La garganta poderosa

La rivista argentina, con una redazione bambina, che parla al mondo della cultura “Villera”

Vi sono storie che meritano di essere raccontate, perché sanno di buono.

L’unico aggettivo che viene in mente se pensi a qualcosa in grado di mangiarsi, con un solo morso, il puzzo di miseria e strada segnata.

Quello che, non importa la latitudine, si porta addosso chi ha il vizio di venire al mondo sempre al

momento giusto, ma nel posto sbagliato.

Sono storie, però, che hanno una controindicazione. Pretendono un cuore e una memoria minima,

ma la pretendono.

La prima volta che avevo sentito parlare della Garganta non avevo potuto fare a meno di chiedermi: cosa c’entra una vecchia Norton 500, modello 18, del millenovecentotrentanove con la gola o come si dice a Baires, con la Garganta?

 sede della rivista a Buenos AiresC’entrava, eccome, se su quella motcicletta, ribattezzata “La Poderosa” avevano preso posto Alberto Granado ed un ragazzo di nome Ernesto per andare alla scoperta dell’America Latina alla metà del secolo scorso.

Si, ci voleva una gola potente per il miracolo, tanto invocato e sempre disatteso, di dare voce ai

senza voce.

Occorreva un urlo che dall’altro emisfero, con buona pace di Munch, fosse capace di attraversare a ritroso l’Atlantico e risuonare pure qui.

Adesso che il mondo, grazie a qualche articolo ripreso da giornali sportivi, bene o male, sapeva di una rivista vera con sedici redattori e fotografi bambini, fiorita nei sobborghi invisibili di una capitale lontana, noi del Festival Cinema e Diritti Umani di Napoli, dovevamo saperne di più.

Però, più raccoglievo notizie intorno a loro e più mi domandavo: cosa ne sanno quei bambini del

grande giornalista Rodolfo Walsh, sequestrato e ucciso nel lontano marzo del 1977 per la sua

straordinaria lettera aperta ad una giunta militare criminale e golpista?

Ne sanno più di noi, mi sono dovuto rispondere, se l’hanno scelto come loro redattore capo.

E vista da questo lato dell’oceano, poteva apparire una follia molto letteraria, molto sudamericana.

Perché , occorre ammetterlo, solo in Sud America i morti non sono mai veramente morti e i vivi,

talmente vivi, da permettersi il lusso di lavorarci assieme come fosse la cosa più naturale del

mondo.

Così, quando ai primi di agosto del 2013, con una delegazione del nostro Festival abbiamo

partecipato con la “ventana sobre Napoles” al Festival gemello di Buenos Aires abbiamo cercato in ogni modo di entrare in contatto con la redazione della Garganta.

Ma ogni tentativo, sembrava inutile.

L’anonimato degli attivisti, la diffidenza naturale verso quanti si recano nei loro quartieri solo per

speculare e gli impegni che discendono dalla complessa organizzazione di quindici assemblee di

quartiere in cui sono organizzati, parevano scogli su cui la nostra sincera curiosità era destinata a

fare naufragio.

Poi, una sera giunge la disponibilità all’incontro.

Peccato coincida con l’ora del nostro volo di ritorno.

Così lasciamo un ostaggio in terra argentina, il giovane regista napoletano Antonio Manco, con

cui avevamo costruito l’ipotesi di documentario che avremmo voluto girare.

L’incontro, fa cadere le riserve e Antonio, che doveva restare due settimane, ad oggi, aprile 2015, è ancora lì.

Quasi due anni, di scoperte, di vicende belle, ma anche molto dolorose, come la morte di un bambino di nove anni freddato da un colpo vagante entrato dalla finestra di casa sua durante un furioso conflitto a fuoco tra due bande di spacciatori estranee al quartiere.

Eravamo andati a Baires con il proposito di incontrare la redazione bambina di una rivista scintillosa che su suggerimento di un dodicenne mette i suoi titoli in basso, perché tutto ciò che è importante è in basso e che sostituisce la numerazione occidentale delle pagine con le lettere dell’alfabeto QOM, di una lingua precolombiana.

Eravamo andati per conoscere questa rivista e abbiamo scoperto qualcosa di ancora più importante. Qualcosa che ha i contorni di un esperimento di democrazia dal basso basato

sull’autoaiuto tra vicini di casa.

In quei rettangoli urbani, dove i tassì non vanno, dove le ambulanze, non riescono a passare, dove sembra mancare tutto, dall’illuminazione alle fogne, abbiamo scoperto che c’è vita in lotta per la vita e per il diritto di esistere.

Le chiamano “villa miserias” (città miseria) ma talvolta ad identificarle è solo un numero, tal

altra un nome come Fuerte Apache o Zavalleta.

Dedicare a Zavalleta una sezione del nostro Festival era il minimo che potessimo fare.

Ospitare un suo delegato, significava dare un volto e una voce alla loro lotta quotidiana, contro lo

stigma, la povertà, le collusioni colpevoli di certe forze dell’ordine e la facile sociologia criminale di

certa stampa.

Significava dare conto della strenua battaglia che stanno conducendo contro una mostruosa droga sintetica a noi ancora sconosciuta e che lì chiamano “paco” .

studenti di Scampia Gli appunti di 21 mesi di riprese da parte di Antonio Manco stanno finalmente per trovare forma in un particolarissimo film documentario dal titolo provvisorio : “ UN VIEJE PODEROSO” L’epopea della “Garganta” , l’abbiamo già introdotta , nei quartieri di Ponticelli e Scampia durante la VI° edizione del Festival Cinema e Diritti Umani di Napoli attraverso la viva voce di un “gargantero”.

Il senso di questo viaggio andata e ritorno lungo ventiseimila chilometri da Buenos Aires a Napoli è stato tutto nel silenzio partecipe e commosso con cui giovani studenti, adulti e ragazzi delle nostre periferie hanno saputo e voluto ascoltare, guardare e riconoscersi in una storia di umanissima resistenza che ha qualcosa da insegnarci.

E …non è finita qui.

Giovanni Carbone  – del  direttivo Festival Cinema e Diritti Umani di Napoli –

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