LA SCOPERTA DELL’ORIGINE GOTICA DI SAN DOMENICO MAGGIORE

Come si sono susseguite a Napoli le trasformazioni culturali, sociali e politiche

La lunga storia della città si accavalla sotto ai nostri occhi, connotando l’aspetto urbano in modo totalmente originale, ricco com’è di superfetazioni architettoniche. Esse corrispondono alle trasformazioni culturali, sociali e politiche susseguitesi nel tempo a Napoli.

Fra i simboli della città, il complesso di San Domenico Maggiore esemplifica a pieno questa stratificazione: esso sorse su un’area in cui già dal X secolo è attestata l’esistenza del monastero officiato da monaci basiliani.

La chiesa di San Michele Arcangelo a Morfisa, cosiddettadal nome di una famiglia ora estinta, fu inglobata dalla fabbrica angioina voluta da re Carlo II nel 1283, come conferma il rinvenimento di due monofore arcaiche che hanno messo a nudo una struttura elevata già su un primo piano in epoca pre-angoina.

L’intenzione del sovrano era quella di trasformare in un “ampio e magnifico tempio” la piccola chiesa, ceduta assieme al convento nel 1231 dai benedettini, presenti dal 1116, ai Domenicani, il cui Ordine era stato da poco approvato da papa Onorio III.

La nuova fabbrica, iniziata nel 1283, a causa delle continue guerre e della prigionia dello stesso re fu terminata solamente nel 1324, quando la Basilica venne dedicata a Santa Maria Maddalena in adempimento di un voto espresso quando il sovrano si trovava in mano degli Aragonesi.

Non è facile, però, distinguere gli elementi della rifondazione angioina a causa delle numerosissime trasformazioni che subì San Domenico in seguito a cataclismi ambientali o a cambiamenti di gusto.

Già un terribile terremoto nel 1456 e un incendio del 1506 danneggiarono gravemente il complesso, senza contare, a cominciare dalla fine del ‘400, l’intensa operosità nel modificare la spazialità originaria sia della chiesa sia del convento, in parte dovuta agli arricchimenti e alle trasformazioni prodotti nelle cappelle dagli stessi proprietari.

Nel 1670, per volontà del Priore Tommaso Ruffo, fu avviata una generale ricostruzione, un ammodernamento in chiave barocca, che risparmiò unicamente la cella di Tommaso d’Aquino, conservando l’orientamento e le aperture dell’edificio preesistente.

Le nuove esigenze di gusto avevano determinato il rifacimento in marmi policromi dello stesso altare maggiore ad opera di Cosimo Fanzago, poi rimaneggiato da Lorenzo Vaccaro e da Giovan Battista Nauclerio, il quale nel 1700 si occupò della risistemazione della sacrestia e del Tesoro.

Nella chiesa l’ammodernamento mascherò di stucco le membrature gotiche; negli stessi anni fu eseguito il soffitto cassettonato con gli stemmi del Re e del viceré Pietro d’Aragona.

A Domenico Antonio Vaccaro si deve il rifacimento del pavimento della chiesa (1732), a cui seguì la creazione delle balaustre nelle cappelle (1744) e di un organo monumentale nell’abside in sostituzione dei due preesistenti (1751). L’ultimo episodio di rilievo legato alle trasformazioni della Basilica è quello del restauro radicale operato dall’architettoTravaglini tra il 1850 ed il 1853, forse il primo in Italia volto a restituire nella forma primitiva un edificio gotico.

Alla luce di queste innumerevoli stratificazioni, iniziamo la nostra visita sui generis della chiesa medievale. La Basilica angioina è divisa in tre navate a cui corrispondevano, oltre all’ingresso principale, due porte che furono eliminate nel XVI secolo per l’aggiunta di due cappelle alla fine delle navate laterali.

Il portale trecentesco di gusto franco-senese risale, con il suo arco ogivale sormontato da un fastigio triangolare, all’originaria costruzione angioina: fu costruito a spese di Bartolomeo di Capua, protonotario del regno sotto Carlo II e Roberto d’Angiò.

Gli stipiti di alabastro bianco dell’ingresso, arricchiti da fasci di colonnine di colore rosso ornate da crocette e da rombi in marmo bianco, sono coperti dal portico settecentesco costruito per dare continuità alle facciate delle cappelle rinascimentali. La finestra archiacuta nell’architrave forse fu aperta in epoca posteriore alla costruzione del portale stesso, dal momento che non esistono portali contemporanei con simili finestre aperte sui loro architravi. Ci sono tracce, inoltre, che testimoniano l’esistenza di una grandiosa finestra che, slanciandosi per quasi tutta l’altezza della facciata,illuminava la navata maggiore della chiesa e costituiva di per sé parte essenziale della decorazione esterna del tempio.

Nell’ambito dell’intervento angioino, nonostante le stratificazioni succedutesi, è compresa anche la profonda abside, scandita dalla successione di contrafforti radiali innestati sugli spigoli della pianta poligonale. Le traversie subite dall’area absidale si riconoscono a cominciare dalla chiusura dei finestroni originari all’apertura di balconi e finestre, fino all’aggiunta di interi corpi di fabbrica.

L’originaria struttura gotica è a mala pena riconoscibile, ma all’interno si trovano opere d’arte che confermano la medievale e prestigiosa committenza angioina, come la Madonna dell’Umiltà diRoberto D’Oderisio, pittore napoletano proveniente dalla bottega di Giotto; il monumento sepolcrale trecentesco di Giovanna d’Aquino, che sotto l’arcosolio conserva una giottesca Madonna con il Bambino del Maestro della Cappella Loffredo. Come una reliquia, nell’enorme cappella del Crocifisso, è collocata, per motivi di sicurezza, una copia del Crocifisso tra la Vergine e San Giovannni, dipinto su tavola della fine del XIII secolo, noto dall’agiografia di san Tommaso d’Aquino che ricorda come il Cristo dipinto avesse parlato al santo mentre pregava. L’autore ignoto si inserisce nella tradizione figurativa meridionale ed è fortemente influenzato dall’arte bizantina.

Inestimabile gioiello della chiesa è sicuramente il ciclo pittorico medievale che decora completamente la cappella Brancaccio, restaurata di recente. Buona parte della critica attribuisce gli affreschi a Pietro Cavallini, pittore romano che nel 1308-09 soggiornò a Napoli agli stipendi di Carlo II.

Nel ciclo affrescato si riconosce la mano cimabuesca-assisiate del pittore, che contemporaneamente si serve di moduli giotteschi nello studio della luminosità dei colori e nel rigore geometrico delle architetture. Se la decorazione della cappella fu volutadal cardinale Landolfo Brancaccio intorno al 1309, si evince con chiarezza che, vent’anni prima della venuta di Giotto a Napoli, Cavallini aveva avviato con questo ciclo l’apertura della corte meridionale verso l’arte nuova dell’Italia centrale, indirizzata verso una ritrovata monumentalità e spazialità.

Nonostante gli innumerevoli cambiamenti, a San Domenico Maggiore sono ancora visibili i frammenti del passato medievale, frammenti che splendono per la loro importanza culturale e contraddicono il pregiudizio troppo comune di un Medioevo oscuro ed arretrato

 

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