LA “NUOVA VIA DELLA SETA”

CONVERGENZE ECONOMICHE INTERESSATE E DIVERGENZE STRATEGICHE D’ORDINE POLITICO

Riceviamo e pubblichiamo di Aldo Bronzo di Sinistra Anticapitalista

Quando nel 2013 Xi assurse alla carica di leader incontrastato della Cina postdenghista una cosa apparve subito chiara: i precedenti schemi di sviluppo che sinora avevano garantito alla Cina uno sviluppo senza precedenti – basati sull’importazione di capitali, sull’uso di una manodopera sterminata a basso costo e sull’esportazione di manufatti a prezzi estremamente competitivi sui mercati internazionali – non potevano più essere riproposti.

La crisi del 2008 aveva spazzato via una volta per tutte  queste procedure in vigore sin dal momento dal ascesa al potere di Deng Xiaoping nel 1978. Né si poteva continuare a fare impunemente ricorso agli arrangiamenti empirici proposti da HuJintao che aveva ritenuto di poter fronteggiare il tendenziale “declino” con una politica basata sugli “stimoli”, cioè ricorrendo al generosissimo foraggiamento pubblico per impiantare infrastrutture interne di dubbia utilità che, se avevano mantenuto lo sviluppo economico su livelli relativamente sostenuti, avevano al tempo stesso contribuito a determinare uno spaventoso debito pubblico ammontante a circa il 260% del P.I.L. nazionale. Per Xi Jinping bisognava porre termine a tutto ciò. Occorreva una svolta.

In primo luogo è stato posto mano all’interno ad una lotta insistita alla corruzione, così come si è proceduto ad avviare procedure che limitassero l’azione dissennata e le iniziative dissipatrici degli organismi periferici. Inoltre si è puntato su un’ampia ristrutturazione produttiva che conferisse ai manufatti cinesi – previo una profonda riorganizzazione tecnologica – un coefficiente di competitività effettivo sui mercati internazionali. Ma soprattutto, nella riflessione di Xi e del nuovo gruppo dirigente, prendeva corpo l’esigenza di una proiezione vigorosa e innovativa sui mercati mondiali, giovandosi anche dell’acquisizione del riconoscimento dello yuan come moneta di riserva negli scambi e nelle transazione internazionali, dove sinora gli americani l’avevano fatta da padroni, grazie anche ad una serie di procedure di comodo che, varate a suo tempo con criteri unilaterali e autoritari, imponevano a tutti il ricorso al dollaro.

Prendeva così corpo l’idea della “Nuova via della seta” intesa, nelle stesse formulazioni ufficiali,a migliorare i collegamenti commerciali con i paesi dell’Eurasia previo lo sviluppo di veri e propri punti di connessione economica e commerciale.  Peraltro all’intero progetto veniva associata la fondazione di una banca – AIIB Asian InfrastructureInvestmentBank – che si proponeva dichiaratamente di aggregare capitali internazionali grazie ad un’operazione che si  poneva dichiaratamente al di fuori degli abituali centri di potere finanziario e che si configurava oggettivamente come una sfida al consolidato egemonismo statunitense; e non sono mancati riscontri lusinghieri  se al neonato organismo hanno aderito gruppi finanziari di ben  84 paesi.Un contesto specifico che ha dato poi luogo ad ipotesi più ampie che delineano anche un “allargamento” delle attività anche oltre le precedenti sfere di competenza territoriale.

Insomma la “Nuova via della seta” è sembrato che partisse sotto i migliori auspici, se è vero che a un primo stanziamento di 40 miliardi di dollari al momento del suo varo è seguito nel 2017 un secondo finanziamento di 100 miliardi, coinvolgendo 68 paesi, cioè circa il 65 della popolazione mondiale.

Va evidenziato come, difformemente da come sottolineato da analisi abbastanza sommarie, l’iniziativa cinese non sia assimilabile pedissequamente alle abituali sortite imperiali delle potenze occidentali. In concreto, al di là del generale riconoscimento circa le ricadute positive che producono le infrastrutture impiantate dai cinesi nei rispettivi paesi, le finalità del progetto di Xi e dei suoi rispondono sostanzialmente all’esigenza di dare riscontro alla nuova fase di sviluppo interno: contrastare la tendenziale sovrapproduzione di alcuni settori di base, accedere alle materie prime occorrenti per sostenere l’auspicato sviluppo tecnologico, diversificare il reperimento delle fonti energetiche come petrolio e gas. Questo ha dato luogo ad una sorta di allargamento delle sfera geografica degli interventi per cui dagli originari paesi asiatici – Cambogia, Myamar, Malesia, Indonesia, Singapore,  Thailandia, – si è passati all’Arabia Saudita, mentre con la Russia di Putin permane sin dal 2001 un accordo di più ampia portata.

Tuttavia è in Africa dove si sono verificate le proiezioni più significative. Qui infatti si ritrovano alcune materie prime di importanza cruciale per il progetto cinese di ammodernamento tecnologico, come il cobalto essenziale per lo sviluppo delle progettate auto elettriche, per cui nel solo 2018 la Cina ne ha importato dal Congo quantità pari a 1 miliardo e 200 mila euro. E per marcare la rilevanza “africana” dell’impegno cinese non è mancata la valutazione della possibile costruzione di una linea ferroviaria che dovrebbe attraversare, ad alta velocità, l’intero territorio da Est ad Ovest, mentre l’esigenza di una presenza politica complessiva ha sospinto a realizzare a Gibuti la prima base militare cinese all’estero.

Resta inteso che si sono manifestati anche difficoltà e contrasti di un certo rilievo. In particolare l’India, grazie anche ad una crescita economica abbastanza sostenuta, guarda con sospetto all’iniziativa cinese, vedendovi un progetto espansivo che potrebbe danneggiare il proprio ruolo nell’intera circoscrizione asiatica.  Di conseguenza hanno preso corpo messe a punto antitetiche all’iniziativa cinese – sovente di concerto con Nepal, Bangladesh e Maldive – tutte intese a rivedere i precedenti accordi intercorsi con Pechino e magari a dare luogo a iniziative di “sviluppo” concorrenziali alla “Nuova via della seta”, tra le quali assume un certo rilievo il progetto “Quad”,  modello per gli investimenti nell’area del Pacifico che ruota attorno all’asse Stati Uniti, India, Giappone e Australia.

Ma la vera opposizione di fondo all’iniziativa cinese viene dagli Stati Uniti che, già a suo tempo, avevano sperato di assimilare la Cina postmaoista all’interno della propria incontrastata egemonia economica e politica. Viceversa la dirigenza denghista e postdenghista si è dimostrata in grado di metter a punto una strategia di sviluppo di tutto rilievo, fino a configurarsi, quanto meno in prospettiva, come un’alternativa al tradizionale egemonismo statunitense. Soprattutto con l’assunzione dello yuan come moneta di riserva nelle relazioni internazionali si delinea la possibilità che gli scambi  ruotino meno attorno al ruolo esclusivo del dollaro, configurando in prospettiva la cessazione – o quanto meno la vistosa contrazione – di quelle procedure praticamente truffaldine grazie alle quali il colossale debito pubblico americano ammontante a circa 23.000 miliardi di dollari viene in buona sostanza scaricato sugli altri.

In pratica per Washington la “Nuova via della seta” è qualcosa di più di un mero progetto infrastrutturale e commerciale, ma rientra in una definizione geopolitica innovativa intesa a mutare gli assetti consolidatisi a livello planetario, togliendo in prospettiva agli Stati Uniti la consolidata egemonia economica e strategica.

Un’angolatura specifica che ha comportato da parte americana una reiterata valorizzazione delle relazioni militari, dove la preminenza statunitense è nettissima; ma da qui ha progressivamente preso corpo anche un’intensificazione crescente delle precedenti relazioni diplomatiche con tutto il mondo occidentale perché gli “alleati”non intensifichino i rapporti commerciali con la Cina;una pressione destinata a incontrare indubbie resistenze, in quantoil diktat americano, qualora venisse accettato,  potrebbe inevitabilmente comportare la rinuncia a profitti e prebende varie a cui i potentati dei vari paesi “alleati” difficilmente possono rinunciare a cuor leggero.

Questo il contraddittorio quadro di riferimento che caratterizza lo stato delle relazioni cino-europee e che fa da sfondo alla vicenda del supposto accordo che il 23 marzo dovrebbe essere sottoscritto tra il governo italiano e il presidente cinese Xi Jinping. Più in dettaglio l’Europa ha finito con il configurarsi come il punto d’approdo naturale dei flussi commerciali collegati alla “Via della seta”. L’interscambio euro-cinese è aumentato progressivamente sino a raggiungere l’ammontare di 1,8miliardi di dollari ed è destinato a registrare ulteriori incrementi grazie alle relazioni bilaterali che ruotano attorno ai porti di Rotterdam e del Pireo, nonché alla linea ferroviaria  che già unisce .

I paesi europei che hanno già aderito a vantaggiosi rapporti commerciali con Pechino annoverano Polonia, Repubblica Ceka, Slovacchia, Romania, Estonia, Lettonia, Slovenia, Bulgaria, Grecia, Ungheria, Portogallo.  In pratica l’Europa non può prescindere a cuor leggero dall’interscambio con i cinesi e, soprattutto, dagli investimenti che questo interscambio comporta; ma al tempo stesso l’allargamento progressivo di queste relazioni dà luogo alla crescente pressione americana che vede in questi rapporti che si intensificano una tendenziale contrazione della propria abituale egemonia geopolitica.

Per quanto attiene l’Italia l’eventuale sottoscrizione dell’intesa con Xi assumerebbe un significato specifico in quanto il nostro Paese si configurerebbecome il primo Stato membro dei G 7 che aderisce, in una qualche misura, alla “Nuova via della seta”. Sotto il profilo commerciale l’accordo avrebbe ricadute estremamente rilevanti nel campo delle infrastrutture, in quello dell’energia e dell’aviazione civile, oltre a comportare  un recupero rilevante del ruolo del porto di Trieste e in parte anche di quello di Genova. Infine non è mancata da parte cinese la proposta di costituire, in prospettiva, delle jont-ventures italo-cinesi per assumere iniziative congiunte in paesi come l’Egitto, il Kazakistan e l’Arzebaijan.  Tutti progetti che hanno richiamato l’attenzione del mondo imprenditoriale italiano, o di frazioni considerevoli di esso, che hanno visto l’adesione al “trattato” con la dirigenza cinese un’opportunità realistica di realizzare profitti estremamente sostenuti.

Viceversa dove la possibile intesa ha incontrato ostacoli di tutto rilievo è stato a livello politico complessivo dopo che la dirigenza statunitense – a cui hanno fatto seguito in parte anche gli organi comunitari di Bruxelles – ha preso pesantemente posizione contro il prevedibile accordo.  Ad aprire le serie degli interventi è stato Garret Marquit che, nella qualità di assistente di Donald Trump, non si fatto pregare più di tanto per affermare che “l’Italia è un’importante economia globale e una grande destinazione degli investimenti. Non c’è bisogno che il governo italiano dia legittimità al progetto di vanità cinese per le infrastrutture”.

Gli ha fatto eco la National Security Council – di cui lo steso Marquis è membro autorevole – con il ricorso ad espressioni ancora più perentorie, in quanto “l’Italia è un’importante economia globale e di grande destinazione per gli investimenti. Dare legittimità all’approccio predatorio sugli investimenti della Via della seta non porterà alcun beneficio al popolo italiano”. Insomma il grande fratello d’oltreoceano la sua l’ha detta: l’accordo non si deve fare, anche perché è stata fatta trapelare la notizia secondo cui i termini dell’intesa delineata con i cinesi in tema di telecomunicazioni – grazie all’entrata sulla scena del colosso statale di Pechino l’Hawei – metterebbe a disposizione di Xi Jinping e dei suoi  informazioni fondamentali d’ordine militare che coinvolgerebbero persino il funzionamento degli F 35, di recente conio e di prossima consegna agli italiani.

Elementi di giudizio troppo vaghi per accettarne, a scatola chiusa, la veridicità. Quanto basta, tuttavia, perché frazioni non irrilevanti della nostra compagine governativa si siano attivizzati con la dovuta solerzia per adeguarsi al diktat statunitense, per cui viene proposta una nuova versione de “l’accordo” di cui non si conoscono i dettagli, ma che dovrebbe risultare epurata di tutti gli spunti più salienti che erano risultati non grati alle gerarchie di Washington.  Magari una buona dose del conclamato “sovranismo” è andato letteralmente a farsi benedire.  Ma l’abituale accodamento ai potenti “amici” statunitensi è stato puntualmente ribadito

 

 

 

 

 

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