L’altra faccia del Paese

Almeno 30 mila persona hanno sfilato a Roma contro un trattato che impoverisce il Paese. Il silenzio del regime

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

di Antonello Zecca di Sinistra Anticapitalista

Sabato 7 Maggio sarà ricordata come una manifestazione sulla cui riuscita pochi avrebbero scommesso: il TTIP non è certo oggetto di discussione pubblica in Italia, la maggior parte di cittadini e delle cittadine di questo Paese non ne hanno ancora sentito parlare; e non è certo una facilitazione che il trattato sia pervicacemente ancorato a una segretezza fortunatamente non inscalfibile (come dimostrano gli ultimi leaks di Greenpeace, pubblicati qualche giorno prima del corteo).

ttipTuttavia, nonostante la grave mancanza di informazione, questa giornata è stata un indubbio successo. Trentamila persone hanno percorso festosamente, ma in modo assolutamente determinato e combattivo, le strade del centro di Roma, da Piazza della Repubblica a Piazza San Giovanni, scandendo slogan contro il trattato, contro le multinazionali che ne sono i maggiori sponsor e contro i governi che ne tutelano gli interessi (quelli di USA e dell’Unione Europea). Alla fine, sul palco allestito in piazza San Giovanni, si sono alternati musica e interventi, che hanno ribadito, ognuno a proprio modo, la radicale opposizione alla fortissima compressione dei diritti che questo trattato imporrebbe.

Il comitato nazionale e i molti comitati locali NO TTIP, associazioni ambientaliste, per la protezione dei consumatori, per l’agricoltura sostenibile, sindacati, organizzazioni politiche, comunità cristiane di base, movimenti per l’acqua pubblica e contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali, tante singole persone hanno dichiarato senza alcuna ambiguità che le nostre vite valgono più dei loro profitti e che la sicurezza alimentare, la salute pubblica, i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, la salvaguardia dell’ambiente, la democrazia non sono beni disponibili sul mercato.

Il TTIP, come i suoi omologhi CETA, TPP, TISA e molti altri,è infatti un trattato bilaterale che da una parte ha per oggetto la riduzione delle tariffe e dei dazi doganali tra le due sponde dell’Atlantico, dall’altra il piatto molto più succulento della cosiddetta riduzione delle “barriere non tariffarie” tra i due blocchi, che in termini più accessibili stanno ad indicare la volontà da parte delle multinazionali di entrambi i campi di avere mano libera su tutto quanto riguarda la vita quotidiana di milioni di persone, sia negli Usa che nell’Unione Europea. Nel linguaggio burocratico costruito per impedire la comprensione dei processi, per barriera non tariffaria si intende tutto ciò che può ostacolare la realizzazione di profitti da parte di queste enormi aziende, a partire dal principio di precauzione, che è ancora lo standard riconosciuto, ad esempio, nell’UE.TTIP-Manifestazione-Roma

Il primo risultato di questo trattato sarebbe il drastico abbassamento delle tutele sanitarie, degli standard qualitativi per i prodotti di largo consumo, non solo alimentare, dei livelli di protezione ambientale, della difesa dei lavoratori e delle lavoratrici davanti alla forza delle aziende, della salvaguardia dei servizi pubblici o di ciò che ne resta.

Di fronte alla possibilità che gli Stati però possano opporsi all’applicazione di termini così sfavorevoli alla parte più debole della propria cittadinanza, nel trattato è stato sin da subito presente una clausola che costituisce in realtà il vero architrave di questa dissennata operazione (non per i beneficiari, s’intende…): il famigerato ISDS (acronimo inglese per Investor-State Dispute Settlement), che in buona sostanza istituisce un sistema che punta a tutelare le multinazionali da eventuali ostacoli che potessero frapporsi alla realizzazione di profitti presenti e futuri (!).

Gli Stati che volessero mantenere o promulgare leggi contro i licenziamenti senza giusta causa, ovvero intendessero impedire alcune attività industriali nocive per l’ambiente (come le trivellazioni o la difesa dei territori dalla speculazione edilizia….), o ancora che si prefiggessero di tutelare la salute pubblica impedendo l’importazione di prodotti alimentari nocivi per la salute umana (come gli ormai noti polli al cloro, o la carne trattata con ormoni della crescita, o ancora frumento OGM e granaglie trattate con livelli più alti di quelli finora consentiti di anticrittogramici e pesticidi), andrebbero incontro a una certa citazione in giudizio presso tribunali particolari: non sarebbero infatti più le corti ordinarie, parte dell’architettura giuridica dello Stato ed emanazione pubblica, bensì tribunali arbitrali, commerciali e a carattere privatistico e contrattualistico, incaricati di dirimere questo tipo di controversie: questi tribunali, composti da tre membri, sarebbero scelti da una lista selezionata di avvocati privati e afferenti a grandi studi internazionali legati spesso a doppio filo con i grandi gruppi industriali internazionali. Le parti in causa nominano il proprio difensore e quindi entrambe nominano il giudice, che a sua volta può essere “avvocato” difensore in altri procedimenti.

Questi “legali” sono pagati dai propri committenti.I processi non sono pubblici e i “giudici”non possono tener in alcun conto l’impatto ambientale, sociale o sanitario delle pratiche aziendali.

Si capisce perciò che non c’è alcun volontà che considerazioni di interesse pubblico possano farsi strada in questa gabbia d’acciaio e che il TTIP non può essere in alcun modo emendato o modificato, ma può essere solo respinto.

stop-ttip-campagna-settimanaLa loro roadmap prevede che tutto sia concluso entro novembre, mese delle elezioni presidenziali statunitensi, per garantire una rapida approvazione. Ma le contraddizioni esistenti tra i due blocchi e tra i singoli Stati, insieme alle mobilitazioni che sono andate crescendo in Europa ma anche negli USA, stanno costituendo ostacoli rilevanti, che devono essere ulteriormente sfruttati per ritardare e, in ultima analisi, impedire la realizzazione di questa distopia del mercato.

Dovremo quindi rimetterci a lavoro con più energia ed entusiasmo di prima, forti della bella giornata vissuta insieme a Roma e dovremo coinvolgere in questa battaglia campale anche tutte e tutti coloro che, per sottovalutazione o superficialità, hanno finora ritenuto di non esserci o di non attivarsi: se il TTIP vincesse, tutte le lotte che in diversi modi e in diverse forme proviamo ad animare dai luoghi di lavoro alla scuola, dalla sanità all’ambiente, e nei territori e per la democrazia, subirebbero un colpo davvero importante, e le condizioni del conflitto sarebbero addirittura molto più difficoltose di quanto già lo siano oggi.

È anche per questo che le migliaia di donne e uomini che hanno affollato Roma lo scorso 7 Maggio hanno detto, forte e chiaro, che non si arrenderanno, che faranno di tutto affinché il TTIP sia respinto senza appello.

Ora, anche in Italia, nessuno potrà far finta di non averli sentiti.

 

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