La Catalogna brucia l’Europa guarda

Il Primo ottobre 2017 è una data che resterà impressa nella memoria, non solo della Catalogna, ma anche della Spagna e del resto d’Europa

Riceviamo e volentieri pubblichiamo diAntonello Zecca – Sinistra Anticapitalista

In un continente che, dopo il crollo del cosiddetto “socialismo reale”, ci avevano assicurato fosse finalmente pacificato e in cammino verso magnifiche sorti e progressive, la lotta e i movimenti di massa fanno di nuovo irruzione sul proscenio della storia europea.

In un Paese militarizzato, con migliaia di uomini della Guardia Civil mandati dal governo di Madrid per impedire l’esercizio di un diritto democratico fondamentale, quasi 2,3 milioni di catalani e catalane si sono ugualmente recati alle urne per esprimersi sulla separazione dalla Spagna.

Sfidando gli ordini di Mariano Rajoy, il 42% della popolazione si è espressa a schiacciante maggioranza, ben il 90%, a favore dell’indipendenza dallo Stato spagnolo.

La popolazione catalana ha affrontato con coraggio, e anche creatività, la dura repressione del governo spagnolo: più di 750 feriti, danneggiamento di infrastrutture, e militarizzazione del territorio, non sono bastate a fermare una determinazione e una tenacia straordinarie.

Tutto facile, tutto lineare, dunque? Naturalmente no.

I problemi, le contraddizioni, le difficoltà, ma anche le potenzialità, sono notevoli e occorre avere uno sguardo che rifugga dallo schematismo dottrinario da un lato, dal puro e semplice empirismo dall’altro. I movimenti di massa, che siano autenticamente tali, sono naturalmente segnati dalla presenza di interessi, spinte, consapevolezza, motivazioni anche molto diverse tra loro, e questa eterogeneità è frutto della condensazione di contraddizioni specifiche a un contesto politico e sociale storicamente dato, di cui l’oppressione nazionale può essere una manifestazione,che non rivela le direttrici sociali fondamentali in forma “pura” e trasparente, ma in forma mediata.

È la lotta politica che costruisce consapevolezza, “delimita il campo” e struttura i diversi blocchi sociali in competizione per l’egemonia di e su un processo.

Da questo punto di vista, la giornata di ieri in Catalogna ci consegna un quadro altamente instabile e alcune indicazioni:

il Governo spagnolo è un governo debole, che si regge sull’astensione dei socialisti e l’appoggio dei nazionalisti baschi, che aggiunge evidentemente ulteriore debolezza. Questi ultimi, in particolare, si troveranno a gestire la contraddizione tra rappresentanza di interessi filocapitalisti e rivendicazione politica di autodeterminazione che anima il loro elettorato, il quale non vede certo di buon occhio la repressione perpetrata in Catalogna su istanze indipendentiste cui non è certo sordo.

Questa debolezza spiega la scelta dello scontro e della repressione aperta: far svolgere il referendum senza ostacoli sarebbe stato segno di resa e di impotenza. D’altra parte, l’impiego esteso della Guardia Civil, con le sue documentate violenze, ha esposto il governo sul piano internazionale, non riuscendo peraltro nel suo intento dichiarato. Come se non bastasse, ha ulteriormente radicalizzato un importante settore di massa in Catalogna. Insomma, lo Stato spagnolo avrebbe subito una sconfitta, qualunque fosse la scelta che avesse fatto.

Al tempo stesso, la radicalizzazione di rilevanti settori di massa mette in difficoltà lo stesso governo della Generalitat, che aveva richiesto un’improbabile mediazione all’UE e che oggi, sulla base di una considerevole partecipazione al voto, date le condizioni,e con un plebiscito a favore della separazione dalla Spagna, si trova nella posizione di dover annunciare una dichiarazione unilaterale di indipendenza, anche se pare ancora alla ricerca di una mediazione che gli tolga le castagne dal fuoco di una transizione molto difficile da gestire dal loro punto di vista.

La Generalitat è retta da partiti che in Italia diremmo di centro-destra, e hanno la necessità di gestire una eventuale transizione, molto complessa e densa di incognite, poggiandosi sul movimento di massa, ma limitandone al tempo stesso fortemente l’auto-attività.

La radicalizzazione in corso, con una frattura negli apparati repressivi dello Stato, favorisce una possibile entrata in scena della classe lavoratrice organizzata.

Per martedì 3 ottobre è stato convocato uno sciopero generale, di durata indefinita che assumerà un netto carattere politico.

L’auspicio è che, nel quadro delle rivendicazioni di indipendenza, democrazia e di lotta alla repressione, cioè gli elementi propriamente politici della congiuntura,lo sciopero affermi con forzaunaserie di rivendicazioni concrete relative alle condizioni di vita e di lavoro, cioè l’elemento sociale, ponendo le basi per un’irruzione della classe lavoratrice come soggetto politico. La polarizzazione politica pone contemporaneamente anche le basi per una radicalizzazione di settori della “classe media”, il cui ruolo in questo processo non può ad oggi essere sottostimato.

In generale, questo è un fattore politico indispensabile a processi di cambiamento radicale in paesi a capitalismo avanzato. Nella situazione particolare, la possibilità di evitare che gran parte di questi settori possano virare decisamente a destra sta nella capacità che la classe lavoratrice avrà di essere al centro di un blocco sociale anti-austerità, e per questo decisiva sarà la capacità della sinistra anticapitalista di essere pienamente riconosciuta e legittimata nel processo in corso, costruendo e sostenendo le mobilitazioni, a partire dallo sciopero generale, articolando parole d’ordine chiare e comprensibili in grado di agglutinare questo blocco, e giocando se necessario anche le carte della presenza istituzionale di cui dispone.

Importante sarà anche lo sviluppo di un movimento di solidarietà in tutto lo Stato spagnolo, che sarà tanto più esteso quanto più sarà fondato sulle parole d’ordine di democrazia e diritti sociali, anche declinati in chiave anti-UE.

Tra l’altro questa può essere la base di estensione di una solidarietà internazionalista che non sia semplicemente di natura etica, ma faccia appello alle concrete condizioni di vita della maggioranza della popolazione anche in molti paesi europei, non ultimo l’Italia.

La superficie apparentemente omogenea dello “spazio politico indipendentista” nasconde quindi conflitti, contraddizioni, scontri che non emergono immediatamente, ma che agiscono sottotraccia, pur essendo ben reali, e non è possibile attualmente prevederne l’esito.

Quello che è certo, è che questi avvenimenti si inseriscono a pieno titolo nella crisi dell’Unione Europea (sia detto per inciso, l’UE ha oggi prodotto un comunicato filisteo sulla violenza della polizia spagnola, viceversa assolutamente chiaro nella condanna del referendum, et pour cause).

La costruzione di questo sovra-Stato, in realtà ad oggi solo un proto-Stato, incontra contraddizioni sempre più esplosive nella difficile gestione del processo di “integrazione”, acuiteda un processo di espropriazione dei diritti democratici e crescente autoritarismo, che sono tratti sempre più caratteristici dello “Stato neoliberista”, che altro non è che la forma contemporanea dello Stato capitalista.

È per questo che questo referendum, parla anche a tutte e tutti noi, e non possiamo essere solo spettatori e spettatrici.

 

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