IN NOME DI CHI?

OPG: in margine alla proiezione del video “La stanza delle pietre e del cielo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo di: Enrico Beniamino De Notaris

Con grande partecipazione emotiva un folto numero di spettatori ha avuto modo di vedere l’ottimo documentario dei tre autori, che hanno saputo rendere in tutta la sua crudezza la realtà degli OPG e in tutta la sua insufficienza la finta alternativa (le REMS).

Certamente la grande sensibilità nel trattare questi temi testimonia che anche le giovani generazioni li vivono con turbamento: e ciò perché, a mio avviso, è indigesto per chiunque considerare quanto la nostra società abbia speculato sulla sofferenza e continui, con metodologie appena differenti, a sfruttarla sia concettualmente che politicamente ed economicamente.

Nell’introdurre il video M. Marotta ha parlato di truffa, riferendosi alla politica che, nel suo assetto statale afferma di perseguire determinati obiettivi (giustizia, libertà, eguaglianza etc.) ed invece nelle sue performances di governo percorre strade opposte e contrarie.

Uguale truffa è perpetrata dalla psichiatria che nelle sue pratiche di abbandono, incuria e psicofarmacologizzazione di massa, aggiunge al danno susseguente a tale atteggiamento, la beffa della mercificazione della sofferenza trasformandola in una grande occasione di profitto.

Questa truffa continua con il gioco delle tre carte che le ASL allestiscono chiudendo le porte in faccia agli assistiti, costringendoli a vivere, quando va bene, in uno stato di semiebetimento ed intronamento farmacologico, chiudendo UOSM ed aprendo “poli”, facendo dequalificare il servizio al livello di manutenzione degli ascensori.

E’ inutile ripetere sempre le stesse cose, è ovvio, ma purtroppo queste stesse cose continuano ad essere realtà e ben vengano le ottime iniziative che periodicamente tentano di riportare il tema all’attenzione pubblica.

In sala all’Istituto per gli studi filosofici c’era molta gente, il video concepito con maestria e sensibilità ha smosso di certo più di un’emozione, ha ben illustrato la realtà.

Gli OPG, come si è detto ripetutamente, sono stati la risposta che la classe dominante, dominata da una cultura paleopositivista e stigmatizzante, ha concepito in passato come manicomi criminali, una truffa disumana che il vento rivoluzionario basagliano non è riuscito ad eradicare, forse ripromettendosi di affrontarla dopo aver acquisito la chiusura dei manicomi.

C’è però anche da riflettere sul perché di questa rinuncia o quanto meno di questa posticipazione: mentre nei vecchi manicomi si andava formando una coscienza diffusa nei ricoverati sulla propria condizione di internato, intorno alla quale si rinsaldavano anche altri settori della società (studenti, artisti, settori dell’opinione pubblica e politici non necessariamente sempre appartenenti alla sinistra etc.), ciò non accadeva nei manicomi criminali.

E ciò in ragione, secondo chi scrive, della reale centralità che i ricoverati seppero conquistarsi nella lotta: simbolicamente la decisione di “scassare” la porta del manicomio piuttosto che sacrificare la testa di Marco Cavallo, di uscire in città e farsi conoscere nella loro nuda sofferenza, di parlare in pubblico e di denunciare la propria condizione, ha costretto la politica a tenerne conto e a temerne l’impatto.

Il risultato più significativo, anche se magari non immediatamente evidente, fu l’acquisizione generalizzata di una nuova sensibilità nei confronti della sofferenza psichica: non più elemento alienum ma in qualche modo ancora humanum.

Questa nuova sensibilità trovò spazio nelle manifestazioni artistiche, nel sapere comune diffuso, perfino in ambiti tradizionalmente reazionari, per poi fatalmente essere sopraffatta dalla nuova ondata riformistico-neoscientista

Quindi tante persone, segregate per anni, inascoltate per anni, ripresero ad aver parola, prima nelle assemblee interne, poi anche nei luoghi pubblici, nei convegni, sui media finanche.

Quella stagione dunque fu possibile certo per il grande schieramento sociale che seppe suscitare e mettere in campo, ma soprattutto in virtù della restituzione della parola a coloro le cui parole erano state in precedenza ascoltate solo come “sintomo”.

Questa riflessione vuole soffermarsi e sottolinere principalmente questo punto: il primo strumento di liberazione all’epoca fu l’assemblea, sia pur all’inizio caotiche, magari anche per l’inesperienza dei tecnici che inauguravano al momento, estemporaneamente, una modalità inedita di compartecipazione.

Ma le assemblee seppero, con notevole sapienza ed intuito politico, rompere gli argini delle ristrettezze manicomiali e delle rivendicazioni assistenziali, tracimarono presto su temi che pur comprendendo quelle medesime rivendicazioni, ne mettevano in evidenza tutta la loro appartenenza al politico ed al sociale.

Ricordo le assemblee al Frullone: si partiva dai bisogni più elementari come l’igiene, il vitto, la sigaretta, le relazioni, per arrivare ad affrontarli come tanti parcellari frammenti di libertà da riconquistare con pazienza e caparbietà.

E soprattutto fuori di lì.

Per questo quel luogo doveva essere conosciuto nei suoi significati repressivi e quindi distrutto.

Richieste parcellari di frammenti di libertà da inscrivere in una lotta che metteva in discussione mondo del lavoro, struttura della famiglia, morale borghese, ideologie dominanti e rapporti di classe.

Ricordo Piro che, stringendo mani (era una raccomandazione che ci faceva spesso) ascoltava voci all’inizio disabituate ad essere ascoltate, su questioni apparentemente minimali, e così restituiva, insieme alla dignità di quelle richieste, la significatività di una relazione reale, riuscendo a proiettarla fuori dalle mura del frullone, fuori dalla sofferenza stessa, fuori dalla psichiatria!

Erano le assemblee dunque il vero fulcro della cosiddetta rivoluzione psichiatrica, non certo la presenza di un’avanguardia di operatori ed intellettuali chiusi in un ermetico circolo ermeneutico.

Senza assemblee e coinvolgimento dei “matti” nulla sarebbe accaduto.

Questa lezione, insieme a tante altre è stata purtroppo però presto dimenticata ed ora si affannano gruppi di studiosi ed esperti che a tavolino cercano le soluzioni ritenendo il loro pensiero in grado di trasformare la politica sulla spinta di buoni ragionamenti o buoni sentimenti.

Niente di più errato secondo me: il non ascoltare ora le reali voci dei sofferenti, negare loro il diritto di pronunciarsi sulla propria vita è un atto di sopraffazione, qualunque siano le nobili motivazioni che sostengono progetti di riforma o di realizzazione della 180 attualmente in campo.

Progetti elaborati in nome di chi?

Senza la voce di chi soffre si diventa fatalmente complici del potere che opprime e sfrutta i sofferenti.

E’ per questo che a Napoli sta partendo un’iniziativa che tenta di rimettere “con i piedi per terra” la lotta per la salute mentale: promuovere in ogni UOSM assemblee periodiche non è certo un’idea originale, ma è l’unico modo per contattare chi ogni giorno sperimenta cosa significhi avere a che fare con i servizi psichiatrici nella nostra città.

Lottare per ottenere questo è un cammino difficile anche perché il potere psichiatrico comunque cercherebbe di riportare ogni riflessione in una visione psico-centrica, opponendosi ad ogni sviluppo anti ed extraistituzionale.

Cercherebbe cioè di riportare le contraddizioni nell’alveo di uno scientismo d’accatto o di uno psichismo senza vie d’uscite.

Malgrado ciò comunque ritengo che l’assemblea possa essere un modo per iniziare, magari non l’unico, ad ascoltare i vissuti e le peripezie di chi soffre; senza cadere nella tentazione intellettualistica di trincerarsi dietro attività di ricerca o di studio, di ritenersi centrale o peggio indispensabile al processo di liberazione.

In nome di chi?

In sintesi quello che non va non sono stati certo i tre splendidi ragazzi che hanno realizzato il video dimostrando grande sensibilità ed intelligenza. Oltre che indubbie capacità artistiche.

Non va che i presenti dopo essersi emozionati ed aver applaudito convintamente, non abbiano o non vedano la possibilità di continuare il loro impegno e la lotta: dobbiamo attivare le assemblee nelle UOSM come primo necessario passo.

Per fare questo il gruppo promotore del manifesto cittadino sulla salute mentale sta già in avanzata organizzazione, ha raccolto suggerimenti e riflessioni e ha anche iniziato a stimolare l’ASL cittadina su questi temi. Ora bisogna passare ad affrontare la parte fondamentale del lavoro: il confronto con i sofferenti, restituire loro la parola, accogliere in un programma le loro richieste, cominciare a smascherare insieme a loro l’inganno e la truffa di cui sono vittime all’interno di un sistema iatrocentrico che umilia, riduce a questione intima un grande problema politico, ed oltre tutto accorcia anche la vita, e scusate se è poco.

CONTATTI [email protected]

INFORMAZIONI www.manifestosalutementale.it

 

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