La mutazione turca

Furono gli alberi di Gezi Park ad incaricarsi di segnalare al mondo che la democrazia in Turchia era in pericolo e che quel pericolo si chiamava Erdogan

 

 Can Dundar, direttore del quotidiano turco Cumhuriyet, nelle foto rinvenibili su internet ha il volto di una persona onesta, il volto della mitezza coraggiosa.

Il suo caso è l’ultima clamorosa riprova di quanto negli ultimi anni sia divenuto rischioso fare  libera informazione o peggio ancora opposizione in Turchia

Com’è noto, la  colpa di Dundar  è tutta nell’aver pubblicato sul suo giornale, a pochi giorni dalle recenti elezioni legislative, le foto di un carico di armi destinate ai jihadisti siriani mentre, scortato da ufficiali dei servizi segreti, attraversava un posto di frontiera turco.

Forte indignazione internazionale ha suscitato la notizia  che un pubblico ministero, su istanza del Presidente Erdogan, abbia richiesto per tanta colpa la pena dell’ergastolo

turkia1

Eppure Erdogan, dominus incontrastato della scena politica turca dal 2002, inchiodato dalle foto di Cumhuriyet in eclatante azione di fiancheggiamento delle milizie del cosiddetto Califfato Islamico, è lo stesso che in veste di primo ministro ha lungamente negoziato l’ingresso del suo paese nella Unione Europea.

Ma, dal momento che  l’evocazione di comportamenti schizofrenici non risulta quasi mai avere  utilità nella comprensione dei processi di mutazione politica, occorrerà stare ai fatti per provare a  cercare ragione di questa strana parabola.

Molti osservatori indipendenti sono concordi nell’indicare che la svolta autoritaria di Erdogan sul fronte interno  subisce un’accelerazione  dopo le grandi manifestazioni a difesa del Gezi  Park nell’estate del 2013.

Nella storia non è infrequente che l’insofferenza di parte di un popolo nei confronti della costruzione di un regime autoritario necessiti, per rendersi visibile, di una piccola ed in apparenza insignificante causa simbolica.

Nel caso turco la causa si è incarnata in un piccolo parco urbano di Istanbul difeso dalle mire di un progetto speculativo da migliaia di giovani.    Furono, infatti,  gli alberi di Gezi park a farsi carico di segnalare al mondo che la democrazia in Turchia era in pericolo e che quel pericolo si chiamava Erdogan.

Lo slancio giovanile a difesa di Gezi Park ebbe l’effetto di catalizzare la parte migliore dell’opposizione al regime che scelse come punto di aggregazione piazza Taksim di Istambul.

In tutto il paese migliaia di persone trovarono il coraggio di scendere in strada e sfidare la brutale repressione di un governo infastidito dalla denuncia di scandali per corruzione che coinvolgevano alcuni tra i suoi più alti esponenti.

Contro il dissenso di quei ragazzi che diedero vita ad un cartello associativo denominato “Taksim Solidarity” e che arrivò a raggruppare  più di cento organismi della società civile, ci fu un uso spropositato della forza.

Emblematico il caso di un ragazzo di Gezi denunciato nel Rapporto 2014- 2015 di Amnesty International  “ Non è stato aperto alcun procedimento giudiziario nei confronti dei sei agenti di polizia che furono ripresi con la videocamera di un telefono cellulare mentre picchiavano Hakan Yaman e lo trascinavano sul fuoco nei pressi di una manifestazione per Gezi Park a Istanbul nel giugno 2013. A causa dell’aggressione Hakan Yaman, ha perso la vista di un occhio e ha subito ustioni e fratture per le quali è stato sottoposto a sei interventi chirurgici”.

In compenso, nel processo per 5 dei 26 imputati accusati di essere tra i promotori delle proteste, l’accusa è stata  “fondazione di organizzazione criminale,” reato per cui sono previsti 15 anni di prigione.

Diversi analisti individuano nello scoppio delle “primavere arabe” e nella mancata adesione della Turchia all’Unione Europea le due principali cause della deriva autoritaria del regime di Erdogan. Questo è sicuramente vero, ma non è tutta la verità.

Dopo che nelle recenti elezioni di  giugno, l’AKP, il partito della giustizia e dello sviluppo del Presidente Erdogan, non è riuscito ad aggiudicarsi la maggioranza dei consensi per completare la definitiva trasformazione della Repubblica Turca da parlamentare in presidenziale, una crepa nei programmi del regime sembra essersi aperta.

Dal 7 giugno, quello che i media occidentali avevano salutato per lungo tempo come un abile modernizzatore è ritornato ad essere su tutte le prime pagine il”sultano”.

Ma, a ripercorrere le tappe di quella che adesso tutti media europei giudicano una deriva autocratica, si scopre che forse tale deriva non era così imprevedibile.

La Turchia non è mai stata un modello di democrazia, specie per il trattamento riservato alle sue minoranze interne, eppure il mix  di islamismo moderato, coniugato con  un liberalismo economico che in questi anni aveva garantito un sostenuto  tasso di crescita economica, l’hanno fatta scambiare per ciò che non era.

Ma non si può credibilmente sostenere che non fossero leggibili le tappe di un disegno restaurativo in tutta una serie di atti messi in essere nei 13 anni di regno di Erdogan.

Ridurre l’influenza dell’esercito come garante della laicità dello stato, come sancito nella costituzione del 1923 voluta da Ataturk, poteva essere letto come riduzione di un fattore di perturbazione politica, ma al tempo stesso allargava gli ambiti di ingerenza confessionale nella sfera pubblica.

turkey

Porre fine, con un emendamento costituzionale del 2010, alla indipendenza del potere giudiziario con la nomina governativa dei Giudici Costituzionali e di quelli dell’Alto Consiglio dei Giudici era più di un segnale, dal momento che la separazione dei poteri è sempre stata un ostacolo per tutti gli aspiranti dittatori.

Quando ad aprile 2014, il parlamento approvava modifiche legislative che attribuivano all’agenzia nazionale di intelligence MIT poteri di sorveglianza inediti e la semi immunità penale per i suoi funzionari, non si poteva scambiarlo per un sussulto democratico.

Quando si provava a vietare l’uso di twitter e you tube  e si assisteva ad messe di licenziamenti di giornalisti sgraditi al regime non è che si potesse equivocare sul contenuto del segnale.

Poi, con l’irruzione della polizia il 4 dicembre 2014 nella redazione del quotidiano Zaman e nella sede della Tv Samanyolu e l’arresto dei giornalisti, rei di aver denunciato gravi casi di corruzione di ministri e dirigenti dell’AKP, fu chiaro anche ai ciechi che era l’avvio della fase dura di attacco alla libertà d’informazione.

Ogni dittatore in pectore ha bisogno di un fedele luogotenente.

Sono quei binomi, che se riescono a superare con successo la cronaca politica, finiscono per essere inscindibilmente saldati dalla storia.

Il binomio turco si compone di Recep Tayyip Erdogan e del primo ministro, oggi formalmente dimissionario Ahmet Davutoglu.   Lo stesso Davutoglu, già ministro degli esteri dal 2009 nel precedente governo Erdogan e principale consigliere diplomatico dell’AKP fin dagli esordi.

Possibile che le diplomazie occidentali non conoscessero le opinioni strategiche di Davutoglu espresse in numerosi articoli e, come documentato dalla caporedattrice dell’edizione inglese di Le Monde Diplomatique Wendy Kristiansen, fin dal 2001 in un libro intitolato: “Profondità strategica”?

gezi park

Possibile che nessuno avesse preso sul serio il progetto di colmare il vuoto politico lasciato dall’Impero Ottomano, rilanciando il ruolo di potenza regionale della moderna Turchia attraverso la rivendicazione dell’eredità ottomana e il sostegno all’islam sunnita?

Possibile che nessuno avesse riflettuto sulle parole di Davutoglu quando scriveva: “Se l’identità della Turchia si fondasse sull’Islam, le sue frontiere potrebbero essere ampliate.”

L’ergastolo invocato per il direttore di Cumhuriyet forse adesso si comprende meglio  perché rende visibile ciò che troppi, per realismo politico, hanno finto di non vedere.

Quello che è certo è che non basta esultare un giorno per l’affermazione del Partito Democratico del Popolo (Hdp) a guida kurda che ha raccolto il testimone dei ragazzi di piazza Taksim per considerare finita quella che probabilmente non è stata una mutazione.

No commento

Lascia risposta

*

*