Interiors, quel rifiuto dell’Altro nel gelo polare

Al Teatro Sannazaro, nell'ambito della rassegna “A volte ritornano” (a cura di Giulio Baffi), il felice ritorno di “Interiors” di Matthew Lenton, con un cast di attori italiani in scena col proprio nome

Scritto da Antonio Grieco

Separato da una grande vetrata, il pubblico, già prima che inizi lo spettacolo, ha di fronte una sala da pranzo con un tavolo, delle sedie, un pianoforte sulla destra, dei piccoli quadri alle pareti. Si sente il sibilo di un vento forte. Gelido. Siamo al Polo Nord.

Qui, in questa stanza illuminata a giorno, c’e un signore, il padrone di casa, che attende gli amici per brindare alla notte più lunga dell’anno nella speranza che il peggio, ovvero il lungo inverno polare, sia ormai alle spalle. Gli ospiti arriveranno poco alla volta, mentre lui continuerà a sistemare le ultime cose perché tutto sia in ordine per la cena.

Già dalle prime azioni, sembra che il vero protagonista della pièce sia il Silenzio. Gli spettatori infatti non ascolteranno nulla dei loro dialoghi. Saranno solo i loro sguardi, i loro gesti, i movimenti labiali – e successivamente una misteriosa voce fuori campo – a dirci delle storie d’amore che nasceranno in quel luogo, delle loro aspirazioni e identità, di come, nel tempo, si trasformerà la loro vita. In sintesi, questo è il plot di “Interiors”, il pluripremiato spettacolo del regista inglese Matthew Lenton (direttore artistico della compagnia Vanishing Point di Glasgow), già visto a Napoli nel 2009 al Festival del Teatro.

Ora è riproposto in un nuovo allestimento (prodotto in esclusiva per l’Italia da Tradizione e Turismo – Centro di Produzione Teatrale ed Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro) al Teatro Sannazaro  (il 4, 5, 10, 11 e 12 maggio), nell’ambito della rassegna (a cura di Giulio Baffi) “A volte ritornano”, con un cast di attori italiani in scena con il proprio nome. Il lavoro di Lenton è liberamente ispirato a un dramma  del teatro europeo di fine Ottocento: “Intérieur” di Maurice Maeterlinck, drammaturgo e saggista belga, premio Nobel per la letteratura nel 1911 ed esponente di primo piano del “simbolismo spiritualista”; qui un uomo, dall’esterno di un’abitazione, osservava la vita quotidiana di una famiglia cui deve portare una brutta notizia. Nel lavoro del regista inglese invece è il fantasma di una ragazza morta che all’improvviso apparirà in platea e ci guiderà alla scoperta della casa e degli ospiti che la abitano, illuminandoci sui loro percorsi di vita ed anche sul loro ineluttabile destino di morte.

Come per altre opere dello stesso periodo, – e riandando a un noto saggio di Peter Szondi – possiamo dire che il teatro di Maeterlink sia una delle maggiori espressioni della crisi del dramma borghese. Con Cechov, Strinberg, Hauptmann e lui stesso, in effetti la scena europea muterà completamente di segno travolgendo la forma classica e aprendosi alle inquietudini e ai conflitti del mondo contemporaneo. In “Interiors”, Lenton sembra intercettare due elementi fondativi della poetica innovativa, e per molti aspetti anticipatrice della drammaturgia contemporanea, dell’autore belga: la rottura del linguaggio come specchio dell’azione e quel suo sguardo ai limiti dell’astrazione che lo condurrà  verso la radicale scelta del silenzio come espressione di un profondo malessere esistenziale. (A questo proposito, crediamo sia giusto osservare che qui a Napoli del teatro di Roberto Bracco – drammaturgo dal respiro europeo che anticipò, tra Otto e Novecento, temi quali il femminismo, la psicanalisi, l’antimilitarismo – si parlò come di un “Teatro del silenzio”).

Ritornando al regista inglese, crediamo che egli abbia qui soprattutto inteso mostrarci (all’interno di una sperimentazione teatrale che sembra mutuata dal  linguaggio televisivo, cinematografico ed anche artistico) un microcosmo umano chiuso, impaurito, incapace di rivelarsi a sé stesso e agli altri. La difficoltà nei rapporti intersoggettivi di questa piccola comunità possiamo coglierla molto bene attraverso il lavoro degli attori, che anche quando mangiano in scena o dialogano tra loro si muovono sempre in modo molto meccanico, dando la sensazione di vivere ogni istante della loro esistenza di finzioni: senza mai guardarsi dentro né cercare un vero contatto con l’Altro.

Insomma, quella che ci mostra Lenton, è una umanità “morta”. Un’allusione al mondo che viviamo che possiamo anche intuire – oltre che in quell’ospite che con aria disinvolta entra nella stanza da pranzo con una pistola – nelle parole che all’inizio dello spettacolo ci giungono dalla voce narrante: “Fuori dalla casa è un mondo pericoloso. Ci sono gli orsi polari. Bisogna stare attenti. Proteggersi”: dove appare evidente che gli orsi da cui dovrebbero proteggersi questi simpatici e feroci amici riuniti insieme dal gelo e dalla solitudine polare, non sono altro che gli altri, tutta quell’umanità invisibile che ogni giorno viene brutalmente respinta ai margini dalle nostre società opulente.

Al di là di questo sguardo così dentro il nostro piccolo mondo, a colpire in “Interiors” è la straordinaria bravura degli attori (Clara Bocchino, Giuseppe Brunetti, Ivan Castiglione, Sergio Di Paola, Rebecca Furfaro, Lucienne Perreca, Giorgio Pinto, Ingrid Sansone), che sembrano mettere in scena una loro personale drammaturgia, improvvisando e recitando  – a tratti con gags di esilarante comicità – solo col corpo, gli sguardi, i gesti; le musiche originali sono di Alasdair Macrae; i costumi di Luisa Gorgi Marchese, lo spazio scenico di Francesca Mercurio, assistente alla regia Davide Pini Carenzi. Prolungati applausi del pubblico in sala.

Un commento

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  • Marisa Crudele
    17 maggio 2019 at 13:12 - Reply

    Gli attori raccolti intorno a un tavolo danno l’idea di una qualsiasi famiglia dei nostri giorni. Gli orsi polari rappresentano i rischi e i pericoli che corriamo ogni giorno e,proprio per questo,ognuno di noi ha timore di brutte notizie che potrebbero arrivare da un momento all’altro. Grazie ad Antonio Grieco che commenta sempre lavori che affrontano temi riconducibili alla vita di oggi che ci danno spunti di riflessione.