“La Cattedrale”: anima e mente trasportate nel vento

Senza maschera, anime nude. Come restare incantati da un mondo meraviglioso

Una figura scura accovacciata sul pavimento marmoreo della Basilica barocca di San Paolo Maggiore a Napoli (1538).

Attraverso il velo nero del cappello brilla la pelle bianca. Lentamente, quasi impercettibilmente, si è trasferita con le mani, bianche nel buio. Solo a fatica si muove il corpo pietrificato, come danza che deriva dalla butoh. Il tempo sembrava essersi fermato, come per catturare lo spettatore.

A poco a poco, ha sostituito la rigidità, ha mostrato il suo volto, aprendo la bocca in un urlo silenzioso. La creazione ha cominciato la sua danza, accompagnato dal canto di gola. Intorno, in terra, immobili anime che aspettano di “risorgere”.

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Così inizia lo spettacolo scritto e diretto dalla coreografa-danzatrice Yvonne Pouget, che ha rappresentato per la sua musicateatrodanza ne “La cattedrale nel vento“, il tema di intimità e vergogna, condotto attraverso immagini sottili vicino a questo bisogno di umanità di base, in un momento storico dove esiste il controllo di ogni azione, il voyeurismo e l’esibizionismo.

Chi assiste a “La Cattedrale” sarà incantato da un mondo meraviglioso, un tempio per l’anima e  si sente trasportato dal vento, che con l’idea attraverso il tempo e la canzone ha portato le anime a vibrare.

Dal fondo scena si alza la voce di Gianni Lamagna,”… Maje na Parola …”,canta l’uomo non amato con desiderio e forza.  “Dimme na vota sola: Te voglio bene e po’ famme murì”.  Poi “risorgono” Giacomo De Benedetto, Elien Rodarel e Nadine Gerspacher, lasciano la scena come fossero farfalle con ali appena aperte per il volo.
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E come delicate farfalle luminose assistiamo al bellissimo ballo dei due bravissimi danzatori: Luce e corpo luminoso, simbolo di sensualità, ha conoscenza di sé, e l’illusione di essere puro.

Nel buco nero tutta la materia coincide. Questa compressione della materia trova nel corpo umano suo equivalente. Realtà, canto e materia possono essere una cosa sola. Segue l’incontro con la voce poetica e sensuale di Anna Maria Hefele, Il duetto con Lamagna incanta e rapisce con Canzuna de’ carritteri, brano di tradizione siciliana cantato a cappella.

Il pubblico è immobile, attento, rapito dal vedere e dal capire… non si può non essere coinvolti.

14696844_10209019240751043_1800829649_nYvonne Pouget e Giacomo Di Benedetto si muovono uniti nel gioco del volo congiunto.

Gianni Lamagna recita un pensiero di gioia, dolore, e desiderio. Poi canterà “S’io fosse”, brano ottocentesco di anonimo napoletano, accompagnato dalla musica di Anna-Maria Hefele, Pasquale Ziccardi e Michele Signore.

Qui non si ha bisogno di parole di entusiasmo, nessuna parola di spiegazione.  Vi è la necessità di amore vissuto davvero per trasmetterlo al mondo. Abbiamo bisogno di avventura e comprensione. Solo attraverso l’amore l’uomo e la donna sono davvero umani, e possono così portare il messaggio  in tutto il mondo.

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Il respiro finale nell’applauso del pubblico che riemerge da un’apnea densa di attenzione mista a meditazione. Uno spettacolo che ha bisogno di essere visto e metabolizzato. Bravissimi tutti.

Per le Foto si  ringrazia l’amico e grande fotografo Ferdinando Kaiser

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