IRRATIONAL MAN è il nuovo film scritto e diretto da Woody Allen

 Il film è stato presentato al Festival di Cannes 2015 fuori concorso

Riceviamo e pubblichiamo

di Francesco Capozzi

In piena crisi esistenziale, il prof Lucas ritiene che con un bell’omicidio possa tornare a vivere, uscendo dalla depressione… E’ inutile: al suo 45° film, Woody Allen, qui regista e sceneggiatore, questo ottantenne ben arzillo, non sempre fa ciò che ci aspettiamo. In questo (USA, 15), l’avvio, la stessa location, il cromatismo e la scenografia lascerebbero ipotizzare il “solito” lavoretto brillante, magari moderatamente divertente, senza particolare qualità; ma senza nemmeno mende gravissime: cui, per la verità, ci aveva abituati ultimamente, un po’ anestetizzandoci. Per cui Allen era diventato il regista che “bisogna” sempre vedere; più che altro per una qualità attesa, largamente mostrata nel passato: una specie di rito cinematografico.

WASP_DAY_12-032.CR2Ebbene: stavolta ci ha spiazzati. Pur lavorando all’apparenza  in quelle coordinate grafiche,ha rivisitato aspetti delle sue tematiche che negli ultimi tempi erano rimasti sullo sfondo. Mi riferisco a quei modi stilistici luminosi, molto plein soleil, connessi particolarmente alle commedie degli ultimi anni, che hanno avuto riscontri soprattutto tra i pubblici europei, addirittura prodotte fuori USA:  infatti in America, dove è considerato un intellettuale di pura élite, ha circuitazione praticamente nei soli Art Cinemas (le sale d’essai) e nei campus universitari. Accanto all’Allen giocoso, che investiga sui misteri e i paradossi dell’amore, delle sue conflittualità e accomodamenti; sulla sua passione sfegatata per il Jazz e la cultura della Parigi degli anni 20; la prestidigitazione, e altre consimili, ve n’è un altro più drammatico e meno accattivante e piacione. Non dirò meno profondo: perché le due modulazioni tematiche, grazie a un controllo ferreo dei suoi testi, trascolorano spesso con eleganza in tonalità di commedia, senza mai perdere di vista, di volta in volta, la direzione del senso principale. E tale qualità della sua capacità e flessibilità di “leggere”, interpretare e rappresentare  il mondo costituiscesegnatamente parte del suo essere un Maestro del cinema. Uno dei temi che lo accompagna spesso –anzi: forse in una blanda aura di ossessione…-è quello della morte: per quanto lui ci rida sempre, con paradossale e spesso riuscita autoironia di provenienza ebraica, la riflessione sulla fine occupa gran parte del suo immaginario: non a caso uno dei suoi modellidi riferimento è Ingmar Bergman. In qualche modo legata a questo tema, c’è la concezione del “controllo” della vita altrui, che si manifesta in chi “decide” di potere dare morte, attraverso l’omicidio “giusto”.

Nel film questa insana teoria è riportata alla psicologia malata e depressa del prof che, filosofando sul nulla esistenziale, pur partendo da Sartre e Heidegger, lo riporta, stravolgendolo, al “proprio” nulla: a quel vuoto insostenibile che permea e opprime la sua anima e azzera la sua persona. filmIl potere di comminare la morte ad un pur spregevole individuo gli dà quella “sferzata” di energia per la vita che lui invano attendeva dai libri, dal volontariato, dall’eros. La studentessa, l’attrice Emma Stone, che pure ha del trasporto per il suo mèntore, col suo piano buon senso smonta questa teoria: l’assassinio è tale sempre e in ogni caso; cozza contro ogni filosofia degna di questo nome. Allen, ebreo, non può non  “rammemorarci” (direbbe Heidegger) che dal teorizzare un singolo omicidio si passa immediatamente, con la stessa fatale e criminale presunzione, a teorizzarne 6 milioni… Questa potenza tragica sottotraccia è impersonata dall’attore Joachim Phoenix, “o’filosof’ abbacant’”, con la stessa evidenza, forza ma anche invasiva sofferenza  con cui interpretò Commodo nell’indimenticato “Il Gladiatore”. Anzi, la qualità del film è giocata proprio dall’apparente non-dialogo tra la dimensione drammatica e l’infiocchettamento della confezione. È una dimensione stilistico-narrativa ovviamente voluta, che dimostra come Allen, in questo benissimamente aiutato dalla fotografia del grande Darius Khondji,  sia assolutamente padrone di ciò che delinea.

Opportunamente citando Dostoevskij, in particolare quello di “Delitto e castigo”, che afferma tematiche simili, è come se tutto navigasse sott’acqua, sotto i nostri piedi e senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Nella società dell’alta cultura (la cornice è un Campus universitario), c’è spazio per questa “banalità del male”, che è tra noi; forse (già) in noi.

No commento

Lascia risposta

*

*