La scuola nel tempo dello stage

Costa Smeralda: l'invisibile confine tra sfruttatori e sfruttati si chiama crisi, il fiore all'occhiello, si chiama formazione

 

Scritto da Giuseppe detto Geppino Aragno

La crisi non abita in Costa Smeralda. Proprietà privata più che Repubblica nata dalla Resistenza, Porto Cervo è un groviglio di ville e prepotenti divieti; è cemento con velleità di architetti in un mondo di «case fotocopia». Non c’è storia, non ci sono radici, si vive secondo logiche da «usa e getta», come insegna la filosofia del mercato, ma nel suo genere è un capolavoro: un nulla riempito di milioni.

Porto Rotondo, per sfida, tiene all’ancora uno squalo nero, un lungo siluro dalla bocca vorace e gli occhi sottili che promettono pazzie; in Piazza Quadra persino le ottantenni platinate si «rifanno» labbra e seni. Una ce n’è, visibilmente crucciata perché «Fabrizio, poverino, stasera non sarà dei nostri, ma che vuoi che ti dica? Una volta i giovani sfidavano la vita e la lotta era bella». E’ un rimpianto risentito, da vita sprecata, questo della vecchia, da vita per se stessa vissuta, vita per cui non conta un altro tempo, conta il suo. Il tempo degli altri non esiste.

Davanti a “Fisico”, la boutique ch’è tutta un programma, hanno sfidato la vita a loro modo – ma questa è storia antica –  anche gli occhi vagamente smarriti d’una ragazzina bruna e formosa, fasciata in mezzo metro di stoffa trasparente, mano nella mano d’un vecchio tutto portafogli, che fa il paio con l’amica di Fabrizio. Uno che s’è «rifatto» anche lui, m’hanno detto, ma cosa non si sa.

I giovani, cara mia platinata, basta saperli prendere e, a scegliere tra chi serve e chi è servito, sfide e lotte ne trovi. In forma più moderna, la sfida alla vita che Fabrizio s’è evitato, qui riguarda ogni giorno i «giovani dello stage», studenti e studentesse che ti servono al tavolo la sera, al bar o al ristorante; li conquisti in un attimo, se gli apri il tuo cuore e gli parli di un figlio che ha le loro sfide e le loro lotte. Il dialogo però è breve e circospetto. Un parlottare da spie:

– «Qui mi ha mandato la scuola. Ci son venuta per perfezionarmi in cucina, ma non imparo niente. Sto ai tavoli, prendo ordini, porto da mangiare avanti e indietro per la sala e spesso lavo piatti. Tre turni – colazione, pranzo e cena – pensione completa. In cambio mi  danno crediti per il diploma che prenderò l’anno prossimo».

L’anno prossimo, dice. E ti si stringe il cuore.

L’anno prossimo la scuola manderà i suoi gioielli, l’impresa marcerà bene, col lavoro a costo zero, altri studenti impareranno l’arte degli sfruttati e di occupazione retribuita chi parlerà? In Costa Smeralda si mangia, si beve e si fa l’amore a ogni età. E’ questione di soldi. Qui l’invisibile confine tra sfruttatori e sfruttati si chiama crisi; gli fanno da guardia armata i governi e il loro fiore all’occhiello, che ancora si chiama formazione.

Quante cose sa dire in due parole la ragazza, mentre poggia sopra l’avambraccio uno sull’altro i piatti sporchi.

– «Quest’autunno ho in programma la lotta», confessa, e in poche parole, tra un primo e un secondo, racconta la storia passata, presente e probabilmente futura. Se non t’avesse preso una improvvisa malinconia, l’avresti interrogata: «ma tu che intendi per lotta?». Invece te ne sei stato zitto, come capita a volte, quando la tristezza ti chiude la bocca e ti ricaccia in gola le parole e sul silenzio improvviso s’è inserito, aggressivo, l’immancabile mezzobusto televisivo che ha annunciato come se ci credesse:

– «Disoccupazione giovanile. Oggi se n’è parlato al Consiglio dei Ministri che è pronto a presentare un “pacchetto” al Parlamento…».

E’ un teatro la vita, un palcoscenico su cui vanno in scena sogni legittimi e disperati e menzogne che sembrano grandi verità. Capita a volte, però, che un corto circuito interrompa lo spettacolo e tutto diventi buio.

Una notte improvvisa, il sonno della ragione, un ritorno ad antiche barbarie. Dura quanto deve durare, poi si ricomincia. Anche la storia ha i suoi inverni, ma per quanti colpi abbiamo dato all’ambiente, d’una cosa si può essere certi: dopo un freddo gelido che pareva eterno, la primavera ritorna.

 

 

 

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