LAVORO/NON LAVORO/MODELLO DI SVILUPPO: COMUNISTI IN ASSEMBLEA

Organizzare la risposta: cambiare il modello di sviluppo, per un’alternativa antiliberista. Intervento di Rosario Marra PRC

Scritto da   Rosario Marra del Comitato Politico Regionale del PRC

Agli inizi di dicembre alla Sala Cirillo della Città Metropolitana di Napoli s’è tenuto un partecipato momento di confronto organizzato da tre forze politiche della sinistra di opposizione (PRC, PCI, SA) cui hanno preso parte Organizzazioni del Sindacalismo conflittuale (SICOBAS e USB), un rappresentante della segreteria FIOM di Napoli, il Presidente dei giuristi democratici di Napoli, esponenti della Camera Popolare del Lavoro.

Le considerazioni che seguono sono in parte tratte dal documento unitario alla base dell’assemblea, in parte da spunti emersi nella discussione successivamente approfonditi.

L’assemblea si è conclusa con l’impegno a sviluppare le tracce di lavoro emerse a maggior ragione ora che l’attività unitaria sviluppatasi a Napoli s’inserisce, con le sue specificità, nel percorso delineatosi a livello nazionale nell’assemblea del 7 dicembre al Teatro dei Servi a Roma.

 

  1. La politica industriale liberista nella crisi della “vecchia” industrializzazione attraverso il contesto regionale e meridionale.

La politica economica liberista genera quella che impropriamente viene definita “assenza di politica industriale” che, in realtà, è ben presente e consiste proprio nel diminuire fortemente gli investimenti pubblici, assecondare i processi di concentrazione e centralizzazione capitalistica, attrarre gli investimenti esteri che altro non è che favorire gli interventi delle multinazionali, impiegare fondi pubblici per fornire agevolazioni agli investimenti privati che, come vedremo, vanno, invece, nelle zone di maggiore attrattività.

Questo tipo di politica industriale è particolarmente devastante nei Paesi deboli e nelle Regioni deboli di Paesi intermedi come il nostro.

Ad es., dalla sintesi del Rapporto SVIMEZ 2019, apprendiamo che le crisi aziendali non sono più numerose al Sud, ma la loro gestione incontra ostacoli molto più complessi; sui tavoli aperti “le imprese meridionali rappresentano poco meno del 40% del totale, percentuale che riflette la reale distribuzione territoriale delle imprese medio-grandi nel Paese solo che nella gestione di queste imprese i tempi di soluzione sono più alti, in media si raddoppiano, per due motivi: la scarsa attrattività del territorio meridionale per i nuovi investitori e le maggiori difficoltà nella ricollocazione dei lavoratori in eccesso”.

Insomma quelle che normativamente sono definite “aree di crisi industriale complessa”….sono ancora più complesse.

Questi dati vanno integrati con le specificità dell’apparato produttivo meridionale che ha una dimensione media degli addetti alle imprese che è esattamente la metà di quello delle imprese del Centro -Nord (11 al Sud e 22 al Centro-nord);

il caso campano non fa eccezione avendo un tessuto manifatturiero che vede una presenza di piccole  imprese particolarmente elevato, tanto che le unità locali con meno di 10 addetti sono l’87,19% del totale e in questo campo la crisi non è meno drammatica.

Nell’area napoletana sono concentrate circa il 50% delle imprese attive della Regione ed ancora più forte la presenza di microimprese che raggiungono il 96% del totale.

Nella nostra Regione, sono state individuate con decreto del MISE tre aree dove gli effetti della recessione economica, con le relative ricadute occupazionali, sono particolarmente gravi e riguardano il polo di Acerra-Marcianise-Airola con 17 Comuni, il polo di Castellammare-Torre Annunziata completamente ricadente nell’area napoletana con tre Comuni e quello di Battipaglia-Solofra con 4 Comuni, complessivamente si tratta di 24 Comuni e la maggior parte (14) sono del napoletano perché è qui che c’era la maggior industrializzazione e ora i più numerosi punti di crisi.

I “progetti di riconversione e riqualificazione industriale” non decollano perché l’attuale modello di sviluppo impone, all’interno della gabbia europea, una vera e propria desertificazione industriale delle zone più deboli e le misure messe in atto dai vari Governi succeditisi negli anni sono del tutto ininfluenti  basandosi  essenzialmente su incentivi che o sono poco usati o servono a dare soldi alle imprese senza reali e duraturi ritorni in termini di maggior reddito e occupazione per il territorio.

Non a caso il 75% delle domande di agevolazione della “Nuova Sabatini” riguardano imprese del Nord e solo l’ 11% il Sud, non cambia la situazione se si guarda all’insieme degli investimenti agevolati che, ad es., nel 2017 e sempre per la quota meridionale sono stati di appena il 14,3%;

anche misure come il rafforzamento della clausola della riserva del 34% degli investimenti, prevista nel ddl di bilancio 2020, è destinata a scarsa efficacia se continua a riguardare prevalentemente la P.A. in senso stretto con il solo recente ampliamento ad ANAS e Ferrovie mentre il grosso delle imprese pubbliche- a differenza del passato – ne resta ancora fuori.

Qui emerge il problema delle imprese pubbliche “italiane” che negli ultimi decenni sono diventate anch’esse delle multinazionali attratte dalla logica competitiva della globalizzazione con una forte propensione agli investimenti esteri.

In particolare, “le multinazionali italiane con governance pubblica sono 28 e controllano sul territorio nazionale 610 imprese che impiegano 265.286 addetti con una dimensione media di 434,9 addetti per impresa”[1].

La politica dell’attrazione degli investimenti dall’estero favorisce in tutti i modi l’intervento delle multinazionali nell’economia e le delocalizzazioni non sono che una conseguenza di questo tipo di politica: i dati provenienti dall’Eurofond segnalano che dal 2002 a oggi i casi che in Italia

hanno visto riduzione di forza lavoro per delocalizzazioni sono 50 e i dipendenti colpiti sono stati 11.517 e si tratta di dati per difetto perché la fonte UE esclude le perdite occupazionali  inferiori alle 100 unità e quelle che colpiscono meno del 10% dell’occupazione in aziende con almeno 250 unità.

A Napoli, di recente, abbiamo avuto agli onori della cronaca la vertenza Whirpool in essa si condensano elementi comuni a molte altre crisi: multinazionali pronte a delocalizzare sia per avere maggiori profitti in territori con più alte agevolazioni fiscali e minor costo del lavoro e sia per valutazioni geopolitiche.

Qui subentra ancora una volta il problema delle regole europee perché se è vero che la nostra Costituzione (art. 43) ci permette di ricorrere alla nazionalizzazione o a forme di socializzazione degli stabilimenti (art. 46) è altrettanto vero che il Trattato europeo (art. 63) prevede la completa libertà di movimento dei capitali e se non viene limitata quest’ultima sarà difficile contrastare i giganti multinazionali.

Su questi aspetti dovremmo avere un maggior attivismo anche nei nostri collegamenti internazionali per giungere a forme di specifico coordinamento politico anche perché molto scarsa è l’attività della C.E.S..

Le politiche liberiste basate sul modello dell’ “export oriented” hanno accentuato gli squilibri territoriali e la differenza del peso economico delle Regioni, basti pensare che al Settentrione è concentrato il 73% delle merci esportate nel 2018 e le prime tre Regioni sono proprio Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto – quelle più avanti nella richiesta del regionalismo differenziato – che da sole rappresentano quasi il 55% delle esportazioni nazionali, al contrario al Sud si va dallo 0,1% della  Calabria al 2,3 della Campania e l’insieme delle otto Regioni meridionali raggiunge il 9,7 delle esportazioni nazionali ossia un terzo di quelle della Lombardia che nel 2018 ha raggiunto il 27,4%.[2]

Pertanto non meraviglia quanto affermato nel pluricitato Rapporto Svimez in merito al credito agevolato all’esportazione la cui “distribuzione territoriale è a esclusivo vantaggio delle imprese centro-settentrionali che dal 2013 in poi hanno assorbito la totalità dei finanziamenti concessi”.[3]

In questo senso, le richieste di regionalismo differenziato non fanno che aggravare la situazione sia perchè si richiedono trasferimenti di competenze in materia di mercato del lavoro che un’accentuazione della trazione mittleuropea delle Regioni più ricche che avrà inevitabili conseguenze sull’insieme del sistema Paese e, in particolare, sulle Regioni meridionali.

 

  1. Organizzare la risposta: cambiare il modello di sviluppo, per un’alternativa antiliberista.

Occorre una riflessione sia sul modello di sviluppo che sulle forme organizzative perché le nuove tecnologie producono l’economia digitale che, a sua volta, genera nuove figure di lavoratori come quelli della “gig economy”.

Per il modello di sviluppo occorre che l’attuale baricentro, tutto spostato verso l’Europa centrale e soprattutto la Germania, venga riequilibrato da una politica mediterranea, quasi del tutto inesistente;

non a caso anche in documenti ufficiali della Regione Campania si nota che le esportazioni campane verso i Paesi dell’area mediterranea sono “molto modesti” attestandosi a 797 milioni nel 2016.

Per dare un dato di raffronto basti pensare che la media delle esportazioni del Mezzogiorno verso Paesi come la Germania o la Francia ha superato nel periodo 2007-2018 i 25 miliardi.

Ancora sul  modello di sviluppo va precisato che per concretizzare un’alternativa antiliberista occorre una critica anche al “liberismo temperato” perché, soprattutto per il Meridione, non cambia in maniera significativa la situazione e, fatto più negativo, indirizza la conflittualità su obiettivi molto moderati.

A questo tipo di liberismo, per noi comunisti, appartengono le posizioni della SVIMEZ – parzialmente presenti nell’attuale esecutivo attraverso il Ministro Provenzano- che influenzano parte del fronte di lotta meridionalista quantunque dati, tabelle e statistiche contenute nei Rapporti annuali di questa storica Associazione siano di grande rilievo per l’intervento politico-sociale e vengano adoperati anche in questo contributo.

In particolare, non si può pensare che il rilancio del Mezzogiorno possa passare attraverso una ripresa del liberismo classico di ricardiana memoria con la teoria dei vantaggi comparati per cui il Sud dovrebbe specializzarsi nell’industria alimentare e in alcuni comparti a forti economie di scala ed elevata intensità di ricerca[4], infatti, in tempi di “Industria 4.0” appare importante non tanto il “lavoro risparmiato” nella produzione dei beni che si otterrebbe col citato modello ricardiano ma, con l’elevata disoccupazione meridionale, come si impiegherebbe la forza lavoro che si libererebbe per la maggior produttività[5].

Qui, evidentemente, ritorna, tra l’altro, il ruolo dell’intervento pubblico anche attraverso una presenza diretta aspetto quest’ ultimo che non compare nelle posizioni SVIMEZ perché in qualche modo compatibiliste con l’attuale modello di sviluppo come, del resto, testimonia anche un appoggio acritico alle ZES.

er le forme organizzative, vanno facilitate nuove   alleanze sociali tra i settori tradizionali della classe e il vasto mondo del precariato che difficilmente si riconosce nelle organizzazioni classiche, non a caso le lotte dei riders di alcune città o contro il lavoro nero in un settore come quello del turismo hanno conosciuto momenti di appoggio in Centri Sociali come la Cavallerizza di Torino o Ritmo Lento di Bologna o, qui a Napoli, nella Camera Popolare del Lavoro anche se, in qualche caso, c’è stato un certo attivismo pure di categorie della CGIL come per la vertenza contro la Deliveroo (una delle piattaforme del cibo a domicilio) dove, tra l’altro, è stato depositato di recente un ricorso al Tribunale di Bologna contro la logica che sta dietro all’algoritmo che valuta i rider favorendo chi accetta più ordini e penalizzando, a prescindere dalla motivazione, chi ne può rifiutare alcuni.

Quella della mancanza di motivazione è stata una problematica comparsa anche nel settore pubblico a proposito dell’algoritmo che ha presieduto alle assegnazioni di docenti previste dalla “Buona Scuola” e, in tal senso, è interessante una sentenza del Consiglio di Stato[6] dell’aprile di quest’anno che ha accolto in appello il ricorso di docenti in quanto la legge 107 del 2015 prevedeva l’assegnazione dei posti attraverso lo scorrimento in graduatoria secondo le preferenze indicate da ciascun aspirante, invece, secondo i giudici amministrativi,  nel caso concreto s’è verificato che “l’impossibilità di comprendere le modalità con le quali, attraverso il citato algoritmo, siano stati assegnati i posti disponibili, costituisce di per sé un vizio tale da inficiare la procedura”.

 Altro aspetto da non sottovalutare, è quello di una diversa politica creditizia, anche qui il Governo PD-Cinque Stelle si muove in perfetta continuità con i precedenti esecutivi perché, pur affermando nella relazione tecnica al ddl del bilancio 2020 che i tassi d’interesse bancari al Sud sono più elevati rispetto a quelli rilevati al Centro-Nord, non interviene sui meccanismi speculativi ma ricorre ad ulteriori incentivi per le imprese che investono nelle Regioni meridionali per il programma industria 4.0, in altri termini altri soldi pubblici alle imprese mentre sarebbe decisamente migliore la soluzione di una vera banca pubblica per il Mezzogiorno e questa funzione non può essere certamente assolta  dal Gruppo Intesa San Paolo, nonostante le dichiarazioni in proposito di Carlo Messina, in quanto questo gruppo bancario risponde anch’esso a criteri privatistici o attraverso la ricapitalizzazione della Popolare di Bari che, comunque, seguirà le disposizioni europee.

Nel nostro specifico, dobbiamo meglio mettere a punto aspetti di una piattaforma politico-programmatica al cui interno ci siano meglio focalizzati il ruolo della Città Metropolitana e della Regione che, attraverso l’Assessore al Lavoro Palmeri, è presente nei Tavoli di crisi del MISE.

In particolare, per la Città Metropolitana di Napoli, sulla base di esperienze già maturate in altre Città Metropolitane come Firenze e Bologna, va istituito quanto prima il Tavolo per la salvaguardia del patrimonio produttivo sfruttando le competenze in materia di sviluppo economico che la “legge Delrio” assegna alle Città Metropolitane, in particolare va compreso, in tempi brevi, quale può essere il ruolo anche di questa istituzione rispetto ai 14 Comuni ricadenti nelle citate aree di crisi industriale complessa.[7]

In questo senso è sicuramente positivo l’odg approvato di recente dal Consiglio Metropolitano di Napoli che impegna l’Amministrazione ad avviare l’iter per la costituzione del citato Tavolo che noi non vediamo come una riproduzione su scala locale dei Tavoli del Mise perché, per quanto possa interessarsi anche delle crisi di aziende di medie e grosse dimensioni, deve rivolgersi soprattutto a quelle crisi che a livello nazionale non giungono nemmeno e riguardano il vasto mondo delle piccole imprese che nel loro insieme hanno un impatto sociale non meno importante delle crisi nelle aziende maggiori.

Sotto il profilo istituzionale, il Tavolo metropolitano ha funzioni meramente concertative, tuttavia può essere uno strumento di conoscenza importante e, quindi, può indirettamente favorire anche l’organizzazione vertenziale.[8]

Per quanto concerne la Regione, è necessario che si coordini anche con altre Regioni per evitare sul nascere logiche competitive tra stabilimenti del medesimo gruppo impegnandosi maggiormente sull’utilizzo del contratto di sviluppo multiregionale che, pur essendo interno alla strumentazione liberista, evita di cadere nella logica del singolo stabilimento che altro non sarebbe che una versione della “politica del carciofo”.

 

Inoltre dovremmo valutare come lanciare parole d’ordine per la sperimentazione della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario a partire dalle aree di crisi anche per contrastare il principio della “neutralità tecnologica” – parte delle linee guida di Impresa 4.0 – una delle tante mistificazioni capitalistiche.

Naturalmente la battaglia per la riduzione d’orario va affiancata a quella per il salario minimo orario importante per porre un freno al “lavoro povero” costruendo  le condizioni per una ripresa delle lotte salariali rivendicando anche il ricorso ad una legge che fissi un minimo salariale di 9 euro, per quanto ci riguarda non riteniamo valide le obiezioni sulle invasioni di campo nel campo della contrattazione sia per l’esistenza del fenomeno dei “contratti-pirata” sia perché in un periodo di rapporti di forza sfavorevoli e di Sindacati confederali a dir poco accondiscendenti è utile ricorrere anche a strumenti normativi.

Del resto anche dirigenti sindacali del calibro di Giuseppe Di Vittorio, nel periodo buio degli anni cinquanta, una volta giunti in  Parlamento hanno firmato proposte di legge per la “fissazione di un minimo garantito di retribuzione per tutti i lavoratori[9].

 

  1. Brevi spunti conclusivi

I dati riportati in quest’articolo, come si è potuto notare, sono ripresi soprattutto da fonti istituzionali e per quanto possano essere interessanti non potranno mai sostituire quelli fondamentali derivanti da una ripresa del lavoro di inchiesta operaio che presuppone il reinsediamento di una presenza organizzata dei comunisti sui posti di lavoro (in cui va considerato pure il territorio);

le parole d’ordine cui si è fatto cenno cercano di costituire una prima piattaforma politico-programmatica declinata in chiave meridionalista e classista, è chiaro, però, che vanno meglio declinate nei vari settori produttivi cercando di privilegiare almeno una dimensione regionale per giungere alla necessaria massa critica in funzione di riconnessione delle lotte.

 

[1] Dal Rapporto SVIMEZ 2019 pag. 350

[2] Cfr. Osservatorio economico Ministero dello Sviluppo su dati Istat.

[3] Rapporto SVIMEZ 2019 pag. 370

[4] Cfr. Rapporto SVIMEZ pag. 354

[5] Si veda, in proposito, l’appropriata critica di Emiliano Brancaccio che negli “Appunti di economia politica” in relazione alla tesi liberista e liberoscambista di Ricardo osserva che se è vero che “il teorema dei vantaggi comparati dimostra che l’apertura internazionale conviene poichè implica un guadagno in termini di “lavoro risparmiato” è altrettanto vero che “quando un paese è afflitto dalla crisi e dalla disoccupazione il problema principale diventa impiegare e non certo risparmiare lavoro. – E’ chiaro allora che il teorema dei vantaggi comparati ha senso solo se si assume che non vi siano problemi di disoccupazione” (op. cit. pag. 26).

[6] Sentenza VI Sezione Consiglio di Stato n. 22270 dell’8 aprile 2019.

[7] L’ elenco dei 13 Comuni è il seguente: Acerra, Arzano, Caivano, Casandrino, Casavatore, Casoria, Frattamaggiore, Grumo Nevano, Nola, Somma Vesuviana, Castellammare di Stabia, Napoli Orientale, Torre Annunziata, Solofra.

[8] Il Tavolo di salvaguardia del patrimonio produttivo della Città Metropolitana di Bologna dall’ 1 gennaio 2015 al 30 settembre 2019 ha trattato 120 situazioni di crisi aziendali con una media di tre incontri per ogni azienda, ha sottoscritto 59 verbali di incontro o di accordo di cui 7 siglati anche dalla Città Metropolitana ai tavoli di crisi attivati dalla Regione o dal MISE.

[9] Cfr. Atto Camera n. 895 annunziata il 14 maggio 1954.

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