La complessa sfida di mettere il Pianeta a dieta

Non è la produzione di cibo ad incidere sull’ambiente ma il sistema metabolico socio-economico che ha trasformato la produzione di cibo in un’attività ad alto impatto ambientale

Lo scorso 16 gennaio la EAT-Lancet Commission ha pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet un rapporto per indirizzare nei prossimi anni a seguire l’umanità verso un regime alimentare salutare ed in grado di generare un sistema di produzione degli alimenti a basso impatto sull’ambiente. Questo rapporto non è passato inosservato all’attenzione della stampa divulgativa così come non è stato esente da “legittime” critiche, come dirò di seguito (l’aggettivo virgolettato non è stato scelto dall’autore con l’intenzione di dichiarare la sua posizione ma con l’intento di mettere in evidenza che nell’affrontare argomenti complessi, come quello affrontato dalla Commissione, non si può evitare di considerare i “legittimi” punti di vista dei diversi attori sociali).

La Eat-Lancet Commission, pur riconoscendo la complessità dell’argomento affrontato, giunge, a mio avviso, a delle conclusioni ovvie ed ottimistiche. Vale a dire un regime alimentare che consente di ridurre le diffuse patologie associate all’alimentazione e di nutrire 10 miliardi di persone, stimate per il 2050, nei limiti del “Planetary boundaries” (i limiti biofisici del pianeta per garantire la produzione di cibo senza compromettere il naturale funzionamento dei cicli bio-geochimici e senza incidere ulteriormente sul consumo di territorio e sulla biodiversità). Più facile a dirsi che a farsi.

Il rischio è quello di trasformare un sistema complesso in uno scrupoloso lavoro di revisione dei dati di letteratura ed in un lezioso esercizio di contabilità ambientale richiamando la frase, erroneamente attribuita ad Albert Einstein ma la cui paternità è da attribuire a William Bruce Camerun: non tutto quello che può essere contato conta, e non tutto quello che conta può essere contato.

Non credo sia possibile definire, con scientifica scrupolosità, un’alimentazione salutare. Lungi da me affermarlo con assoluta certezza, non ho le competenze necessarie per esprimerlo. Però, da attento consumatore ho osservato che negli ultimi decenni la manichetta a vento sulla salubrità degli alimenti cambia continuamente direzione. Complice, ancora una volta, la complessità della ricerca ma anche di una comunità scientifica che sembra affetta dalla sindrome della gatta impaziente. Questa seconda affermazione la faccio con cognizione di causa, perché da ricercatore so perfettamente quanto le logiche della metrica applicata per valutare il merito di un ricercatore affligga ed influenzi la pubblicazione degli esperimenti.

La EAT-Lancet Commission definisce il sistema di produzione globale di cibo come una delle attività antropiche maggiormente responsabile dei danni ambientali globali. A mio avviso la Commissione con questa affermazione, pur sostenendo una realtà inconfutabile, commette un grave errore concettuale. Non è il sistema globale di produzione di cibo ad incidere sull’ambiente ma bensì il sistema metabolico socio-economico che ha trasformato il sistema di produzione di cibo in un’attività ad alto impatto ambientale. Insomma! Dimmi quello che mangi e ti dirò chi sei. Questo concetto ci consente di interpretare diversamente l’ottimistica previsione analitica prodotta dalla EAT-Lancet Commission che sostiene la possibilità di garantire cibo per la crescente popolazione mondiale senza incidere sui Planetary boundaries (questione ancora molto aperta tra gli studiosi). Non bisogna commettere l’errore di valutare soltanto il sistema di produzione di cibo ma di valutare anche l’intero sistema metabolico rappresentato dai sistemi socio-economici globali.

La domanda che ci dobbiamo porre è la seguente: chi dobbiamo mettere a dieta? Per dieta ovviamente si intende una corretta alimentazione da attribuire ad uno specifico sistema metabolico (funzioni attese dal sistema) che deve essere nutrito. In aggiunta bisogna porre anche attenzioni sulle pressioni esercitate sull’ambiente dal sistema di produzione di cibo. Faccio un esempio molto semplice. Un dietologo competente e professionale appronterebbe diete personalizzate in funzione del cliente. La dieta per un atleta sarà sensibilmente diversa rispetto ad una persona affetta da obesità oppure rispetto ad un diabetico. Ad esempio Usain Bolt, considerato il velocista più grande di tutti i tempi, era e credo lo sia ancora, un’impressionante macchina metabolica che si è strutturata nel tempo (allenamento ed opportuna alimentazione) per raggiungere le sue altissime prestazioni atletiche. Nell’apice del suo successo atletico Bolt ingeriva più di 5000 kcal al giorno, con picchi di 12000 kcal, distribuite in 6 pasti giornalieri, di cui il 60% era composto da proteine, il 30% da carboidrati e solo il 10% da grassi, provenienti sia da alimentazione ordinaria così come da specifici integratori. Non male! Ad onor del vero mi intriga più la dieta di Milone da Crotone, considerato il più grande lottatore dell’antichità, consumava giornalmente 8 kg di carne e 5 litri di vino. Immaginate adesso di imporre a Bolt di ridurre il suo apporto calorico, di macro e micro nutrienti, per giunta gli si intima di dover sacrificare ore di allenamento per prodursi parte della sua alimentazione al fine di essere meno impattante sull’ambiente. Con queste imposizioni Bolt non avrebbe mai fatto il record di 9:58 sui cento metri piani.

Come dobbiamo considerare i sistemi socio economici del pianeta? Ovviamente mi riferisco non soltanto ai paesi ad economia sviluppata ma anche a quelli che ambiscono a raggiungere gli standard di economia e di benessere equivalente a quello dei paesi sviluppati. Vanno considerati alla stregua di un atleta oppure di un individuo affetto da patologie per eccessiva alimentazione?

Ecco! Il punto di vista e le legittime posizioni che ne derivano. Quando la EAT-Lancet Commission prefigura ed auspica una radicale trasformazione dello stile di alimentazione e del sistema di produzione di cibo globale (definito e pilotato da programmi politici globali), osserva un sistema affetto da patologie. Invece i governi globali concepiscono il proprio sistema socio-economico come un “atleta” ed individua nel PIL il suo indicatore di performance. Consapevoli che questo “atleta” non è esente da conseguenze, fingono di dare importanza alle continue ammonizioni della comunità scientifica, organizzando conferenze, agende, obiettivi (ormai ne ho perso il conto). Si vuole la botte piena ed il marito ubriaco (detto popolare volutamente modificato per annullarne l’originario sessismo). C’è voluto un accorato discorso di una illuminata adolescente, in occasione della recente Conferenza delle Parti sul Clima (COP24) tenutasi a Katowice lo scorso dicembre, per rimbrottare l’ipocrisia dei potenti.
Un sistema socio-economico che ambisce ad un’alta performance del PIL è necessariamente un sistema dal metabolismo accelerato, ragion per cui anche il sistema di produzione di cibo si deve adeguare, con tutte le conseguenze che ne derivano. L’architettura strutturale e metabolica di un sistema socio-economico da PIL performante trasferisce la quasi totalità delle persone nelle aree a massima produttività di valore aggiunto, quasi sempre le città (la media globale è del 55%). Questa massa va nutrita in maniera opportuna, quindi prodotti impacchettati, congelati, trasportati. Inoltre questo tipo di società è altamente edonista, quindi non è più sufficiente il cibo ordinario, sono necessari nutraceutici, integratori, ed altro per rendere ogni individuo più sano, più bello, più efficiente e più giovane. Quindi lo stesso sistema produttivo di cibo deve adattarsi trasformandosi a sua volta in un sistema ad elevato metabolismo (meccanizzazione, chimica, tecnologia). Un sistema produttivo di questo tipo deve necessariamente assumere una conformazione competitiva per entrare nelle regole del gioco del mercato. Questo “legittima”, ad esempio, la reazione dell’associazione europea dei trasformatori di carne (Clitravi) nei confronti dello studio di Lancet, che punta il dito sulla produzione di carne come un sistema produttivo impattante e dannoso per la salute. L’associazione fa sapere che: “Si ripropongono vecchi argomenti anti-zootecnia e si distorcono i dati a fini ideologici. Si tralascia, per esempio, l’impatto ambientale di altri settori: un volo di andata e ritorno da Roma a Bruxelles genera emissioni molto più elevate rispetto al consumo annuale di carne e salumi di una persona. Una dieta equilibrata e un regolare esercizio fisico possono fare la differenza. Speriamo che la Commissione Eat-Lancet voglia tener conto di questo e di tutte le innovazioni su cui il settore sta investendo per ridurre l’impatto ambientale”.

In funzione dei punti di vista si possono sollevare numerosi quesiti. Tutti legittimi e fondamentali per generare le opportune politiche future per garantire la “Food Security” globale, raggiungere gli obiettivi di Parigi sul clima, raggiungere gli obiettivi di Sostenibilità fissati per il 2030 (mancano appena 11 anni. Rendo che questo tempo in Italia non è sufficiente per fare di un ricercatore precario una figura professionalmente stabilizzata).

Quali possono essere le strategie? Trasformare il sistema di produzione di cibo globale in un virtuoso sistema scevro dalle logiche di mercato? Oggi, dove anche il più grande paese comunista si è adeguato al dogma del PIL performante, potrebbe apparire come un’utopia vintage. L’ottimistica previsione di un sistema produttivo alimentare globale in grado di garantire cibo salutare e sufficiente per la popolazione mondiale del 2050, si baserà ancora sulle energie fossili? In caso contrario: le energie alternative potranno garantire la stessa produttività? Sarà necessario trasferire lavoro umano verso i sistemi di produzione di cibo? Quanto inciderà sul PIL questa transumanza al contrario?

Le domande sono quasi infinite. Come vedete il problema è molto complesso e nel “piatto della discussione” andrebbero aggiunti molti altri “ingredienti di discussione”. Un “piatto” talmente corpulento che può apparire indigesto per chi vuole mettersi a dieta.

Angelo Fierro

Ricercatore Ecologia Unina
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