La decrescita come stile di vita

Analizziamo la decrescita felice come alternativa agli immensi disagi economici, culturali e psicologici di cui soffre la nostra società.

L’economia occidentale è come “un gigante che non riesce a stare in equilibrio se non continuando a correre, ma così facendo schiaccia tutto ciò che incontra lungo il suo percorso”. Ecco perché Serge Latouche, filosofo ed economista francese, ha sviluppato il concetto di “decrescita felice”, traendo spunto dalle grandi menti di Karl Polanyi (anche sociologo, antropologo) e Ivan Illich (anche storico, pedagogista e linguista). Il sistema capitalista e colonialista non riguarda solo l’economia e società, contagia irreparabilmente il nostro stile di vita e pensiero personale, ci fa dimenticare la limitatezza delle risorse dell’intero pianeta e in particolare i limiti dell’essere umano. Porta con sé oltre l’ovvia insostenibilità ecologica e sociale, peccando di arroganze e soprusi, una grande contraddizione in termini, è come il gioco d’azzardo: offre l’illusione della ricchezza accessibile a tutti, condannandoli contemporaneamente ad un’insoddisfazione perenne, il che si riversa tanto sul piano pratico quanto su quello psicologico, causando molti disagi di cui siamo pervasi.

La decrescita felice, al contrario di come si può pensare fermandosi alla nomenclatura, propone sì una sorta di arretramento in tutti i campi, ma nei termini di USO abbandonando il CONSUMO. Questo non significa certo che si debbano abbandonare le tecniche e tecnologie raggiunte, piuttosto devono essere rilocalizzate verso l’equità sociale e la sostenibilità ecologica. Tornare all’autoproduzione, allo scambio, praticare il ricilo, è un’alternativa alla crescita infinita di merci che diventeranno rifiuti ed energia sprecata inquinante, poiché il fatto che aumenti il prodotto interno lordo non è affatto indice di benessere, bensì il contrario. Non si tratta di etica, ma di intelligenza: l’obiettivo non è il MENO sempre e comunque, ma il MENO quando serve. La domanda è: come si realizza tutto ciò? Sembra un’utopia, sembra che i danni siano ormai irreparabili. Ma questo è il classico atteggiamento che descrive uno dei disagi del nostro tempo: la disillusione, l’impotenza. Chi ben comincia è a metà dell’opera: innanzitutto si parte da se stessi, se davvero lo si vuole, si può cambiare il proprio stile di vita in un momento, basta deciderlo. Poi è possibile andare avanti e fare di più, bisogna far prevalere la collaborazione sulla competizione, il benessere pubblico, la solidarietà sul privato e trovare alleati: in tutt’Italia ci sono sedi del Movimento per la Decrescita Felice fondato da Maurizio Pallante, le quali si occupano di iniziative che variano dal campo dell’istruzione e cultura alla medicina e tecnologia.   MDF_logo-574x274

Accantonando per un momento tutti gli aspetti pratici dall’economia all’istruzione, voglio soffermarmi sulla dura realtà dei problemi sociali/relazionali e quindi psicologici di cui sono affette soprattutto le persone nella fascia dai 20 ai 40 anni oggi. (Per non parlare degli adolescenti che sono completamente obnubilati dall’esperienza “Asocial” Network con la quale si sono imbattuti da bambini troppo piccoli per prenderla in modo critico ed utilizzarla a loro favore). Gli adulti stanno vivendo un fenomeno sociale che è una grande bugia, a mio avviso derivante proprio dal sistema contraddittorio di cui facciamo parte sopra criticato. La “risposta” a tutti i loro problemi sta in una frase irritante che cela l’esatto opposto di quel che vuole manifestare: Tranqui, scialla, easy (internazionale), e a Napoli la più brutta esclamazione manifesto giovanile dei nostri giorni “stai sciolt” (sciolto). Orrenda forma linguistica a parte, quest’onda sociale che si infrange su se stessa senza andare da nessuna parte è un esempio di enorme malessere dei nostri tempi. L’approfondimento riguarda l’ambito relazionale poiché chiaramente è durante il confronto con l’altro che ci mostriamo, o anche nascondendoci facciamo trapelare il recondito. Ogni qual volta si presenti una preoccupazione durante una conversazione che si faccia profonda o meno, magari un racconto, uno sfogo di uno degli interlocutori, oppure semplicemente un dubbio, un banale problema organizzativo per un incontro ad esempio, ecco spuntare il mito dello stare tranquillo e non pensarci troppo. Zac, e lì si chiude il dialogo. Zero spirito critico, zero argomentazioni, vuoto e soprattutto finzione. L’origine di questa risposta e diciamo dello stile di vita che dovrebbe appartenere a chi la reclama, non è certo nato oggi, è un po’ hippie potremmo dire per semplificare, e risiede nella leggerezza, nel prendere la vita come viene. Cosa che sarebbe molto condivisibile, se davvero fosse così.

Tale atteggiamento dovrebbe conferire al proprio pensiero una leggerezza d’animo che significhi apertura, e soprattutto l’affrontare la vita con un sorriso, ma il più delle volte ahimè cela l’esatto opposto dietro questa bella apparenza. Sono due le prigionie frustranti in questione: la superficialità, o ancor peggio, la paura. Nel primo caso si fa passare per leggerezza il menefreghismo, decidendo di non analizzare, non approfondire, scelta che chiaramente non condivido ma che suppongo sia in qualche modo meno paranoica, altrimenti nel secondo caso, si tratta di una persona sensibile ma affossata dalle sofferenze, le cui conseguenze le hanno fatto costruire lo scudo del “tranqui” talmente forte, da rendere la sua protezione una chiusura ermetica, un “preferisco non occuparmene perché potrei farmi male di nuovo”. L’analisi non è certo universale, nulla lo è, ma è una spiegazione alla odierna philofobia (paura d’amare) per esempio. Le insicurezze fanno parte della vita, essere davvero leggeri significa esserne consapevoli e affrontarle a muso duro non “sciolto”. Ovviamente ogni sapere e consapevolezza porta dolore, ma ogni dolore se connesso al coraggio dell’autoanalisi, del confronto, e soprattutto del ridimensionare davvero i proprio bisogni, tornando ad una vita relazionale più genuina, porta alla rinascita. egon_schiele_004_l_abbraccio_1917Siamo estremisti, tutto è eccessivo sempre, tutti vanno contro tutto, sembra che le lotte fatte in passato non siano servite a niente, si confonde la libertà con la vigliaccheria. Non siamo più capaci di conoscere qualcuno e condividere qualcosa senza essere presi dalla paura, dalle paranoie o dalla superficialità immensa del “non coinvolgimento” a prescindere, così sono più figo e superiore al prossimo con cui intendo trascorrere del tempo, mi prendo solo tutto quello di cui CREDO di avere bisogno, senza dare e quindi senza soffrire mai. Magari fosse così semplice evitare il dolore, si soffre comunque. Tutte queste scelte per partito preso sono in realtà prese per i fondelli, la vera leggerezza è vivere, senza evitare le conseguenze di tutti i sapori, farsi male, andare avanti, cambiare idea e ricominciare a provare, sbagliare. La persona libera non si descrive come una persona libera a tutti i costi, la libertà significa anche riconoscere di essere in catene talvolta. In conclusione una decrescita felice anche nelle relazioni sarebbe l’ideale, si tornerebbe ad una naturalezza che abbiamo perso del tutto.

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