In carne ed ossa, teatro della differenza che diventa vita

Il 25 Marzo nel Complesso Monumentale dell'Annunziata di Napoli, La scena delle donne ha presentato “Carne ed ossa”. Regia e ideazione di Marina Rippa

di Antonio Grieco

Tra i lavori teatrali visti negli ultimi tempi a Napoli, crediamo sia doveroso segnalare “In carne ed ossa” presentato da “la Scena Delle Donne” – percorsi teatrali con le donne a Forcella (a cura di Marina Rippa per f.p. femminile plurale) – andato in scena per una sola sera (il 25 marzo) negli spazi interni ed esterni del Complesso Monumentale dell’Annunziata. Al centro di questa messinscena – in un progetto che intende valorizzare siti di interesse artistico, culturale e storico della Campania – c’è il tema del rapporto della donna col proprio vissuto, con la memoria e i luoghi d’arte della città; ed anche il modo, ci sembra, con cui le donne napoletane hanno dovuto fare i conti con luoghi comuni, sopraffazioni, discriminazioni, violenze e brutalità di ogni genere perpretate nel corso dei secoli da società maschiliste e autoritarie. Ebbene, “In carne ed ossa – che scaturisce dagli impegnativi laboratori teatrali condotti da Marina Rippa insieme con Monica Costigliola e Fiorella Orazio – per il tramite di una drammaturgia molto semplice che esalta l’innata teatralità delle protagoniste, ci mostra proprio come questo universo femminile invisibile, sin dalla nascita, sia riuscito a resistere e, alla fine, a liberarsi da ogni vincolo (anche familiare), per affermare tutta la propria soggettività.
Proprio partendo da queste considerazioni, abbiamo avuto la sensazione che la rappresentazione, in un periodo così buio della nostra storia, in fondo alluda a qualcosa di più generale e universale, che ci spinge a guardare all’attività creativa, e in particolar modo al teatro, come ad un antidoto insostituibile per ridare dignità e valore alla nostra vita. In questo caso, illuminandoci non solo sul mondo delle donne, ma anche sulla possibilità di osare: di credere cioè che sia ancora possibile fondare comunità aperte all’inclusione, alla diversità, al riconoscimento dell’Altro. L’ impressione di un teatro che si rinnova e vive nell’orizzonte del presente riscoprendo la sua originaria funzione comunitaria, l’abbiamo avuta già all’inizio della messinscena, quando un gruppo di spettatori – al di là del cancello ai lati della Basilica Santissima che immette nel cortile del vasto Complesso dell’Annunziata (in origine ospedale, convento e ospizio per trovatelli) – attende che le attrici li raggiungano. Inizieranno da qui, le donne di Forcella, a dirci del proprio vissuto, intrecciando il racconto autobiografico alla storia di un luogo simbolo della città. Tra queste mura, infatti, le ragazze povere o orfane, una volta all’anno, venivano collettivamente “esposte” nel cosiddettto “Rito del Fazzoletto “, che le consentiva di scegliere tra i pretendenti il proprio marito. L’idea registica più vitale di questo evento crediamo sia stata di pensare la presenza degli spettatori non come ad un corpo passivo, estraneo all’azione drammaturgica, ma come una componente viva, inscindibile dalla messinscena. Questa rottura dello spazio teatrale come luogo separato da chi osserva l’azione, la si coglie bene, come accennavamo, già dai primi movimenti, quando le donne guidano il pubblico nelle scale che immettono nel Salone delle Colonne. Qui troveremo quattro donne – sedute su un grande tavolo e immobili come “Matres Matutae”, le statue del IV secolo avanti Cristo custodite a Capua, che raffigurano la divinità protettrice della nascita degli uomini e delle cose – che parleranno di se stesse, delle loro storie, dei ricordi della loro infanzia, recitando, con semplicità e ironia, i proverbi della vita popolare napoletana legati alla maternità.
Il lavoro, oltre alle matres matutae, è ispirato anche alle mulieres salernitanae, e sarà una dottoressa in camice bianco a illuminarci su donne – come Trotula de Ruggiero che nel XI secolo operò nell’ambito della scuola medica salernitana – che lottarono contro i pregiudizi del tempo e l’arretratezza della Chiesa, per affermare il diritto ad esercitare la professione medica in campo ginecologico. Ciò che qui sorprende di più è che dal corpo di queste donne del popolo (tutte attrici non professioniste), dalle loro voci, dai loro sguardi, scaturisce una teatralità naturale, assoluta: una drammaturgia del corpo che – come ha osservato Annamaria Sapienza in un suo saggio sull’esperienza di f.p. femminile plurale – punta “in prima istanza alla liberazione dei linguaggi non verbali”. La messinscena sembra risplendere di luce propria quando l’azione si sposta nella Chiesa sotterranea (a pianta circolare e con colonne tuscaniche) realizzata dal Vanvitelli, dove il pubblico siede ai lati e le donne raccolte in circolo raccontano di come sono venute al mondo, della povertà delle loro famiglie tradizionali che avevano un potere assoluto sui loro destini. La scena, nella penombra – con al centro una culla, i vestitini dei piccoli stesi (come in uno dei tanti vicoli di Napoli) con delle mollette ad asciugare, il grande telo bianco circolare sollevato e abbassato dalle donne – ha un suo respiro intenso e poetico. Molto suggestive anche le danze finali nel cortile dell’Annunziata, che coinvolgono attrici e spettatori in una unica, grande e allegra festa popolare. Il merito maggiore di Rippa – coadiuvata da Costagliola e Orazzo – è di aver messo in moto a Forcella – attraverso una pratica di laboratorio estranea ai circuiti ufficiali del teatro – un processo relazionale che ha consentito, nel tempo, a tante donne di riscoprirsi, di autorappresentarsi, di riconoscersi insieme in una dimensione altra della nostra esistenza. Insomma, un teatro della differenza che diventa vita. Straordinarie tutte le protagoniste che hanno dato vita a questa sorprendente messinscena: Anna Liguori, Amelia Patierno, Anna Manzo, Anna Marigliano, Anna Patierno, Antonella Esposito, Flora Faliti, Flora Quarto, Ida Pollice, Melina De Luca, Nunzia Patierno, Patrizia Iorio, Rosa Tarantino, Rosalba Fiorentino, Rosetta Lima, Rossella Cascone, Susy Cerasuolo, Susy Martino, Tina Esposito. Alla fine, ci piace sottolinearlo, il pubblico tardava ad allontanarsi dal cortile dell’Annunziata, trattenendosi con tutte le attrici di una rappresentazione teatrale davvero molto bella e originale che auspichiamo possa essere al più presto ripresa.

Foto di ph. Sara Petrachi / KontroLab e Antonio Grieco

 

 

Un commento

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  • Marisa Crudele
    1 maggio 2019 at 13:43 - Reply

    Peccato che questa rappresentazione teatrale sia stata programmata per un solo giorno. Bella anche la location scelta.
    Bravo sempre Antonio Grieco che, con la sua critica puntuale,ci fa partecipare a questi lavori come se fossimo stati presenti. Lavori che sono uno spaccato della realtà che stiamo vivendo. Grazie