Lavoro: è l’anno zero

Tutela giurisdizionale, riforma Dini, i cococo, il pacchetto Treu, il contestato Jobs Act, infine il decreto dignità: come la montagna ha partorito il topolino

Riceviamo e pubblichiamo, di  Danilo Risi esecutivo nazionale Giuristi Democratici.

Quello che segue è il testo della relazione al Convegno “Libertà di espressione nei luoghi di lavoro” svoltasi al Maschio Angioino di Napoli, lo scorso 30 settembre, incontro che, dalla nota vicenda dei 5 operai licenziati dalla FCA, ha affrontato il tema delle condizioni di vita e d’espressione dei lavoratori.

A causa del gran numero di persone intervenute all’evento, ai relatori è stato richiesto di svolgere un intervento di sintesi.

Per tale ragione ringrazio la redazione di CantoLibre di ospitare il testo completo della relazione: “l’attuale involuzione del diritto del lavoro”

Danilo Risi

L’involuzione del Diritto del Lavoro, cioè la progressiva riduzione dei diritti dei lavoratori nel rapporto con i datori e la progressiva limitazione della possibilità di accesso per gli stessi lavoratori alla giustizia, è un processo che va avanti da molti anni. Possiamo dire da almeno un ventennio.

Se il punto più alto della parabola che disegna il grado di tutela giurisdizionale, autotutela sindacale nei posti di lavoro e potere di iniziativa dei lavoratori è senz’altro la approvazione dello Statuto dei Lavoratori, con la Legge n. 30 del 20 Maggio 1970, il momento iniziale, anche dal punto di vista politico e simbolico, di questo lungo processo involutivo può essere ricondotto alla approvazione del cd Paccheto Treu, cioè la Legge  n. 196 del 24 Giugno 1997.

Al di là dell’impatto quantitativo effettivo sul mercato del lavoro complessivo, quelle norme aprirono una breccia nel sistema fondato sullo Statuto dei Lavoratori, cioè in quell’articolato sistema di tutele noto come diritto del lavoro, basato sul presupposto di un rapporto asimmetrico tra datore di lavoro e lavoratore tale da giustificare l’introduzione di norme a tutela della parte debole, tutela altrimenti estranea al diritto privato e commerciale tout court ispirati piuttosto al principio della libera contrattazione tra le parti.

Il Pacchetto Treu  introduce  nel nostro ordinamento il lavoro interinale (oggi somministrazione). Si deroga al divieto di interposizione di manodopera vigente sin dal 1960 e si apre il mercato del lavoro all’iniziativa di agenzie private.

Anche la nuova formulazione del contratto di apprendistato introduce un elemento di novità che diventerà caratteristico dell’attuale sistema ovvero l’aspetto della formazione esterna all’azienda e alla prestazione lavorativa.

Infine interviene sulla regolamentazione del contratto a tempo determinato ampliandone le possibilità di proroga e il lavoro part-time viene incentivato con apposita decontribuzione.

Nel frattempo si diffonde un uso massiccio delle CO.CO.CO., collaborazioni coordinate e continuative anche grazie alla riforma Dini delle pensioni che oltre ad introdurre il sistema contributivo istituisce una nuova “Gestione Separata” della cassa previdenziale all’interno dell’INPS.

Già a fine anni ’90 il monopolio del contratto di lavoro a tempo pieno e indeterminato è superato in favore di figure contrattuali cosiddette “atipiche”.

Negli anni 2000, coerentemente con le politiche neoliberali affermatesi in Europa, il governo Berlusconi prova ad attaccare il mondo del lavoro con la abolizione dell’art. 18 dello Statuto. In quella occasione, però, la risposta sindacale e la oceanica manifestazione del Circo Massimo bloccano la riforma.

Nel 2003 viene approvata la legge Biagi (legge delega n°30 di riforma del lavoro e successivo dlgs. n°276 del 2003) che, consolidando le intuizioni introdotte dalla riforma Treu, spalanca definitivamente le porte alla flessibilità in entrata, come richiesto dalle istituzioni europee.

Con la Biagi si definisce e si estende il campo d’azione del lavoro a tempo determinato che il datore di lavoro può proporre non più solo nei casi individuati dalla legge ma per ogni esigenza di carattere “tecnico, produttivo, organizzativo e sostitutivo”. Lo stesso dicasi per le collaborazioni coordinate e continuative che diventano “a progetto”. Il lavoro in somministrazione viene ulteriormente regolamentato per facilitarne l’applicazione e la diffusione, può essere stipulato anche a tempo indeterminato (cosiddetto staff leasing). Le agenzie per il lavoro in somministrazione accreditate presso appositi albi diventano un soggetto importantissimo nel “nuovo” mercato del lavoro.

La Legge Biagi modifica, inoltre, la disciplina dell’appalto e della cessione di ramo d’azienda introducendo alcuni elementi di tutela e garanzia per i lavoratori, ma spalancando anche le porte al fenomeno delle esternalizzazioni e dei subappalti.

Si introducono inoltre ulteriori forme contrattuali come l’associazione in partecipazione con apporto di lavoro, il lavoro intermittente o a chiamata, il lavoro ripartito, il nuovo apprendistato, il contratto di inserimento, il lavoro occasionale e accessorio, etc. La flessibilità si traduce in una vera e propria giungla di oltre 40 tipologie contrattuali.

I lavoratori atipici e precari diventano milioni, una parte importante della popolazione attiva sul mercato del lavoro.  La precarietà dal lavoro si estende ad ogni aspetto della vita: l’impossibilità di accedere ad affitti e mutui, di progettare il proprio futuro, spesso e volentieri anche semplicemente di arrivare alla fine del mese.

Sul fronte strettamente sindacale, con l’Accordo Interconfederale del 28 giugno 2011 le parti sociali danno la loro disponibilità ad una riforma del sistema delle relazioni industriali in cui la contrattazione decentrata acquista un ruolo di primo piano. L’Accordo sarà recepito dal Legislatore con l’art. 8 della legge 148 del 2011 dal titolo “Contratto di prossimità”.

Questo passaggio merita senza dubbio di essere ricordato nel nostro rapido excursus sulla involuzione del Diritto del Lavoro, perché apre la possibilità alla contrattazione sociale di derogare in peius la normativa nazionale e dei CCNL.

Con la stagione dei cd Governi Tecnici, che rispondono in via diretta alle direttive provenienti da Bruxelless, continua l’opera di riscrittura e sostanziale demolizione del Diritto del Lavoro in Italia.

La ministra del lavoro e delle politiche sociali Fornero produrrà, oltre alla tristemente famosa riforma delle pensione ispirata alla più rigida ideologia dell’austerity, anche un’articolata riforma del lavoro e degli ammortizzatori sociali.

Con la legge 92 del 2012, si procede, infatti, alla revisione di molti istituti contrattuali, alla riforma degli ammortizzatori sociali, e si interviene sulla cd flessibilità in uscita.

Sul primo versante, quello della riforma degli istituti contrattuali esistenti, si interviene, tra l’altro, eliminando l‘obbligo di causale per i contratti a tempo determinato anche quelli in somministrazione, liberalizzando le collaborazioni occasionali e il lavoro accessorio (cd. Voucher) che si aprono ad utilizzatori di tutti i settori.

Sulla cd flessibilità in uscita la Legge Fornero accorcia ancora di più i tempi previsti dal collegato al lavoro per presentare istanza al giudice (180 giorni) ma, soprattutto, praticamente svuota di contenuto l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, limitando la reintegrazione nel posto di lavoro solo ad ipotesi residuali: in caso di licenziamento economico, ove si accerti la manifesta insussistenza del giustificato motivo oggettivo, ovvero, in caso di licenziamento disciplinare, ove si accerti l’insussistenza del fatto contestato, ovvero nel caso che l’infrazione «rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni dei contratti collettivi ovvero dei codici disciplinari applicabili. In tutti gli altri casi è prevista invece solo  un’indennità economica compresa tra le 12 e le 24 mensilità in base all’anzianità del lavoratore, alle dimensioni dell’azienda, al comportamento delle parti nelle varie fasi del processo.

Questa carrellata lunga venti anni si conclude con il Jobs Act, il provvedimento fortemente voluto dal Governo Renzi.

Il 10 dicembre 2014 il Parlamento approva la legge delega n°183 cui seguiranno lungo tutto il corso del 2015 ben 8 decreti delegati che si occupano di: ammortizzatori sociali, contratto a tutele crescenti e nuova disciplina dei licenziamenti illegittimi, nuova disciplina dei contratti di lavoro e nuova normativa delle mansioni, riforma delle attività ispettive, riforma dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, etc..

La nuova figura contrattuale subordinata tipica introdotta dalla riforma del Governo Renzi nel nostro ordinamento è il lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti.

Il Jobs Act, inoltre, ancor più della legge Fornero, non lascia spazio alcuno alla reintegrazione né per i licenziamenti economici, né per i licenziamenti disciplinari, né per i licenziamenti collettivi e prevede inoltre una misura dell’indennizzo talmente irrisoria e determinata in misura fissa in base all’anzianitá di servizio, che equivale praticamente ad una assenza di sanzione.

Il contratto a tempo determinato (regolamentato subito prima del Jobs Act dal cosiddetto  Decreto Poletti convertito con legge n°78 del 2014), inoltre, può essere stipulato senza obbligo di specificare le motivazioni, cosiddetta “acausalità” per la durata massima di 36 mesi più altri 12. Acausalità valida anche per il lavoro somministrato. Anche per le collaborazioni coordinate e continuative non è più necessario specificare il “progetto”; basterà configurare lo svolgimento della prestazione affinché la stessa non rientri nelle tre fattispecie che la riconducono al lavoro subordinato ovvero: la esclusività della prestazione personale, la continuità e la modalità decisa dal committente in ordine ad orari, luogo di lavoro ecc…

Si ampliano le possibilità di utilizzo e si innalza a 7000 euro il tetto massimo per i Voucher, misura su cui poi il governo successivo è dovuto tornare a causa del boom abnorme che avevano registrato in virtù della deroga legale a qualsiasi normativa giuslavoristica.

Veniamo, quindi, all’ultimo intervento legislativo sul mercato del Lavoro, la Legge n. 96 del 9 agosto 2018 di conversione del D.L. n. 87/2018; il cd Decreto Dignità.

Con questo provvedimento si interviene principalmente a correggere due aspetti tra i tanti oggetto delle precedenti riforme sopra sinteticamente ricordate: si tratta dei contratti a tempo determinato e della quantificazione della indennità in caso di licenziamento illegittimo.

Secondo la nuova normativa la stipula di un contratto di lavoro a tempo determinato “a-causale”, può avvenire solo ed esclusivamente per un periodo di durata non superiore ai 12 mesi. La durata massima del contratto a tempo determinato si riduce a 24 mesi, contro i precedenti 36 mesi previsti dal Jobs Act. Il contratto può avere una durata superiore ai 12 mesi solo in presenza delle seguenti causali:

Esigenze temporanee ed oggettive, estranee all’ordinaria attività

Ragioni sostitutive

Esigenze connesse ad incrementi temporanei, significativi e non programmabili della attività ordinaria

In sede di conversione al D.L. n. 87/2018, è stato inserito il comma 1-bis dell’art. 1, il quale stabilisce che in caso di stipulazione di un contratto superiore ai 12 mesi in assenza di una delle causali giustificatrici previste dal comma 1 dell’art. 19, il contratto si trasforma in un contratto a tempo indeterminato dalla data di superamento dei 12 mesi.

Vale comunque l’ “exit strategy” prevista dal comma 2 dell’art. 19 del D.lgs. 81/2015, che consente alla contrattazione collettiva, anche aziendale, alla luce dell’art. 51 del D.lgs. 81/2015, di derogare al limite massimo dei 24 mesi.

Per quanto concerne le proroghe, il numero massimo passa da 5 a 4 nell’arco dei 24 mesi.

In ogni caso, le nuove ragioni giustificatrici di proroghe e rinnovi, non trovano applicazione per le attività stagionali, per il personale artistico e tecnico delle Fondazioni di produzione musicale, nonché alle “start-up innovative” per il periodo di quattro anni dalla loro costituzione.

Sono stati, inoltre, ampliati i termini di impugnazione del contratto a tempo determinato, che passano da 120 a 180 giorni.

In tema di licenziamenti illegittimi, invece, La disciplina resta del tutto invariata. L’unica cosa che cambia è l’ammontare dell’indennità che il lavoratore illegittimamente licenziato può ottenere che resta fissata in due mensilità per ogni anno di servizio, con un minimo che passa, però, da 4 a 6 mensilità ed un massimo che passa da 24 a 36 mensilità.

A ben vedere la novità riguarda solo la misura minima. Dovremo, infatti, attendere il 2033 per poter vedere gli effetti dell’applicazione dell’indennità massima posto che per acquisire il diritto alle 36 mensilità di indennizzo occorre cumulare ben 18 anni di servizio e tale norma si applica agli assunti post 7 marzo 2015. L’effetto immediato, invece, riguarda i dipendenti licenziati poco dopo l’assunzione. Anche un dipendente con meno di un anno di anzianità, infatti, può accedere all’indennizzo pari a 6 mensilità, contro le 4 della previgente disciplina.

Su punto è intervenuta anche una sentenza recentissima della Corta Costituzionale, di cui attendiamo di conoscere le motivazioni, che ha dichiarato la illegittimità dell’art 3, comma 1, del Decreto Legislativo n. 23 /2015 sul contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, nella parte – non modificata dal successivo Decreto Legge n. 87/2018, cd Decreto Dignità – che determina in modo rigido l’indennità spettante al lavoratore ingiustificatamente licenziato. In particolare la previsione di una indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore è, secondo la Corte , contraria ai principi di ragionevolezza e di eguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela del lavoro sanciti dagli arttt 4 e 35 della Costituzione.

Non siamo di fronte, quindi, ad una inversione di tendenza, specie in tema di licenziamenti illegittimi, rispetto ai processi involutivi che vanno avanti da oltre un ventennio ma, piuttosto alla classica Montagna, la cosidetta Dignità, che ha partorito il classico Topolino, cioè il solo aumento delle indennità.

Solo la reintroduzione del diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro nella ipotesi di licenziamento illegittimo, può restituire, infatti, la Dignità ai lavoratori, giacchè restituisce loro il diritto utile a far valere tutti gli altri diritti.

Voglio concludere il mio intervento affrontando, brevemente, un altro tema, certo meno noto di quelli di cui ho trattato fin’ora, ma che ha una ricaduta pratica devastante sul diritto di accesso alla giustizia per i lavoratori: la questione dei costi della giustizia ed il tema della condanna alle spese in caso di soccombenza.

A partire dal 2008, sulla questione della gratuità del processo del lavoro si sono verificati una serie di interventi legislativi volti a rendere, sotto il profilo del pagamento del contributo unificato, il processo del lavoro omogeneo agli altri tipi di contenzioso civile.

Voglio ricordare in questa sede che, contro quel primo provvedimento che rendeva oneroso per i lavoratori il ricorso al Giudice del Lavoro partì, proprio qui da Napoli, un movimento di protesta di sindacalisti e avvocati del lavoro, sotto l’impulso del compagno e collega Silvio Serino alla cui memoria l’Amministrazione comunale alcuni mesi fa ha voluto, giustamente, intitolare una strada della nostra città.

Questa sostanziale equiparazione, sotto il profilo della tassazione, tra processo Civile e processo del Lavoro ha comportato un significativo aggravio di spese che molto spesso per i lavoratori significa la concreta impossibilità di accedere alla giustizia.

Le modifiche, poi, all’art. 92 del c.p.c. in tema di condanna alle spese e di limiti alla compensazione, hanno fatto il resto.

In estrema sintesi, la nuova formulazione dell’art 92 c.p.c. limitava la possibilità del Giudice di pronunciarsi per la compensazione delle spese legali alla sola ipotesi di assoluta novità della questione trattata o di intervenuto mutamento della giurisprudenza rispetto a questioni dirimenti.

Sul punto è dovuta intervenire ancora la Corte Costituzionale che, con sentenza n. 77 del 19 aprile 2018, ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell’art. 92, comma 2 c.p.c. (nel testo modificato dal D.L. n. 132/2014) nella parte in cui non prevede che il giudice possa compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero, anche qualora sussistano altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni.

Per effetto di detto provvedimento, pertanto, in caso di soccombenza totale di una parte in un giudizio civile, la compensazione delle spese di lite, totale o parziale, è ammessa non solo nelle ipotesi di “assoluta novità della questione trattata” o di “mutamento della giurisprudenza rispetto a questioni dirimenti”, ma anche quando sussistano, per l’appunto, “altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni”.

La Corte Costituzionale ha così statuito, ritenendo fondata la questione di legittimità costituzionale del suddetto articolo 92 c.p.c., sollevata dal Tribunale di Torino e dal Tribunale di Reggio Emilia nell’ambito di due controversie di lavoro.

A tutto questo va aggiunta l’aggravio di costi per i ricorsi in Appello e la previsione applicata anche al processo del Lavoro, della condanna al pagamento del doppio del valore del contributo unificato in caso di soccombenza in Appello.

Questo sistema di norme vengono assunte e giustificate con una brutta locuzione di deflazione del contenzioso del Lavoro che, tradotto, invece, nella nostra lingua significa semplicemente ridurre drasticamente il diritto di accesso alla giustizia per i Lavoratori, come molti colleghi ben sanno.

Mi pare che anche su questo punto dobbiamo attrezzarci.

In attesa che i rapporti di forza sociali tornino a pendere a favore del Lavoro rispetto al Capitale e, conseguentemente, riescano a produrre significative modifiche legislative o sostanziali inversioni della giurisprudenza di legittimità, credo sia opportuno ricostituire antichi sistemi di Solidarietà Popolare, come le Casse di Solidarietà, che sostengano il lavoratore ad affrontare i costi della giustizia e lo tengano al riparo da abnormi condanne alle spese.

 

 

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