Lavoro e la sua identità perduta

La precarietà dei lavoratori sempre più stabile e la necessità di un nuovo pensiero sovversivo

30L’immagine monolitica del lavoro si è ormai consumata, trascinando con sé non solo il contratto dipendente e a tempo indeterminato, ma anche la costruzione della fase identitaria, intorno a cui si articola la vita del lavoratore.

L’Italia tra gli anni  Sessanta e Settanta ha vissuto un periodo di grandi rivendicazioni dei diritti, ma nel corso degli anni sono stati silenziosamente e spietatamente cancellati. Oggi chi lavora si percepisce profondamente solo, non tutelato, incapace di   scegliere. In una società  in cui la precarietà è diventata la condizione stessa dei lavoratori, la domanda non è più quella di riuscire a trovare lavoro, ma piuttosto quella di restare lavoratore precario. E per farlo deve rendersi “flessibile” nel tempo, nello spazio, nelle mansioni e solo adattandosi può avere la possibilità di essere inserito in un progetto lavorativo.

Noi non siamo affatto usciti dal modo di produzione capitalistico, non siamo affatto dentro una rivoluzione tecnologica, ma in una condizione in cui il capitalismo ha cambiato pelle, ha raffinato i suoi strumenti di controllo della produttività, del consumo e addirittura della nostra vita quotidiana.

E questo tipo di progresso ci presenta un conto molto salato.

La valorizzazione del capitale è sempre più violenta e la condizione dei lavoratori in Cina come in Europa, negli Stati Uniti come in Giappone è inumana. Lo stress, la depressione , il suicidio sono all’ordine del giorno.

Sembra di raccontare la sofferenza degli operai dell’Ottocento sfruttati e oltraggiati, senza tutela istituzionale. Ma la realtà è questa in tutti i campi, dalle grandi aziende alle grandi catene di distribuzione .

Le fabbriche classiche del Novecento creavano contesti di solidarietà, in cui si condivideva l’esperienza, l’attività ,anche la sofferenza e si costruivano relazioni solidali, che sono la molla di tutti i processi di lotta e di resistenza.

Oggi l’obiettivo principale è la disintegrazione della vita di relazione, il rapporto di lavoro è singolarizzato, escludendo i sindacati e la definizione di categoria, questo in un clima di competitività, che per il lavoratore diventa una lotta alla sopravvivenza.

Bauman nelle sue analisi ha messo in evidenza che in questo nuovo modello di società il lavoratore è per forza consumatore e lavoratore insieme. Cioè per mangiare, dormire, vivere bisogna consumare e per farlo bisogna lavorare, e se non sei capace di adattarti ai ritmi di lavoro finisci fuori dal sistema di produzione. Se non lavori diventi nessuno, finisci tra i disoccupati e gli inoperosi, circa 18 milioni di persone demoralizzate che un lavoro non lo cercano più, e finisci nella pattumiera dello stato sociale, di quel  welfare che si è rivelato essere una serie di politiche illusorie.

Il lavoratore è poi virtualizzato, vive in un sistema di controllo virtuale , attraverso dispositivi che segnalano i livelli di produttività, sensori o smatphone, braccialetti o cinture. Questo tipo di monitoraggio è molto simile ai dispositivi usati per i detenuti in semilibertà. Questa strategia del controllo a distanza , da quando il Job Act ha buttato nel cestino l’art. 4 dello statuto del lavoratore , che prevedeva un limite a questo tipo di controllo, è diventato legge.

Lo scenario che si apre è una sofferenza psico fisica preoccupante e pericolosa. Non è un caso che il consumo di psicofarmaci e cocaina sia molto alto nelle aziende metalmeccaniche e informatiche , per tenere i ritmi e i tempi imposti dal lavoro.

C’è bisogno di ritrovare sé stessi ,di prendere coscienza del sistema in cui ci troviamo . Ma la soluzione non può essere personale, è necessario ricominciare a vivere relazioni e  legami solidali e creare e ritrovare un pensiero  sovversivo a leggi di mercato così dannose.

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