La morte di un clandestino

Il sogno di vivere una vita migliore e poi scoprire la morte di stenti. il viaggio e la fine di un immigrato venuto dall'Algeria

riceviamo e pubblichiamo di  Mahmoud Suboh 

Una volta scrissi un racconto, la storia di un immigrato incontrato per caso. Quando scrissi quel racconto, la questione e la discussione sull’immigrazione non era così stupida e tragica come oggi, a mano a mano invece la questione immigrazione è diventata il male assoluto e la causa, o pretesto, per motivare la crisi economica e il decadimento della civiltà di questo nostro amato paese, ma nessuno ha avuto ancora il coraggio di dire che questo fenomeno si è ampliato in maniera direttamente proporzionale al crescere delle guerre e delle morti che questa nostra amata civiltà ha contribuito a produrre in questi Paesi.
Quando ho scritto il precedente racconto, pensavo al tè alla menta, alla gioia ritrovata nel condividere una bibita calda con un essere umano della mia regione, alle mie tradizioni, all’opportunità di poter rivivere una mattinata a parlare di un passato che ci investe con il suo futuro. Non sapevo come sarebbe finito il nostro incontro e la sua storia, ma sicuramente era carica di speranza, di menta e di incenso.

Oggi scrivere un racconto del genere mi sembra una tortura, un qualcosa di troppo umano in un clima di disumanità totale. Ma da quando, per la verità da qualche giorno, un amico mi ha chiesto se potessi affrontare di nuovo questo tema, chissà, mi è tornato alla mente un paziente, un signore che era ospite di questo paese, un uomo che desiderava un futuro di benessere per i suoi figli.

Si chiamava Shahid. Mi era tanto simpatico, era uno dei cinque stranieri che dializzano nel centro dove lavoro. Un aspetto che forse a molti sfugge, ma fra gli stranieri ci sono anche quelli malati, e lui era uno di questi. Era fuggito a bordo di una barca dal porto di Annaba, in Algeria, con un gruppo di nove persone, diretti verso le coste della Sardegna. Furono poi prelevati dalla guardia costiera sarda a Porto Pino, nel Sulcitano, e da lì condotti nel centro d’accoglienza a Monastir. Dopo neanche un mese fu ricoverato in ospedale a Cagliari, diagnosi: insufficienza renale ultimo stadio, necessita di trattamento dialitico urgente, ipertensione arteriosa, diabete mellito necessita di terapia insulinica, arteriopatia obliterante arti inferiori, e non mi ricordo cos’altro avesse. L’elenco delle sue patologie era lungo ma nessuno teneva in considerazione il suo aspetto psicologico.

Entrava in sala dialisi con le mani incrociate dietro la schiena, sembrava un vecchietto di ottant’anni, lui che ne aveva solamente una quarantina, che passeggiava nel suo cortile o nelle vie del suo quartiere, a contare i sassi o forse a parlare, ogni tanto dava un’occhiata all’orizzonte, o scambiava qualche timido sorriso con gli altri pazienti, forse avrebbe voluto dire qualcosa nella sua lingua per sentirsi un po’ in famiglia, almeno un: “Salam alaikum”. Aveva un sorriso infantile, innocente come la luna ma aveva gli occhi persi, erano in un altro mondo, forse cercava dei volti lontani, distanti da questo posto!i trascinava a letto con le sue ciabatte ed i piedi neri, mentre gli altri pazienti tanto lindi e puliti lo seguivano con lo sguardo come a dire: “Almeno lavati i piedi!”. Chissà se lui ci facesse caso a questa gente dal naso fine?
«Come va Shahid?».
«Così, bene».
Lo diceva con un sorriso ed un’umiltà da lasciarmi senza fiato, cosa avrei potuto dire io ad uno che ha perso il suo sogno per il quale aveva sfidato la morte, come avrei potuto aiutarlo, ritrovare la fiducia nella vita, fare la dialisi tre volte alla settimana, per ogni seduta quattro ore! E con tutte le sue patologie, mi chiedevo che lavoro avrebbe mai potuto svolgere. Ma io, come anche i miei colleghi, ci provavamo e speravamo…
«Va bene un corno, Shahid…la pressione arteriosa è alle stelle, pure la glicemia, gli esami fanno schifo, perché non stai facendo la terapia?».
Di nuovo il sorriso di arresa: «Qualche volta, alcuni farmaci sono a pagamento…come faccio?».

«Non fare il cretino con me, non hai preso i farmaci per la pressione…questi non li paghi e non hai fatto l’insulina, anche quella non la paghi, se continui così non potrai vivere a lungo».
Lui sorrideva con gli occhi rossi e persi in un mare di sale, non riusciva a vedere una via di uscita, questo letto di ospedale non era stato incluso nei suoi piani, questa gente intorno…l’avrebbe voluta guardare da sano, da lavoratore.
Spesso finiva ricoverato in ospedale, una volta per edema polmonare, una volta per gastrite, infezione di qualche ulcera ai piedi, e ritornava in dialisi come se niente fosse. Si trascinava in sala dialisi, le mani incrociate dietro la schiena, qualche sorriso a chi lo guardava, e si metteva nel suo letto, pacifico e perso.
«Ben tornato, sei riuscito a farti ricoverare di nuovo? Come stai?».
«Così, bene».
«Shahid, non sei un bambino, con un po’ di attenzione…un po’ di pazienza…puoi cercarti un lavoro, ci sono molti pazienti che lavorano e stanno bene, devi solo seguire i nostri consigli e la terapia…»
Si limitava a sorridere, a dire che aveva tenuto fede alla terapia. Ma anche se avevo dieci euro da prestargli, il comune era in ritardo con il rimborso dialisi, l’unico suo reddito…tre-quattrocento euro al mese, da cui doveva pagarsi l’affitto di casa, il mangiare, le bollette, le medicine e le sigarette…
Per mesi l’andazzo era quello, qualche volta saltava la dialisi, qualche volta finiva in ricovero, e qualche volta chiedeva dieci euro.
Stava male ed ogni giorno la situazione peggiorava rispetto alla volta precedente. Allora decisi di parlare in privato con lui, non era la prima volta ma quella volta…sentivo che era indispensabile, forse sarebbe stata anche l’ultima, ma ci dovevo provare, spinto a farlo anche per i commenti che sentivo in sala: <<Ma che pazzo, anche oggi troppo peso, ha vomitato l’anima, forse è di nuovo l’ulcera infetta, forse…>>. Avrei voluto dire a tutti: «Il forse lo so io».
«Allora Shahid, hai deciso di morire? Non pensi alla tua famiglia? Shahid ce la puoi fare…un po’ di coraggio, non sei l’unico che fa la dialisi, ci sono più di novanta pazienti in questo centro, ci sono altri stranieri e lavorano…»
Lui si limitava ad ascoltare e a guardarmi con il suo sorriso, mentre le lacrime gli solcavano il viso, notai che le raccoglieva nella sua mano e la rimirava, poi me la mise davanti alla faccia singhiozzando.

«Il mare era spaventoso, era lacrime salate, non eravamo in dieci ma ben dodici persone decise a cercare la fortuna in questo paese, pronte a scappare dalla morte lenta dello stato militare e della guerra…la guardia costiera algerina pattugliava il mare, e se ti acchiappavano, carcere e multa da pagare. Io avevo una moglie e tre figli…senza lavoro e senza futuro e così ho deciso che i miei figli avrebbero avuto un futuro migliore, una vita dignitosa. La guardia costiera era al lavoro, troppa gente che cercava di scappare…ci chiamavano Harrag, quelli che bruciano la loro identità, quelli che bruciano le tappe e non sanno aspettare!

Noi sognavamo un futuro di libertà, le pattuglie in mare erano impegnateall’inseguimento di altre barche, cominciammo ad accelerare al massimo, ma dopo neanche trenta chilometri, il motore iniziava a tossire peggio di me, sembrava in agonia, e c’erano due fratelli, uno di appena quindici anni che cominciava ad agitarsi, aveva paura e si gettò nel mare…suo fratello, di una ventina di anni, si buttò pure per cercare di salvarlo…era buio e la notte era gelida, urlavamo a voce bassa, piangevamo lacrime ghiacciate, il mare li aveva inghiottiti come un mostro affamato. Vedevamo la nostra fine, ma il motore dopo un po’ di silenzio, forse una pausa gli serviva per riprendere fiato, ha riiniziato la sua corsa verso la libertà lasciandoci alle spalle due cadaveri, forse era la prima tassa che dovevamo pagare per il futuro benessere…»

Mi dispiace, mi dispiace davvero…ma tu sei vivo, e devi vivere… perché non porti qui tua moglie e i tuoi figli? Così sei in compagnia…»
Si mise a ridere: «E come? Se non ho una casa, un reddito che possa garantire loro una vita serena in questo paese, non possono venire qui. Ho pensato di ritornarci io…ma per fare che? Diventare un peso per loro, proprio loro che attendono giocattoli e una vita degna di un paradiso! No dottore lasciamo le cose come vuole Dio…».

Si era alzato, con il suo sorriso candido, e il mare in mano: <<Ci vediamo dottore>>.
Era uscito dall’ambulatorio con le mani incrociate dietro la schiena, un sorriso rivolto al sottoscritto ed uno sguardo di addio confuso in un mare privo di pietà, o forse in un mondo senza umanità.
Venne ricoverato qualche giorno dopo, decisi di andare a trovarlo. Mi fece un sorriso come se mi dicesse: <<Ciao fratello, ti aspettavo>>.
Era disteso in mezzo al letto, sembrava rimpicciolito, aveva il pannolino, era tornato bambino, cercava di mettersi seduto ma non aveva la forza, ma la forza del sorriso non gli mancava. Gli italiani intorno cercavano di aiutarlo, mi guardavano e qualcuno mi ha sussurrato: “Poverino, poverino”.
Shahid se ne andò in silenzio così come era arrivato. Direi da clandestino, senza rumore e senza libertà, o forse quella l’aveva finalmente ritrovata

No commento

Lascia risposta

*

*