LA “BUONA SCUOLA” PREPARA I GIOVANI ALLA GUERRA

Con la decisione dello scorso 13 settembre, l'Italia torna ad avventurarsi in Libia

Riceviamo e pubblichiamo
Dopo l’invio di forze speciali, al fianco di quelle britanniche, presso Misurata, a difesa dei pozzi e delle infrastrutture petrolifere, oltre 300 militari, di cui 200 paracadutisti della Folgore – supportati da una portaerei, uno stormo di cacciabombardieri, diversi droni e tre basi militari (Trapani, Gioia del Colle, Sigonella), sono partiti per una missione che, ipocritamente spacciata come missione “medico-umanitaria” dal nome evocativo di Ippocrate, si configura a tutti gli effetti come una missione di guerra, che espone ancora di più l’Italia al rischio di ritorsioni ed accelera la militarizzazione in corso nel Mediterraneo.
Ma, oltre che in Libia, i soldati italiani sono presenti in Afghanistan, dove il contingente italiano si è addirittura rafforzato superando i 700 militari, e anche massicciamente in Iraq con oltre 1000 uomini, vale a dire, la seconda forza militare straniera nel Paese dopo quella USA. A tutto ciò si deve aggiungere la presenza italiana nell’ambito della “Coalizione Internazionale”, a guida USA, in Siria, con compiti di appoggio logistico e di supporto militare nella guerra civile e per procura che, in oltre cinque anni, ha già provocato più di 250 mila vittime, come pure il rinnovato attivismo militare del nostro Paese in Africa.
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A dispetto, quindi, della propaganda renziana sulla cooperazione civile e la “inclusione attraverso la cultura”, l’Italia, con i suoi oltre 7000 militari impegnati nelle missioni internazionali, è oggi uno dei Paesi al mondo più attivi sul fronte della guerra e della militarizzazione. La presenza delle forze armate italiane negli scenari più sensibili degli approvvigionamenti strategici e delle risorse energetiche mostra chiaramente il carattere imperialistico di questa proiezione internazionale, che nulla ha di difensivo né, tanto meno, di “umanitario”.

L’utilizzo strumentale della lotta al terrorismo, la paura diffusa a piene mani nei confronti del “pericolo islamico”, le campagne razziste e xenofobe contro gli immigrati, sono parte della macchina di propaganda finalizzata ad ottenere il consenso a questa politica di aggressione ed al militarismo crescente e ad arginare e criminalizzare qualsiasi opposizione.
Un tassello importante di questa campagna per la creazione di consenso verso l’apparato militare è la scuola.
La “buona scuola” non ha solo “riformato” la scuola in senso ancora più autoritario e repressivo; non è solamente lo strumento con cui si è imposto il peggioramento delle condizioni di lavoro dei docenti e degli altri lavoratori dell’istruzione; non è soltanto il processo di definitivo asservimento alle esigenze delle imprese grazie all’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro. Essa sta via via trasformando la scuola nella fabbrica del consenso alla politica di aggressione dell’Italia e nel bacino privilegiato in cui attingere le indispensabili nuove e professionali leve per la struttura militare sempre più impegnata sui fronti di guerra.
Quindi, mentre da un lato, con l’alternanza scuola-lavoro, spacciata come esperienza formativa, si obbligano i giovani al lavoro gratuito “educandoli” e preparandoli da subito alla piena accettazione di un futuro fatto di precarietà e bassi salari, dall’altro con incontri e conferenze con membri dell’esercito, stage e concorsi in collaborazione con le forze armate e le industrie belliche, si inducono i giovani a guardare all’esercito come un posto e un reddito sicuro, come il portatore di civiltà e democrazia nel mondo ed alla guerra come male necessario.
Con il Protocollo d’Intesa del settembre 2014 tra le ministre Stefania Giannini e Roberta Pinotti e la circolare del 15 dicembre 2015, sono state avviate iniziative “didattiche e formative” per “diffondere la cultura della Difesa” e sponsorizzare il “ruolo delle Forze Armate italiane in missioni di pace nelle aree di crisi, nella promozione e salvaguardia della stabilità e della pacifica convivenza internazionale” tra gli studenti di ogni ordine e grado, statali e paritarie. Che si tratti di legalità o di sicurezza stradale, del centenario della Prima guerra mondiale o del 70° anno dalla costituzione dell’ONU, di bullismo e cyberbullismo, ad entrare nelle scuole sono ormai solo gli “esperti” con le stellette. Gli stage e la stessa alternanza scuola-lavoro vengono indirizzati presso i colossi militari-industriali che realizzano bombardieri, elicotteri, missili e i mille altri sistemi di distruzione e di morte.
Secondo i dati forniti dal ministero della Difesa, sino all’inizio di quest’anno sono stati realizzati negli istituti italiani oltre 3.100 dibattiti con la partecipazione di circa 254.000 studenti. Nel frattempo si sono moltiplicate in tutta Italia le visite guidate di intere scolaresche a caserme, aeroporti e porti militari, installazioni radar, poligoni e industrie belliche, durante le quali gli studenti (persino bambini dell’elementari come accaduto nella caserma De Gennaro di Forlì) possono provare “l’entusiamante” esperienza di sparare con un fucile o effettuare un’attività di familiarizzazione al volo su velivoli come l’Atlantic del 41° Stormo di Sigonella.
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Ai musei, alle gallerie come ai siti archeologici o ai parchi, i presidi, tutori dell’ordine della buona scuola, preferiscono questi luoghi di sopraffazione contribuendo di fatto a promuovere le forze armate ed il loro operato. Una cosa che ci riguarda direttamente visto che la base NATO di Lago Patria, uno dei principali centri di comando delle operazioni belliche passate e presenti, è ormai un luogo di pellegrinaggio per tante scuole campane. Solo tra febbraio e aprile di quest’anno, secondo lo stesso Allied Joint Force Command Naples,
sono stati 510 gli studenti che l’hanno visitata insieme a decine di insegnanti. La buona scuola di Renzi è, quindi, lo strumento di rafforzamento delle logiche di guerra e degli interessi politico-militari dell’Italia. Con il crescere delle tensioni internazionali e dell’impegno dell’esercito italiano nelle missioni di guerra anche la scuola sarà sempre più militare e militarizzata.
Non possiamo batterci contro questa riforma senza batterci anche contro l’asservimento della scuola alle esigenze del militarismo. Non possiamo efficacemente denunciare i tagli continui cui è sottoposta se contemporaneamente non ci opponiamo ad ogni collaborazione, ad ogni sponsorizzazione dell’apparato militare che assorbe miliardi e miliardi di euro (circa 100 milioni al giorno) che vengono sottratti e negati all’istruzione ed alle altre spese sociali.
La lotta per il diritto all’istruzione per tutti e contro l’autoritarismo nella scuola, che produce innanzitutto criminalizzazione e denunce verso gli studenti che vi si oppongono, deve andare di pari passo con la lotta contro la guerra e la militarizzazione del territorio.
Non possiamo, infatti, illuderci di difendere i nostri diritti e di contrastare gli attacchi alle nostre condizioni di vita rimanendo indifferenti o dimostrandoci concilianti con l’oppressione e la violenza del “nostro” Paese su altri Paesi. Le aggressioni economiche e militari verso altri popoli e la politica dei continui sacrifici per “uscire dalla crisi economica” che ci toglie la scuola ed il futuro, sono due facce della stessa medaglia e hanno identici responsabili.
Non stiamo parlando di fatti lontani da noi o di là da venire. L’escalation in Siria, in cui si contrappongono sempre più apertamente le potenze mondiali, la sanguinosa situazione della Libia, l’occupazione occidentale ancora in atto dell’ Iraq e dell’Afghanistan, la destabilizzazione dell’Ucraina, senza dimenticare lo Yemen, la Palestina e tutti gli altri fronti di guerra, avvicinano l’umanità sempre più pericolosamente ad un punto di non ritorno.
Tocca a noi impedire tutto questo riprendendo una lotta senza quartiere dentro e fuori la scuola contro chi usa la guerra per difendere i propri interessi, distinti e contrapposti ai nostri.
Diciamo NO all’intervento militare in Libia e chiediamo il rientro delle truppe italiane impegnate nelle missioni all’estero.
Diciamo NO alle spese militari che continuano a crescere mentre si continuano a tagliare le spese sociali.
Schieriamoci dalla parte dei dannati della terra rivendicando il diritto all’accoglienza per tutti gli immigrati.
libyaRete campana contro la guerra ed il militarismo
Napoli, 07/10/16

Come Rete contro la guerra ed il militarismo siamo disponibili a partecipare ad assemblee o altre iniziative nelle scuole sul tema della guerra. Oltre ai materiali sugli attuali scenari bellici, abbiamo prodotto una mostra sulla Prima Guerra Mondiale, primo grande macello, che mettiamo a disposizione delle scuole.
Per contattarci:
https://www.facebook.com/retecontroguerramilitarismo.na/

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  • Ermete Ferraro
    3 dicembre 2016 at 19:25 - Reply
  • Ermete Ferraro
    3 dicembre 2016 at 19:28 - Reply

    vi invio un mio contributo critico sul processo di militarizzazione della scuola, per eventuale pubblicazione >> phttps://ermetespeacebook.com/2016/12/03/ma-che-bellica-scuola/ Grazie e cordiali saluti. Ermete Ferraro