La partigiana “Clotilde Peani”

"Quando l'Anarchia era per il regime pazzia..." appassionante racconto di una "partigiana nascosta"

Clotilde Peani

Scritto da Giuseppe detto Geppino Aragno

Clotilde Peani nasce a Torino il 18 aprile 1873, mentre una crisi economica semina disperazione e Marco Minghetti, da buon liberista, per quadrare il bilancio, non taglia le spese militari, ma i fondi per la scuola e impone tributi e balzelli ai ceti popolari. Clotilde, figlia di povera gente, ha il futuro segnato. A scuola va quanto basta per leggere, scrivere e far di conto, ma in fabbrica le sono maestri i «sovversivi»; studia opuscoli e giornali proibiti e capisce che il lavoro è sfruttamento, ma anche emancipazione.

Quando rifiuta di essere «angelo del focolare», per la polizia diventa donna «di cattiva condotta morale» ed è malvista dalla società della «Belle époque», che, trasgressiva nel «café chantant», esclude le donne dalla cosa pubblica e le chiude nel limbo delle mura di casa. Una società ipocrita, fatta di madri e sorelle sante, di mogli vigilate e donne libere ridotte al rango di prostitute e cocottes.

La fine del secolo dona a Clotilde una vita nuova. L’incontro con Dionigio Malagoli, un anarchico con cui vive a Napoli «more uxorio», come annota sprezzante e allarmata la polizia, nasce da un affetto profondo, ma la giovane Clotilde non è pronta a fermarsi. I due infatti si separano presto e Clotilde parte per Londra dove si forma alla scuola dell’anarchismo internazionale e frequenta per la redazione dell’autorevole «Les Temps Nouveaux». Nel 1905, quando lascia l’Inghilterra col falso nome di Angela Angeli, è un’antimilitarista convinta e convincente, incompatibile con la morale puritana e maschilista dell’Italia liberale.

Giunta in Toscana, frequenta il fior fiore del «sovversivismo» locale, tiene giri di propaganda e affollate conferenze, poi, fermata a Livorno, torna a Napoli, ritrova Malagoli, l’uomo della sua vita, e nel 1906 torna alla militanza. Coperta da un falso nome – ora si chiama Angiola Mallarini – fa circolare la stampa antimilitarista ed è applaudita conferenziera al circolo «Germinal» di Pisa, a Roma, Milano, Londra e Parigi. «Come donna», riferisce un questurino, «è pericolosa, perché suscita eccitamento tra la folla e con la sua audacia può trascinare i compagni».

A dicembre del 1910, dopo anni di lotte, è schedata come «sovversiva pericolosa», ma è in prima fila contro la guerra e contro il fascismo, mentre la violenza squadrista insanguina le piazze.

Nel 1923, quando la polizia fascista nota che «fa vita ritirata», è vedova, ha cinquant’anni e quattro figli cui badare, ma non si è arresa. Nel 1925 benché «tormentata da problemi di salute che spesso la tengono a letto, ha contatti con gli anarchici» e cinque anni dopo non la fermano le perquisizioni, ma un esaurimento nervoso che il regime trasforma in «squilibrio mentale” – tra i sovversivi è ormai un’epidemia – per seppellire Clotilde nell’ospedale psichiatrico provinciale.

Nel calvario inatteso, la donna non è sola. In manicomio, per ignoti legami tra sovversione e pazzia, trova compagni di fede e sventura e qualche «oppositore occasionale», sepolto a vita per due parole nate dal vino o dall’ira. Teresa Pavanello, mentre il duce parlava alla radio di guerra, ha urlato: «Lui fa i discorsi e la gente va a morire».

Al confino l’ha presa poi «un delirio cronico d’interpretazione» che la medicina non spiega; è un morbo senza sintomi: sta nell’ombra, poi esplode. La sua origine vera però è nei meandri d’un regime che rifiuta «sbandati», «irregolari» e dissenzienti e riduce alla disperazione chi si oppone.

Con la Peani, nei tragici corridoi del manicomio vagano Tommaso Serino, un disoccupato sorpreso a criticare il regime e d’un tratto «impazzito», e Salvatore Masucci, un socialista, che ha affrontato armi in pugno i fascisti e non ha avuto scampo: confino, carcere e manicomio. Con loro, Vincenzo Guerriero, anarchico irriducibile, schiantato dal manicomio, dopo che a Ustica, Tremiti e Ventotene non s’era piegato. Ormai – scrive la Questura – non è «in grado di concepire un’idea politica». E’ il 1930: Londra, Parigi, le conferenze, tutto per Clotilde Peani è lontano. Dove ha fallito il manganello, hanno fatto centro il manicomio, la camicia di forza e i farmaci convulsivanti.

L’ultima notizia è del 1942: Clotilde è ancora ricoverata e tutto lascia credere che lì sia finita per sempre, senza sapere nemmeno che i suoi figli furono tutti partigiani. A Napoli, a Port’Alba, dove a lungo ha trascorso i suoi giorni, né un fiore né un marmo ricordano ai giovani che passano il suo nome e il suo impegno per un mondo migliore.

 

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