Janáček e l’impossibilità di amare

Spettacolo al San Carlo: Janáček e l’impossibilità di amare
 Il Volga scorre lungo le case in legno di un’anonima cittadina dell’Est del mondo, mentre si consumano amori incompiuti, ipocrisie umane, tragedie. Káťa Kabanová è un’opera lirica di Leoš Janáček su libretto scritto insieme a Cervinka, dal dramma “Il Temporale” di  Ostrovskij
L’acqua è la protagonista silente che scava inesorabilmente negli animi umani di una comunità di provincia, che va in Chiesa ma non disdegna il pettegolezzo e la falsità. Il riverbero delle acque del grandioso fiume, disegnano negli spazi profondi del palcoscenico, un trapezio fatto di lunghi assi in legno, che come gli antichi cinema degli anni venti, alternano aperture dall’alto, proiettando uno sfondo stellare fatto di uccelli notturni alla Hitchcock o inquieti paesaggi da CinemaScope, con i personaggi deformati da lunghe ombre che si muovono come in un dramma di Ibsen o Čechov, fino alla chiusura sempre sospesa e dilatata con l’uso della geometria proiettiva.
Regia geniale di Willy Decker, efficacissimo nel tenere i cantanti/attori in tensione emotiva per quasi due ore, senza interruzioni e con un atletismo fisico da teatro di parola contemporaneo. Sembra quasi un riscrittura post-moderna di un reinventato “recitar cantando”, distanti anche dalle melodie italiane pucciniane, ancora raccolte in una “rassicurante sonorità “ tipica del melodramma di quel periodo. Il Tevere è lontanissimo dal Volga, anche se quei corpi sono morti per Amore.
L’Amore è quindi universale, e questa bellissima opera ne è un esempio mirabile. La Direzione di Juraj Valčuha è serratissima, e impone alle voci ritmi compressi ma senza togliere nulla alla triste drammaticità delle azioni, non ci sono errori nei respiri dei cantanti o nei passaggi romantici delle evocazioni delle canzoni popolari; l’Orchestra del Teatro di San Carlo dà tutta se stessa, così come il coro, diretto da Gea Garatti.
I cantanti sono strepitosi e andrebbero premiati tutti: difficile non rimanere impressionati da tanta preparazione attoriale e vocale che va da Ludovit Ludha a Gabriela Beňačková, a Misha Didyk, a Sergej Kovnir, a Lena Belkinaa, a Paolo Antognetti, a Donato Di Gioia, a Sofya Tumanyan, a Francesca Russo Ermolli. Discorso a parte per la Katerina Kabanová di Pavla Vykopalová in serata di grazia, magistrale nel rappresentare la moglie, l’ amante, l’amica, difficilissimo ruolo da soprano spinto con l’aggiunta di tragico, con i sobbalzi delle agilità sincopate nei vari registri, una interprete che ci ricorda un lontano passato. Il Teatro di San Carlo, ancora una volta, vince una sfida assai ardua e dispiace vedere una così scarsa partecipazione del pubblico, che appena un mese fa lo aveva riempito per il “Così fan tutte”. 

 

Pino De Stasio

Sono un blogger, attivista politico, ascoltatore di musica antica e contemporanea, pacifista
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