La masa madre, uno spettacolo sul pane sognando un mondo diverso

Un interessante dibattito tra spettatori e attore al Tin  al termine de “La masa madre, un testo di Dario Tamiazzo messo in scena da Ettore Nigro 

Scritto da Antonio Grieco

Succede di rado che un attore al termine della sua performance, mentre il pubblico sta quasi per abbandonare la sala, si accomodi su una sedia al centro della scena e inviti gli spettatori a parlare liberamente, senza rete, del suo spettacolo.

Naturalmente  ognuno è libero di andarsene se non gli va di partecipare a questo breve fuori programma. Ma ieri sera al Tin (Teatro Instabile Napoli Michele Del Grosso), quando l’attore, Ettore Nigro – che ha interpretato (il 24 e 25 novembre) con la sua stessa regia “La masa madre”, una pièce  nata dall’intuizione e da un testo dell’attore Dario Tamiazzo – ha chiesto agli spettatori di esprimersi, nessuno ha lasciato la sala. E questo perché  il suo monologo – la storia di un ragazzo che vuol diventare fornaio perché il pane possa raggiungere tutti – in realtà affronta temi più generali, sia di ordine  politico che etico, filosofico e culturale.

Tra gli spettatori e il regista attore si è così aperto un vivace dibattito, che ha riguardato “la droga del consumo”,  e soprattutto l’importanza che ha oggi la questione alimentare nella nostra vita. Ma il cibo, ha precisato il regista, riprendendo un punto essenziale del suo lavoro, può salvare il mondo ma può anche ucciderlo. E al riguardo una giovane spettatrice ha posto l’accento sull’olio di palma, sull’assenza di una corretta informazione dei media, sulla sua nocività per la salute e per l’ambiente (devastato da coltivazioni intensive), e sugli indirizzi speculativi delle multinazionali che con le loro politiche predatrici stanno distruggendo l’uomo, la natura,  l’esistenza stessa del nostro pianeta.

Nigro ha poi insistito sull’importanza che la rivoluzione parta da noi stessi, da una ricerca interiore e da una resistenza silenziosa, gandhiana, che, trasformando in profondità le nostre coscienze, crei  le premesse di una società alternativa e di uno sviluppo ecosostenibile.

Un altro spettatore ha invece notato che oggi di fronte  a un capitalismo onnivoro, mai così feroce verso i più deboli, è indispensabile una resistenza attiva, insieme individuale e collettiva, per far avanzare un diverso meccanismo di sviluppo e affermare imprescindibili valori di libertà, di uguaglianza e di umanità, sottolineando come la manifestazione delle donne a Roma contro la violenza di genere e il razzismo  rappresenti un primo, grande segnale in controtendenza che ci consente di immaginare altro, rifiutando una società segnata dalla violenza, dall’esclusione, dal dominio assoluto del mercato e della crescita senza limiti.

Nella piccola storia del fornaio de” La masa madre”, ritroviamo tutti i temi del dibattito del dopo spettacolo. Perché il ragazzo che si imbarca e raggiunge, dopo un viaggio avventuroso e  drammatico,  l’Argentina per mantenere viva la pasta madre, in realtà, con la sua radicale scelta di vita, mette in scacco i principi cardini di quella competitività globale che sta spingendo l’umanità in un vicolo cieco.

Il piccolo fornaio Sante è contro questa barbarie. Vuol tornare a una vita semplice, a misura d’uomo, cambiando come un rivoluzionario le regole del gioco, in Argentina come nel resto del mondo. Dunque, la sua ricerca ossessiva del lievito madre – che segue le idee del nonno contro quelle falsamente moderniste di altri suoi familiari e amici che lo invitano a desistere dal suo proposito – è una metafora del nostro tempo; un simbolo che ci spinge a riflettere su ciò che siamo e sulla inderogabile necessità di resistere all’idea del “pane con denaro, denaro con pane”.

Pur con qualche limite didascalico – tipico talvolta del Teatro di narrazione – la messinscena si fa apprezzare per la sua essenzialità e per la prova attoriale di Nigro, che tenta di svincolarsi dal rigido schema della finzione con una gestualità che rinvia alla Commedia dell’arte e alla nostra antica tradizione teatrale. Così, in scena lo vediamo impastare il pane, manipolarlo, tagliarlo, offrirlo agli spettatori, improvvisare simpatici ed esilaranti siparietti con gli spettatori; e. soprattutto, gridare che la pasta madre (il “criscito”, come lo chiamano i napoletani) è fatto di acqua, farina, batteri dell’aria. Nient’altro che questo. E quest’ultimi, i batteri “siamo semplicemente noi”, che possiamo far “lievitare il nostro mondo, la nostra cultura”, decolonizzando – direbbe Serge Latouche – il nostro immaginario.

Alla fine l’attore regista, avvolto nel suo grande camice da panificatore, abbandona la scena in silenzio, per poi sedersi e aspettare le opinioni del pubblico. Una bella prova di umiltà, di cui si avverte sempre più il bisogno in un mondo segnato dal narcisismo e lacerato dai dogmi illusori del capitalismo postmoderno

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