L’altro sei tu

Cosa vuol dire essere diversi? E’ una contraddizione in termini che nell’era della globalizzazione perseveri la discriminazione e il razzismo. Oltre alle tragedie migratorie che sentiamo ogni giorno però,...

Cosa vuol dire essere diversi?

E’ una contraddizione in termini che nell’era della globalizzazione perseveri la discriminazione e il razzismo. Oltre alle tragedie migratorie che sentiamo ogni giorno però, esistono delle iniziative dalla parte dello “straniero”, alternative alle proposte del governo.

Nell’essere umano, da qualsiasi parte del mondo provenga, è radicato il sentimento di appartenenza, che sia una questione di cultura, di terra, di mestiere, di idee, orientamenti, delle scelta di vita, tutti vogliamo sentirci parte di un gruppo, ognuno nel suo ruolo. Si tratta della nostra “socialità”, e poi le classificazioni ci aiutano a creare una sorta di ordine, di equilibrio, di strada da intraprendere per conferire senso al quotidiano. Ma la grave conseguenza di quest’atteggiamento è il pessimo rapporto col prossimo fuori dal gruppo, con l’altro da sé. Nell’incontro con quest’ultimo tendiamo sempre ad attribuirgli una diversità che sicuramente esiste ed è dettata dalla storia, dai suoi percorsi, ma non dovrebbe determinare supremazie di nessuno sull’altro. Non è un’utopia, basterebbe fare un’analisi profonda di se stessi. Con questo non voglio dire ovvietà generali del tipo: siamo tutti fratelli, non dobbiamo farci la guerra perchè non esistono differenze di razza, sesso etc., voglio bensì ragionare sull’atteggiamento del singolo. 1Pensiamo ad ognuno di noi a confronto col prossimo: esistono eccome le differenze, vanno valorizzate e non annullate, ma non dimentichiamo che “lo straniero”, “il diverso”, “l’altro” fa in realtà parte di noi, qualunque alterità non è fuori ma dentro, poiché l’aspetto che abbiamo ereditato, quel ruolo che ci siamo affibbiati nella vita, sono solo una sorta di comodità all’interno della società, della famiglia, di cui facciamo parte. Tutto ciò che è nato per rappresentare qualcosa è una convenzione, un vestito che può essere bello e ben fatto, è importante perché lo puoi scegliere, ti puoi reinventare, puoi imparare tecniche per migliorarlo sempre ed essere un ottimo sarto, ma non conterà mai quanto l’universo intero di possibilità, di colori e di tessuti, di sentimenti che c’è dietro. E’ questa la forza che caratterizza l’essere umano, non è il progresso tecnico o l’intelligenza (di cui dubito fortemente in certi momenti), poiché non sarà mai tanto potente quanto l’animo sensibile, empatico, libero dall’arroganza, quando viene riconosciuto come risorsa. A questo proposito, il CIAC (Centro Immigrazione Asilo e Cooperazione di Parma attivo dal 2001) ha proposto un percorso di 9 mesi in cui 10 famiglie, volontarie ma anche selezionate insieme ad uno psicologo, ospiteranno altrettanti rifugiati. La generosità verrà ricambiata con 300 euro mensili provenienti dai fondi SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati). Al posto di affollare i centri, “Rifugiati in Famiglia” da un’alternativa valida e nobile di accoglienza, una vera integrazione che tra l’altro costa la metà, esperienza ancora marginale ma già avviata in passato in altre città come Torino e Brescia. L’altro sei tu. Senza neanche pensare al nostro passato migrante, basta per esempio considerare un viaggio contemporaneo in un altro paese che non sia patria, ed ecco che diventiamo noi lo straniero, quello con una religione diversa, quello con le idee diverse, cioè basta fare un passo fuori dalla certezza di casa nostra e i ruoli si scambiano: non ci piacerebbe essere aiutati, sostenuti nelle difficoltà? Non siamo tutti uguali ma siamo tutti dei diversi, dipende solo dal punto di vista e dal coraggio di guardare con apertura al riflesso chiunque non sia te stesso. Questo non è un problema solo del potere, dell’arrogante, del conquistatore, del tiranno, anzi il punto è che anche la vittima fa questo grave errore di valutazione nei confronti “dell’altro”. La colonizzazione, la schiavitù, la discriminazione ai danni di alcuni popoli, delle donne, degli orientamenti sessuali non etero, tutto è potuto avvenire perché se da una parte l’uomo bianco eterosessuale ha visto gli altri esseri come INFERIORI, questi ultimi, almeno all’inizio prima della ribellione, l’hanno riconosciuto a loro volta come SUPERIORE, evidentemente in buona fede dettata dalla bontà, dall’abitudine o dal disagio. Nulla è unilaterale. Per questa grave cecità iniziale paghiamo ancora le conseguenze anche nell’era dove tutto sembra aperto, tutto sembra concesso, tutto sembra progresso, soprattutto in Occidente. Sembra, ma invece cos’è? La regola è calpestare i diritti umani volendo imporre la nostra volontà di potenza o, quando non siamo noi gli artefici del sopruso, girarci dall’altra parte. L’eccezione invece è l’esempio di “Rifugiati in famiglia”, un progetto piccolo, sicuramente ancora fuori dal sistema, il cui obiettivo però risiede nell’entrarci e modificarlo verso l’accoglienza vera e produttiva. Se l’iniziativa crescesse, qualcosa potrebbe cambiare dalla scoperta dell’America, evento che tutti i libri di storia annoverano come inizio della modernità. Ma quale modernità? Un modello che avremmo dovuto abbandonare da tempo per adottarne uno che non discrimini, che non uccida. Scoprire nuovi mondi, esterni quanto interni, averne cura, deve significare conoscere l’altro, incontrarlo e riconoscerlo non tanto come tuo fratello, ma come parte di te stesso.

 

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