La crisi di Almaviva

I lavoratori dei call center con l'acqua alla gola. Teniamo alta l'attenzione su ALMAVIVA

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, in visita a Palermo, è stato accolto da un folto numero di lavoratori che hanno protestato con cori e striscioni, facendo sentire tutta la loro rabbia. Sono i dipendenti dei call center, protagonisti di una vicenda complicata di cui non si conosce l’esito e che vede coinvolto il gigante dei contact center Almaviva, società in cui lavorano ottantamila persone.

Almaviva è un gruppo italiano che opera nella tecnologia dell’informazione a livello globale, con sedi in Italia e all’estero, presente nel settore dei contact center. Dal 2016 attraversa una grande crisi nel mercato italiano per il calo della domanda e dell’impegno di operatori esteri. La crisi ha portato alla riduzione del 50% dei ricavi negli ultimi quattro anni, pari a 100 milioni di euro. Uno scenario in continuo peggioramento, una difficoltà che ha portato alla chiusura di almeno quindici aziende negli ultimi due anni.

L’ultima batosta è stata la perdita della commessa Enel per il call center di Palermo. Il contratto con l’ente elettrico, in scadenza a dicembre, non verrà più rinnovato. Il nuovo committente Exprivia ha deciso di trasferire 400 dei 3500 lavoratori in Calabria, inquadrandoli al terzo livello con contratti e tutele crescenti ex jobs act e la perdita di garanzie dell’articolo 18.

Il 27 ottobre al Mise si terrà il tavolo sul piano di riduzione del personale, più di duemilacinquecento persone fra Roma e Napoli e la chiusura delle due sedi. E si deciderà la sorte dei dipendenti di Palermo.

I sindacati chiedono il rispetto delle clausole sociali, cioè salvaguardare i lavoratori dell’azienda perdente.

A Palermo gli operatori hanno occupato la sede aziendale, minacciano il suicidio, di darsi fuoco perchè è in gioco la loro vita. Hanno poi scritto una lettera aperta al presidente del Consiglio, nella quale chiedono, che fine abbia fatto il tavolo di crisi sul settore dei call center, che si è riunito una sola volta dalla sua costituzione e, chiedono di dare la dignità che meritano gli ottomila lavoratori che, 24 ore su 24, sempre col sorriso sulle labbra, forniscono assistenza commerciale, tecnica e amministrativa, per conto della maggiore azienda fornitrice di servizi  del Paese.

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Il governo, intanto, sta studiando delle regole generali, ci sarà una black list, un elenco delle aziende che assegnano appalti a costo inferiore ai  minimi contrattuali, norme che siano in contrasto alle delocalizzazioni e all’applicazione delle sanzioni che sono già previste.

La crisi dei call center ci fa vedere in modo chiaro il rischio che corriamo in futuro, la delocalizzazione dei posti di lavoro verso paesi più convenienti, la differenza profonda tra chi guadagna e chi ci perde dai cambiamenti, tra chi mantiene un lavoro ben pagato e chi invece, si affanna e perde anche quello modesto che ha. E tutto ciò fa crescere il consenso verso idee e gruppi estremi di protesta radicale.

Non è vero che tutto si aggiusta, non si può “lasciar fare al mercato”, come sostengono quelli che ne beneficiano. C’è bisogno di una intelligente capacità collettiva di riorganizzare la nostra società e il nostro lavoro.

 

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