro per benedire, mentre con la mano sinistra regge una sfera, simbolo del suo dominio sul mondo.

Ma i fedeli napoletani amarono soprattutto decorare le sepolture con i ritratti dei propri defunti, immagini reali che mostrano persone con un nome, un carattere, un volto ben definito con tratti individuali e realistici. Si tratta di un fatto eccezionale per l’arte del V e VI secolo, che predilige generalmente modi idealizzati e stilizzati per rendere le figure.

A Napoli il tentativo del ritratto nei voltiè una costante, come si può rilevare nel mosaico del vescovo di Cartagine Quodvultdeus, esiliato dal vandalo Gianserico, morto a Napoli nel 454 e venerato come santo.

L’artista ha saputo ritrarre con precisione la fisionomia del personaggio: un severo volto di africano, dagli zigomi sporgenti, labbra gonfie, grandi occhi neri, che esprime le personali qualità del santo, la sua fermezza e la sua intelligenza.

La grande qualità e la ricchezza dell’arte funeraria dimostrano quella cura particolare che a Napoli da tempo immemorabile si è sempre avuta per i trapassati; qui più che altrove la credenza che gli uomini conservino la loro coscienza anche dopo la morte ha sollecitato una peculiare sensibilità nei confronti della morte e del suo culto che, al di là delle epoche e delle maniere, caratterizza l’identità e l’immaginario napoletano

No commento

Lascia risposta

*

*