LA RESISTENZA DEL POPOLO DELLO SPETTACOLO

Successo della protesta «Facciamo luce sul teatro!» che ha visto i teatri italiani illuminarsi per una sera e i lavoratori dire No alla precarietà

 

Scritto da: Antonio Grieco

L’azione simbolica «Facciamo luce sul teatro!» indetta da UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo) – che il 22 febbraio, a un anno esatto dalla loro prima chiusura per l’emergenza Covid, ha visto i teatri italiani illuminarsi per una sera – è stato un segnale forte delle lavoratrici e dei lavoratori dell’intero comparto dello spettacolo nei confronti delle istituzioni (nazionali e locali), che nulla hanno fatto dall’inizio della pandemia per difendere un settore decisivo non solo per l’economia ma per la cultura del nostro Paese.

Quello che i governi – anche quest’ultimo voluto dall’Innominabile per riportare la destra al centro della politica italiana – si ostinano a non capire è che il teatro è appunto cultura e che un Paese senza cultura è un Paese senza identità, senza memoria, senza storia.

Il punto che continua a non essere accettato dalle nostre classi dirigenti è proprio questo: e cioè che il teatro, e in generale tutte le diverse espressioni della  creatività – dalla pittura  alla musica, alla poesia, al cinema, alla danza – sono il motore della nostra vita, uno strumento indispensabile per decolonizzare il nostro immaginario in un mondo sempre più schiavo delle merci.

Non aver compreso quanto questo orizzonte culturale diverso sia necessario per fondare le nostre comunità su nuovi valori, ha avuto come conseguenza l’assoluta precarietà di tutti gli addetti ai lavori di questo settore (tecnici, macchinisti, autori, attori, registi, scenotecnici, operai) che – con pochi ristori, spesso in nero e senza cassa integrazione –  sono stati irresponsabilmente abbandonati al loro destino. Insomma, il teatro, il nostro teatro – dalle compagnie invisibili dei piccoli centri a quelle di maggior rilievo nazionale – si è trasformato oggi  in un tragico simbolo dell’ingiustizia sociale al tempo del Covid-19. Certo, ci sono artisti e attori che in questa fase così drammatica non si sono arresi e con sacrifici enormi continuano a credere nella forza rigeneratrice del teatro, creando azioni performative in spazi invisibili, suggestivi video dei loro laboratori, opere d’arte eco talvolta di un sotterraneo disagio esistenziale; ma lo sappiamo, il teatro senza pubblico è altra cosa.

Perché il teatro, come diceva Leo de Berardinis, è spazio della memoria collettiva, comunitaria esperienza di reintegrazione che consente di sottrarsi a una società atomizzata e repressiva. Ecco perché, dall’inizio della pandemia, su queste pagine non ci siamo mai stancati di segnalare il “vulnus” che si stava arrecando allo spettacolo da vivo nell’intero territorio nazionale, e in particolare in una città come Napoli in cui la vita stessa è il luogo del teatro.

Di questo intenso  legame tra vita e teatro, ne abbiamo avuto conferma qualche giorno fa dalla partecipazione a Napoli alla manifestazione «Facciamo luce sul teatro!» di gran parte dei teatri cittadini: dal Mercandante al San Carlo, dal teatro Augusteo all’Elicantropo, al Bellini, al Diana, al San Ferdinando, al Trianon, alla Galleria Toledo, al Nuovo Teatro Nuovo, al Sancarluccio, alla Sala Assoli, al Bracco, al teatro dei Mendicanti e al Nest di San Giovanni a Teduccio, al Nuovo Teatro Sanità; in quest’ultimo, vivace  spazio nel cuore della città, le luci sono state accese all’esterno e gli attori sono stati accolti negli Hula hop con un originale, ironico e allegro distanziamento creativo; la protesta ha avuto successo dovunque ed è proseguita in forme diverse in alcune aree del Paese anche dopo 22 febbraio, il giorno in cui si sono finalmente accesi i riflettori sullo stato dei teatri italiani.

Un anno fa, intitolammo un nostro articolo di solidarietà ai lavoratori dello spettacolo napoletano: Teatro anno zero, proponendo per l’estate una programmazione all’aperto, che avrebbe consentito, se pur parzialmente, ai teatri napoletani di uscire dal buio dell’emergenza.

Qualcosa dopo la mobilitazione di questi giorni sembra muoversi – si è ad esempio stabilito col nuovo Dpcm che il 27 marzo potranno finalmente riaprire teatri, sale da concerto, cinema (vedremo…) -, ma, in generale, dobbiamo amaramente costatare che il teatro, un po’ come il Mezzogiorno, è ormai da tempo completamente scomparso dall’agenda politica di chi governa il nostro Paese.

Una scelta insomma  inaccettabile, incomprensibile e punitiva per l’intero settore, soprattutto per quei piccoli teatri che non hanno ricevuto alcun vero sussidio nonostante la loro fondamentale presenza in territori periferici e socialmente degradati.

Ciò che è mancato e manca, come è del tutto evidente, è una visione generale, una programmazione culturale che consenta di uscire dal dilemma “chiusura o apertura”. E poi mancano risorse, adeguate misure di sostegno al reddito per tutti i lavoratori impegnati nel comparto. Ritorniamo al punto di partenza. Se vogliamo ridare dignità al nostro teatro, occorre subito fare qualcosa di concreto, di strutturale, che consenta di guardare al futuro con fiducia: per esempio tutelare lo spettacolo dal vivo, come indica una intelligente proposta di legge presentata alla regione Puglia denominata “C.A.I.W.A” (Arcipelago Spettacolo dal vivo In Puglia); una iniziativa legislativa nata dal basso da registi, attori e artisti baresi – come ci dice l’attore Federico Gobbi del gruppo “Teatro delle bambole”- a sostegno del lavoro immateriale e a tutela (economica e istituzionale) di tutti coloro (maestranze, tecnici, imprenditori) che hanno un diretto rapporto con la filiera dello spettacolo. Da parte nostra, in questa tragica terza ondata Covid, possiamo solo prendere atto dell’abbandono “politico” di questo settore. Per questo, ancora una volta, esprimiamo tutta la nostra vicinanza alle lavoratrici e ai lavoratori in lotta, perché il teatro e lo spettacolo dal vivo non si trasformino nell’ennesima, drammatica fabbrica della precarietà.

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